Le lontane estati in Città vecchia

 

Il racconto di Nicola Giudetti: la sveglia di Vincenzo “Varcanova” e i tuffi dalla banchina “rète a le mure”
pubblicato il 15 Agosto 2019, 11:46
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Il mattino presto l’appuntamento era come sempre sulla banchina di via Garibaldi “rète a le mure”, anche se queste ultime da tempo erano andate giù. Una piccola rincorsa e poi, turandosi il naso, ci si tuffava. E in men che non si dica, i ragazzetti della numerosa comitiva erano tutti in acqua, a farsi le “cattuse” e a improvvisare gare di nuoto fino alla boa dove, nelle pause del servizio, era solito attraccare, nelle pause di servizi, il mezzo navale che portava gli operai ai cantieri Tosi.

Così Nicola Giudetti, l’82enne artista, memoria storica delle vicende e dei personaggi dell’Isola, ricorda l’estate della sua fanciullezza, prima degli orrori della guerra: “La sveglia era a prim’ora, con Vincenzo Vozza, vecchio pescatore soprannominato “Varcanova”, che sostava davanti alle abitazioni dei compagni di lavoro gridando ‘’A assute a dije’, cioè era iniziata la giornata ed era tempo di andare in mare, destando così anche tutto il vicinato”.

Subito in piedi, il piccolo Nicola non vedeva l’ora di ritrovarsi con gli amici, che abitavano tutti nei pressi di casa, in Arco Santi Medici, demolita negli anni settanta dopo i crolli di vico Reale. Rammenta che si usciva di casa indossando solo gli slip e senza asciugamani, tanto bastavano i generosi raggi del sole per asciugarsi. Come colazione, si portava “’u staffagghione”, un pezzo di pane condito con il pomodoro.

“L’acqua era bella e ghiacciata, così da farci dimenticare il caldo dei mesi estivi – continua – Per godere il fresco della corrente, alcuni si avvicinavano agli sbocchi della fogna, senza conseguenza per la salute grazie alla ‘robustezza’ dei nostri anticorpi. Nuotavamo senza sosta, scherzando e ridendo. Raccoglievamo cozze e frutti di mare, che crescevano in abbondanza a Mar Piccolo, e i pesciolini rimasti intrappolati nelle bottiglie di vetro, adagiate sui fondali. Cuocevamo il tutto su una brace improvvisata e gustavamo quelle prelibatezze”. A mezzogiorno, ognuno a casa propria. “Mio padre, in verità, non voleva che facessimo il bagno, per timore delle imprudenze. E al ritorno dal lavoro, per sincerarsi della nostra obbedienza, ci grattava lievemente la pelle per constatare la presenza del sale. E immancabilmente volavano le mazzate – dice l’artista – Mamma non riusciva a frenarci, eravamo troppo irruenti e soprattutto troppo numerosi (ben 19 figli), tanto che, sembrerà incredibile, spesso non ricordava tutti i nostri nomi e a tavola sbagliava anche nel numero delle portate”.

Nicola Giudetti rammenta ancora i tranquille pomeriggi nei vicoli, con le donne sedute in cerchio a recitare il rosario e i ragazzi a divertirsi con i giochi tradizionali: ‘a levorie, manuè zzozzò, ‘u spezzidde… Al tramonto, di ritorno dall’uscita in mare, i pescatori si ritrovavano davanti all’uscio di casa per la cena a base (dipendentemente ogni giorno dalle disponibilità casalinghe) di minestre di legumi, zuppa di pesce appena pescato, “cozze nude” e “pistidde a lesse”. Non mancava un boccale di buon vino: il padre di Nicola beveva quello acquistato alla cantina di “Falcunidde”, in via Di Mezzo, vicino a vico Zippro.

La sera si andava a letto presto e talvolta si veniva svegliati dalla serenata che i giovanotti portavano alle fidanzate. “Erano dolcissime melodie suonate spesso da un duo di suonatori – racconta Giudetti – La più richiesta era ‘A Silvestre’ che un barbiere di piazza Castello, Marinone, eseguiva egregiamente al violino. Se la serenata era ben accetta, i genitori uscivano in strada con la bottiglia di rosolio da offrire ai presenti”.

E la mattina dopo, si riprendeva con la sveglia di Vincenzo “Varcanova”. Prima di uscire in mare, i pescatori non mancavano di raccogliersi in preghiera davanti a una delle numerose edicole sacre presenti nei vicoli: “Madonna mia, famme fa ‘na bella pescarìe e famme turnà dalle figghie mije” (Madonna mia, fammi fare una buona pesca e fammi tornare dai miei figli). Infatti il ritorno a casa non era sempre garantito per le improvvise burrasche o per i fulmini che colpivano le barche. Non a caso le mogli mormoravano, con tremore: “’U mare ne vè acchianne une ‘o giurne” (Il mare se ne prende uno al giorno).

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