Mar Piccolo, la “terra” di nessuno dove comandano i predoni

 

pubblicato il 16 Agosto 2019, 12:14
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E’ uno scenario desolato e desolante quello descritto nell’inchiesta del sito VeraLeaks sulla pesca di frodo nel Mar Piccolo di Taranto del quale vi proponiamo ampi stralci.

“Ogni sera – si legge – al tramonto decine di barche partono dalle aziende dislocate nelle aree demaniali del primo seno ed entrano nel secondo seno passando sotto il Ponte Punta Penna carichi di ogni tipo di attrezzatura da pesca, anche quelle che sono vietate in aree in cui la pesca è consentita. Si pesca tutto ciò che è vivo. In particolare le attività di pesca illecita nel secondo seno del Mar Piccolo svolte in questi giorni nelle ore notturne sono relative alla pesca di allievi (seppie non ancora cresciute) che vengono piazzate esclusivamente nel mercato barese a costi molto elevati: circa 40/50 euro al chilo.  Un’attività, quella della pesca degli allievi, che necessita dell’ausilio di bombole. Le piccole seppie si raccolgono in immersione anche con le mani con molta semplicità a pochi metri di profondità. Anche se per questa specie non esiste una taglia minima che non può essere pescata va ricordato che comunque vige un limite di quantità del pescato e comunque questi allievi vengono pescati in specchi d’acqua in cui la pesca è assolutamente vietata.

Poco dopo il tramonto – è il 13 agosto – entrano nel secondo seno giungendo dal primo diverse imbarcazioni. Solo tra le 19 e le 20.30 si contano ben 25 barche: alcune sono barche da pesca, altre sono semplici natanti da diporto che non potrebbero esercitare l’attività della pesca. A capo di questo triste, consueto e giornaliero quadro illegale ci sono norme ben precise che vengono violate ogni giorno da questi soggetti: il D.Lgs. 9 gennaio 2012, n. 4 “Misure per il riassetto della normativa in materia di pesca e acquacoltura” e l’ordinanza 70/2011 “Ordinanza di approvazione del Regolamento di Sicurezza e dei Servizi del Porto di Taranto”.

Sulle imbarcazioni identificate gli equipaggiamenti illegali c’erano tutti: bombole, strumenti per la pesca a strascico anche nei bassi fondali, come i cosiddetti “firrchjar”, un vero e proprio aratro che distrugge tutto ciò che incontra nel fondale marino e mette nella rete sia pesci, compresi quelli sotto taglia consentita, che frutti di mare; reti da circuizione con l’ausilio di lampare, è il caso della barca grande che porta a traino le due più piccole che con l’ausilio della luce, avvicinandosi tra di loro, attirano il pesce in una determinata zona mentre la barca più grande circuisce l’area con una rete pescando tutto quello che capita dentro; reti per “mazzisciare”, molto alte ed invisibili dove il pesce, anche di piccola taglia, rimane intrapporato perché spaventato dal rumore dei copli che si producono sulla stessa barca. Queste tecniche rappresentano vere e proprie bombe silenzione che distruggono l’ecositema come le praterie di cymodocea, ad esempio. Ma non mancano in questi giorni neanche le attività di pesca di frodo con le bombe, l’unica particolarità in questi giorni è che gli stessi pirati del mare tra di loro si accordano e siccome in questo periodo la pesca degli allievi nel secondo seno è la più redditizia si evita di usare le bombe in quesgta zona a discapito del primo seno per poi, terminato il periodo delle “seccetedde” torneranno a bombardare i fondali del secondo seno. E questi sono i risultati, veri e propri crateri che provocano il deserto marino.

Al termine di questa giornata in cui abbiamo potuto osservare l’attività illecita dei pirati del Mar Piccolo non si può non pensare ai soldi pubblici spesi dall’amministrazione comunale per progetti che rappresentano semplicemente scatole vuote di cui ci rimangono solo titoli, acronimi e grafiche da marketing. Il Mar Piccolo oggi più che un Ecomuseo ci appare un campo di predazione in cui ogni giorno va in scena una ecostrage silenziosa. Siamo la capitale dell’illegalità dove nel comparto ittico regnano incontrastate le attività illecite e criminose di alcune famiglie che tra cozze e pesce hanno effettuato la spartizione dei mercati. Il sistema del comparto ittico tarantino, se davvero ce ne fosse uno in essere, è incapace di controllare le quantità di pescato e di mitili allevati. In tutto ciò i militari che contrastano la criminalità nei mari, in particolare la Guardia Costiera, rischiano di essere anche loro vittime di un  sistema che non li mette in condizione di agire e lavorare in sicurezza con mezzi adeguati e uomini e donne in numero congruo per il pattugliamento degli specchi d’acqua e per il contrasto della criminalità.

 

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