Ex Ilva, caos all’IMA. E Arcelor fa ‘ricca’ Italcave

 

Macchina 'CM1', lo scaricatore loppa, doveva ripartire dopo ispezione Spesal: fermata per problemi. Scontro azienda-sindacati sul lavoro
pubblicato il 09 Agosto 2019, 20:24
9 mins

Contrordine, lavoratori‘. Al reparto IMA 1 del II sporgente del porto di Taranto, in concessione all’ex Ilva ora ArcelorMittal Italia, la macchina ‘CM1’, lo scaricatore di loppa, non ripartirà. Dopo il sopralluogo ispettivo presso il reparto IMA1 da parte SPESAL (Servizio Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro) della dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto dello scorso 6 agosto, e all’indomani della riunione del 7 agosto tra l’azienda e gli RR.LL.S., sembrava che tutto fosse rientrato e che il lavoro potesse riprendere senza problemi. Ed invece così non è stato.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/08/07/ex-ilva-riparte-piano-reparto-ima-1-al-porto2/)

Perché quando ieri è stata rimessa in esercizio la macchina, sono stati riscontrati non pochi problemi. Che sono stati segnalati dai lavoratori ai sindacati i quali hanno subito allertato l’azienda e fatto scendere i lavoratori dalla macchina. Tra le criticità segnalate “la cerniera del braccio dello scaricatore visibilmente arrugginita, storta e con notevoli rigonfiamenti, che può pregiudicare l’utilizzo in piena sicurezza della macchina“. Di fatto, secondo quanto abbiamo appreso, pare che durante il sopralluogo dello SPESAL non sia stata provata la movimentazione del braccio; inoltre si presentato un problema sull’impianto di grassaggio argani, cosa che produce un forte rumore mentre la macchina è in movimento; infine si presentava anche un problema ad un cavo che andava sostituito.

Insomma, se nella riunione pomeridiana del 7 agosto tra azienda e RR.LL.S., si era discusso di un disallineamento tra i controlli previsti dal manuale di uso e manutenzione della macchina ‘CM1’ e quelli effettivamente registrati sulla documentazione specifica di manutenzione del reparto; e se nel verbale del sopralluogo dello scorso 6 agosto effettuato dallo SPESAL in merito alla macchina si leggeva che “nelle more dell’ottemperanza delle prescrizioni che verranno impartite con apposito verbale, in riferimento alle violazioni riscontrate nelle attività di manutenzione del Caricatore Loppa CM1, l’esercizio dello stesso non dovrà essere ripreso” (con tanto di documentazione consegnata agli ispettori dall’ing. Vincenzo De Gioia, Capo Divisione Impianti Marittimi, Parchi e Rifornimenti, tra i 9 indagati dalla Procura per l’incidente mortale dello scorso 10 luglio), i problemi riscontrati sullo scaricatore loppa sono ben più importanti e di ben altra natura.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/08/01/ex-ilva-arcelormittal-riprende-le-attivita-di-scarico-al-ii-sporgente/)

Ciò che dunque balza nuovamente agli occhi, è che ancora una volta le esigenze dell’azienda non combaciano con quelle della sicurezza e quindi a cascata con i diritti dei lavoratori (cosa che peraltro oramai accade in quasi tutti i luoghi di lavoro, purtroppo). Così come, non ce ne vogliano gli interessati, ancora una volta si evidenzia come il clima nel quale si è vissuto per anni sia ancora lungi dall’esser cambiato: è infatti inaccettabile che si voglia far ripartire una macchina del genere, quando la stessa non sia perfettamente a norma e sicura. E qui la responsabilità va divisa tra tutte le parti in causa: l’azienda dal vertice sino a cascata sui repsonsabili di reparto e di area, i controllori che non possono e non devono accontenarsi soltanto di ottenere la documentazione richiesta o di effettuare alcune prove di messa in esercizio di una macchina, ed infine i sindacati che mai come adesso devono restare vicino ai gruisti e tutelarli in ogni modo possibile.

Lo dimostra il fatto che appena arrivata all’azienda la nota con cui venivano comunicati i problemi riscontrari sulla macchina ‘CM1’, la stessa comunicava via telefono ai sindacati di aver deciso che i 24 lavoratori di cui c’è bisogno adesso nel reparto IMA (sui 50 totali), sarebbero stati scelti in base all’anzianità anagrafica. Sì, avete letto bene. E non invece, come logica vorrebbe specialmente in una situazione del genere, in base all’anzianità di servizio e quindi in base alla loro esperienza. Non solo: perché sempre l’azienda ha deciso che ai restanti 26 due sono le strade che restano da intraprendere: o le ferie forzate (anche per chi non ne ha da smaltire) o il cambio mansione con la dislocazione in altri reparti, ovvero l’area cokeria e l’area parchi (ovviamente previa visita medica che accerti che il lavoratore possa essere impiegato in reparti ad alto impatto inquinante rispetto a quello da cui proviene) come abbiamo riportato nei giorni scorsi.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/29/ex-ilva-i-gruisti-del-reparto-ima1-senza-sicurezza-non-saliremo-piu-sulle-gru/)

Tant’è che gli stessi sindacati inviavano una ‘contro nota’ all’azienda, nella quale si legge che “in riferimento alla comunicazione aziendale relativa al personale posto unilateralmente in ferie forzate, Ie scriventi organizzazioni sindacali, così come da comunicazioni telefoniche intercorse, chiedono un incontro e l’immediata sospensione della decisione assunta in attesa di soluzioni condivise. Riteniamo inoltre inaccettabili le modalità di selezione del personale utilizzato per le attività di carico e scarico navi“. Il tutto ha portato alla sospensione della decisione e ad un nuovo aggiornamento tra le parti per la giornata di martedì. Con i gruisti che torneranno a scendere in reparto soltanto per il turno mattutino come oramai avviene dai giorni seguenti all’incidente mortale dello scorso 10 luglio, in cui perse la vita il lavoratore Cosimo Massaro.

Incidente che come tutti sanno ha portato al  sequestro del IV sporgente e all’impossibilità di utilizzare le tre gru (‘DM5’, ‘DM6′, DM8’), cosa che proseguirà anche una volta che lo stesso sarà dissequestrato dalla magistratura, viste le decine di milioni di danni che hanno subito. Evento che ha comportato che  lo scarico del minerale venisse effettuato presso la banchina del Molo Polisettoriale da parte della scoeità Italcave per conto della multinazionale ArcelorMtital, in base ad un accordo commerciale stipulato tra le parti. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/22/porto-accordo-italcave-arcelormittal-sul-minerale3/)

Accordo che, dopo svariate settimane di indagini, siamo riusciti a conoscere anche nei suoi dettagli economici: secondo le nostre fonti molto accreditate, ArcelorMittal verserebbe ben 16 euro per ogni singola tonnellata nelle casse dell’Italcave. Lo scarico avviene direttamente nei cassoni telenotati dei camion tramite l’utilizzo di gru semovente su ruote, attrezzata con benna bivalve e di una tramoggia aspirata e depolverata (eco-hopper). Questa operazione consente lo scarico di non più di 10.000 tonnellate di minerale al giorno. Ora, stante che la matematica non è un’opinione, e che l’accordo commerciale dura dallo scorso 20 luglio, ovvero da 20 giorni, questo significa che se ogni giorno sono state scaricate sempre 10mila tonnellate, vuol dire che ogni giorno ArcelorMittal versa nelle casse dell’Italcave 160.000 euro, che per 20 giorni fanno la bellezza di 3,2 milioni di euro.

Una cifra esorbitante. Che confermerebbe le prime indiscrezioni che parlavano di un accordo salatissimo per la multinazionale dell’acciaio. Altre fonti hanno sostenuto che l’accordo economico sarebbe più contenuto, ovvero intorno ai 5-600mila euro. Sia come sia, ballano tantissimi soldi. A dimostrazione, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto la questione Ilva sia da sempre e ancora oggi, primariamente un ‘problema’ economico locale, provinciale, regionale, nazionale, europeo e mondiale.

Buon weekend e buon ferragosto, se potete. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/13/2quel-che-resta-di-una-gru-e-della-sua-fabbrica/)

Condividi:
Share
Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Un Commento a: Ex Ilva, caos all’IMA. E Arcelor fa ‘ricca’ Italcave

  1. Giovanni

    Agosto 10th, 2019

    Non posso credere che Arcelormittal paghi 16€/t per la sola movimentazione della loppa, un escavatore con operatore non può costare più di 120 €/h che per 8 ore lavorative fanno € 960. Dove finiscono gli altri 159.000€.
    Suggerisco a chi ha scritto l’articolo di indagare su questa parte, se è vero quanto scritto, oppure di suggerire ad Arcelormittal l’acquisto di alcuni escavatori, far fare un corso ad alcuni dipendenti, con 200.000€ hanno risolto tutti i loro problemi sino al ripristino della operatività delle gru.

    Rispondi

Commenta

  • (non verrà pubblicata)