Ex Ilva, perché stop ad Afo2. Contro ok della Procura

 

Cosa dice l'ordinanza del giudice Maccagnano. Tesi opposte tra Ilva in AS, la Paul Wurth e il custode giudiziario Valenzano. E la Procura...
pubblicato il 01 Agosto 2019, 16:25
26 mins

L’ordinanza di 13 pagine con la quale il giudice monocratico di Taranto Francesco Maccagnano ha rigettato l’istanza presentata dai Commissari Straordinari di Ilva in A.S., in cui si chiedeva la possibilità di effettuare i lavori di messa in sicurezza dell’altoforno 2, dopo l’ordine di spegnimento del pm De Luca dalla Procura di Taranto dello scorso 9 luglio, aggiunge nuovi tasselli ad una vicenda che ancora oggi ha molti lati oscuri.

Preliminarmente il giudice ripercorre tutte le tappe della storia dell’altoforno 2, partendo inevitabilmente dal tragico incidente che l’8 giugno 2015 si verificò presso l’impianto e che comportò, dopo quattro giorni di agonia, alla morte dell’operaio Alessandro Morricella. Storia che era stata già ricostruita dal pm De Luca nell’ordinanza del 9 luglio nella quale ordinava lo spegnimento dell’altoforno.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/31/ex-ilva-afo2-va-spento-respinta-istanza-commissari3/)

Le motivazioni di Ilva in AS sul mancato adempimento delle prescrizioni 

Dopo di che, nella ricostruzione storica dell’ordinanza del giudice Maccagnano, trovano posto anche le motivazioni che i Commissari Straordinari di Ilva in AS hanno esposto nell’istanza di dissequestro dell’impianto dello scorso gennaio, confermate anche dai vertici di ArcelorMittal nell’incontro dello scorso 21 luglio con i sindacati in merito alla questione di Afo 2. Ovvero che il custode giudiziario, l’ing. Barbara Valenzano, avrebbe chiesto la realizzazione di prescrizioni basandosi sul funzionamento di altoforni di ultima generazione, cosa che Afo 2 non è e non sarà mai.

Nell’ordinanza si legge infatti che secondo la prospettazione difensiva, “le prescrizioni non attuate sono tutte condizionate dagli esiti della valutazione del rischio di cui alla prescrizione n. 1, da efiettuarsi, secondo le indicazioni del custode giudiziario, con metodologie differenti da quella adottata da ILVA in AS e valutata dal CTR Puglia”. La difesa ha peraltro sottolineato che “le residue prescrizioni non realizzate contemplano ipotesi di progettazione di eventuali ulteriori interventi di ingegneria di dettaglio, ovvero di previsione di nuove procedure organizzative, interventi precauzionali questi (nella prospettazione dell’impostazione prescrittiva) logicamente e congenitamente conseguenti agli esiti dell ’analisi’ di rischio di cui alla prescrizione 1”. Nell’istanza si fa poi presente che “sino ad oggi non sono state oggetto di adempimento parte delle prescrizioni impartite dalla Procura, per ragioni di carattere tecnico-scientifìco, anche alla luce delle evidenti connessioni nella stessa impostazione prescrittiva […] con la materia che dovrà essere oggetto di accertamento probatorio nel contraddittorio dibattimentale” e che “Ilva allo stato intende adempiere alle prescrizioni residue rimaste inattuate, nonché ultimare l’adempimento di quelle attuate solo parzialmente, secondo il parere tecnico espresso dal Custode giudiziario nella relazione dell ’8 ottobre 2018”. Secondo la prospettazione difensiva infine, l’adempimento della prescrizione n. 1) elaborata dal Custode giudiziario “condiziona, in via logica, necessaria e consequenziale gli ulteriori interventi preventivi di cui alle prescrizioni susseguenti n. 2, 4, 5, 7. 2, 7.4 sia di carattere organizzativo, gestionale e procedurale”, e ciò in quanto “gli esiti della prodromica analisi del rischio, condotta secondo le metodologie di cui alla prescrizione 1, integrano i presupposti e le condizioni necessarie ai fini del corretto adempimento delle prescrizioni ulteriori, condizionandone in maniera strutturale e dirimente i contenuti precettivi”.

I tempi richiesti dalla struttura commissariale e l’ok della Procura (che non è bastato)

A questo punto leggendo il testo dell’ordinanza si scopre che la difesa,  ha chiesto un termine di 150 giorni per adempiere alla prescrizione n. 1) e ulteriori 30 giorni per adempiere alle prescrizioni di cui ai punti n. 2, 4, 5, 7.2, 7.4 (sia di carattere ingegneristico-impiantistico, sia di carattere organizzativo, gestionale e procedurale). E che con parere pervenuto presso questo Tribunale in data 23 luglio 2019, la Procura della Repubblica di Taranto ha sostenuto che l’istanza avanzata da Ilva in amministrazione Straordinaria “appare recepire, seppur tardivamente, quanto indicato dal custode giudiziario in ordine alle modalità esecutive dell’analisi di rischio del’Afo 2, conformemente alle prescrizioni allegate al provvedimento di restituzione del 7 settembre 2015 della Procura della Repubblica”. La Procura ha sostenuto che “il termine richiesto per procedere a tale analisi, stimato da Ilva S.p.a. in AS in giorni 150, appare troppo ampio, tenuto conto che sono trascorsi circa quattro anni dalla conoscenza da parte di IIva delle prescrizioni cui era subordinata la restituzione del bene”. Ciò nonostante l’autorità giudiziaria ha comunque espresso parere favorevole all’accoglimento dell’istanza “di dilazione temporale e facoltà d’uso per un periodo non superiore a 120 giorni”, espressamente prendendo “atto del positivo proposito di Ilva di procedere conformemente alle prescrizioni indicate dal custode, tenuto conto del periodo feriale incombente con numerose maestranze in ferie e aziende chiuse e considerando che l’analisi di rischio indicata dal custode non può essere istantanea”.

Dunque, la Procura aveva accettato, seppur modificandolo in parte, il piano messo a punto dalla struttura commissariale. Ciò nonostante, il giudice Maccagnano, che dal prossimo 1 ottobre presiederà il processo sull’incidente mortale del giugno 2015, ha rigettato l’istanza dei Commissari Straordinari.

(leggi l’articolo sull’ordinanza del pm De Luca e la ricostruzione storica della vicenda https://www.corriereditaranto.it/2019/07/10/afo-2-ecco-lordinanza-trattativa-in-corso2/)

Le motiviazioni del giudice Maccagnano che hanno portato al rigetto dell’istanza dei Commissari Straordinari

primi due motivi che ha spinto il giudice monocratico a respingere l’istanza della struttura commissariale, è tutto di natura giurisprudenziale. Facendo leva su diverse sentenza della Cassazione in tema di sequestri di impianti, il giudice fa notare che “l’istanza avanzata nell’interesse di Ilva in amministrazione straordinaria attiene all’applicazione della misura cautelare reale cui è attualmente sottoposto l’Altoforno 2 e non soltanto alle modalità esecutive di detta misura ablatoria“. In pratica, riprendendo anche l’ordinanza del pm De Luca dello scorso 9 luglio, Maccagnano fa notare che il sequestro preventivo dell’impianto attuato nel 2015 è tutt’ora pienamente in vigore e che il suo spegnimento va eseguito ai fini della compiuta esecuzione del sequestro.

Infatti nell’ordinanza si legge che “concedere la facoltà d’uso di un bene quale quello sottoposto a sequestro nell’ambito del presente procedimento e dunque consentire che un impianto sequestrato ex art. 321, venga adoperato nell’ambito del ciclo produttivo di un’impresa non costituisce un mero “atto amministrativo” di un asset bensì rappresenta una decisione concernente la consistenza e l’applicazione di un vincolo cautelare reale“. Pertanto, siccome quel sequestro è tutt’ora in vigore e coinvolge direttamente la parte che ne richiede il dissequestro, in quanto proprietaria e pertanto in quanto tale avrebbe dovuto ottemperare alle prescrizioni imposte “questo Giudice non può che ritenere configurabile la propria competenza a decidere in ordine all’istanza proposta dalla difesa, la qual cosa risulta implicitamente riconosciuta nel parere formulato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto“.

Proseguendo nella disamina di sentenze della Cassazione in merito al sequestro di impianti ed eventuale dissequestro con prescrizioni, seppur di tipologie differenti rispetto a quella in esame, il giudice sostiene che “è ictu oculi condivisibile il passaggio motivazionale secondo il quale la facoltà d’uso di una res sottoposta a secquestro cautelativo/impeditivo non può essere concessa ove la stessi in action, contraddica le ragioni della misura cautelare cui essa accede“. Nella sentenza rirpresa dal giudcie, si specifica “che l’esercizio di un impianto che operi in violazione della legge finisce per porre nel nulla dell’intervento di tutela cautelare reale, il quale è funzionale alle esigenze di prevenzione, ossia ad impedire che una cosa pertinente al reato possa essere utilizzata per estendere, nella durata o nella intensità, le conseguenze del reato o per agevolarne il compimento di altri”.

Ciò significa che un impianto industriale sottoposto a sequestro preventivo cautelativo/impeditivo può essere restituito con facoltà d’uso ai sensi dell’articolo 85 disp. att. del c.p.p. esclusivamente laddove siffatta restituzione non finisca per contraddire le esigenze sottese al vincolo ablatorio, a pena di minarne l’effettività e, dunque, di porre nel nulla l’intervento cautelare apprestato dall’ordinamento processualpenalistico. Pertanto il giudice, rifacendosi al provvedimento di sequestro del giugno 2015 ordinato dal gip, che subordinava la restituzione dell’impianto una volta realizzate le migliori tecnologie sullo stesso per dotare i lavoratori dei migliori standard di sicurezza, atte ad evitare il ripetersi di tali eventi che avrebbero potuto ripetersi qualora ciò non fosse stato realizzato, evidenzia come l’istanza di dissequestro debba essere valutata tenendo conto del pericolo ancora in atto.

Difatti, “al termine del succedersi delle ‘fasi” appena riassunte, il Giudice ger l’udienza preliminare con ordinanza del 21 giugno 2019 – ha ritenuto il permanere, ad oggi, delle esgenze cautelari riferibili all’Altoforno in sequestro: di tali esigenze, dunque, non può che predicarsi, ad oggi, la sussistenza; se ne deduce che per poco più di quattro anni l’Altoforno 2 ha marciato in costanza di periculum in mora“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/22/ex-ilva-task-force-conferma-stop-afo2-e-accordo-italcave5/)

AFo 2 ha marciato grazie al provvedimento della Procura per oltre un anno. La disputa tra incidente rilevante e infortunio sul lavoro

Inoltre, nell’ordinanza del giudice Maccagnano, emergono due aspetti interessanti.

Il primo è che l’Altoforno 2, negli ultimi 4 anni, è rimasto nella disponibilità di Ilva in virtù di due distinti provvedimenti, uno di carattere legislativo e l’altro giudiziario.

Ed infatti: l’esecuzione del sequestro preventivo dell’Afo 2 è stata sospesa, in un primo momento, a seguito dell’entrata in vigore (in data 4 luglio 2015) del decreto legge n. 92/2015 (c.d. “decreto salva Ilva”); successivamente, a far data dal 7 settembre 2015, Ilva ha mantenuto la disponibilità dell’Altoforno – continuando a fame uso – in forza di un provvedimento di restituzione adottato ai sensi dell’articolo 85 disp. att. c.p.p. emesso dalla Procura della Repubblica presso l’intestato Tribunale (mai impugnato dalla difesa); successivamente all’emissione della sentenza della Corte costituzionale n. 58/2018, venuto meno il c.d. “decreto salva—Ilva”, la disponibilità in capo ad Ilva dell’Afo 2 è stata possibile esclusivamente in virtù del decreto della Procura della Repubblica del 7 settembre 2015.

Il secondo è che nell’ìstanza avanzata nell’interesse di Ilva in amministrazione straordinaria, si richiama diffusamente una circostanza già allegata nell’istanza di dissequestro depositata presso la cancelleria del G.u.p. in data 18 gennaio 2019, “ossia che il Custode giudiziario avrebbe errato nel ritenere il decesso di Monicella Alessandro un “incidente rilevante” – come tale soggetto alla disciplina di cui al d.lgs. n. 105/2015 – e non un mero “infortunio sul lavoro”; secondo la prospettazione difensiva, pertanto, la dott.ssa Barbara Valenzano erroneamente avrebbe formulato la prescrizione n. 1) di cui al provvedimento di restituzione ex art. 85 disp. att. c.p.p. del 7 settembre 2015, nonché le prescrizioni n. 2), 4), 5), 7.2) e 7.4)“.

Una visione dunque drasticamente opposta su quel che accadde l’8 giugno di quattro anni fa. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/09/2ex-ilva-la-procura-ferma-laltoforno-2-commissari-e-arcelormittal-chiedono-la-sospensiva4/)

La prescrizione 7.4 su cui le parti non concordano. Il problema della presenza del lavoratore sul campo di colata

Secondo il giudice Maccagnano, la prescrizione n. 7.4) “differentemente da quanto prospettato dalla difesa – non costituisce un intervento sull’impianto in sequestro strettamente condizionato dall’esito dell’“analisi del rischio” di cui alla prescrizione n. 1) bensì pare rappresentare un’innovazione tecnologica dell’Afo 2 autonomamente rilevante ai fini del “Testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”; la documentazione nella disponibilità di questo Tribunale non consente di pervenire a conclusioni diverse“.

A pagina 6 della relazione del Custode giudiziario del 18 agosto 2015 si legge quanto segue: “si evidenzia la necessità di installare un sistema automatico di tappatura del foro di colata, completo di relativa sistema video guidato, e un aggiornamento dlella procedura F5037001 prevedendo che tali operazioni siano eseguite automaticamente da un operatore in remoto e che in caso di disservizi l’operatore sappia precisamente casa fare (come da procedura) evitando di procedere nella modalità ’senza chiedere alcuna autorizzazione’, in quanto tali operazioni possono comportare rischi di ‘esplosioni ed incendio’ (reazione tra ghisa ed acqua) [. . .] si evidenza che l’adozione di misure di prevegione, controllo e automazione del processo in remoto è prioritaria per la prevenzione di incidenti rilevati e per i conseguenti infortuni cui sono sottoposti i lavoratori che operano in particolare nelle aree di altoforno. In particolare, il danno potrebbe essere mitigato dall’utilizzo di sistemi evoluti già nella disponibilità della stessa Paul Wurth”.

Il giudice richiama anche quanto riportato a pagina 21 della relazione del Custode giudiziario del 7 ottobre 2018: “sarebbe utile una miglioria, attuabile, che consenta di ridurre significativamente i rischi per l’operatore, nelle operazioni di caricamento della macchina a tappare. Il rischio a cui è esposto l’operatore è rilevante, atteso che la MAT come visibile dal layout del campo di colata, posizionata sempre nei pressi del foro di colata. L’automazione completa del processo, inflitti, consentirebbe una riduzione dell’emsposizione ai rischi dei lavoratori”.

In questi due passaggi, in pratica, c’è la sintesi dell’incidente che causò la morte dell’operaio Morricella. Ovvero la presenza dell’operatore sul campo di colata dell’altoforno. Le operazioni di presa temperatura della ghisa. Un procedimento che una struttura molto precisa e disciplinata. Che però comporterebbe, secondo quanto relazionato dall’ing. Valenzano, sempre e comunque un rischio per il lavoratore addetto a tali operazioni. Anche qualora tutto venga svolto secondo il protocollo. Da qui la richiesta di effettuare l’intera operazione in remoto, quindi in maniera automatica e meccanica, senza più la presenza dei lavoratori nelle zone più a rischio dell’impianto.

Cosa per l’azienda non può però essere realizzata perché ciò è possibile solo negli altiforni di ultima generazione.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2017/07/14/ilva-morte-operaio-morricella-afo-2-chiesto-rinvio-giudizio-persone/)

Ciò nonostante, Ilva in amministrazione straordinaria, nel 2015, ha commissionato a Paul Wurth uno studio il cui obiettivo era quello “di verificare la possibilità di introdurre ulteriori processi automatizzati nell esecuzione delle attività abitualmente svolte sul campo di colata dell ’Afo 2“. Che in estrema sintesi sostenne quanto seuge: che l’operazione di caricamento della MAT presso l’Afo 2 è intrinsecamente pericolosa; l’installazione di un sistema automatico di caricamento eliminerebbe tout-court siffatto pericolo, invero parzialmente attenuato dall’installazione del “cover traverser”; detta installazione presuppone, per essere effettuata con successo e senza che la cosa comporti “un peggioramento delle condizioni di lavoro e sicurezza del campo di colata e piano tubiere una riprogettazione totale e parziale degli stessi”; l’installazione di un caricatore automatizzato della MAT, pur fattibile, non sarebbe conveniente.

Da ciò il giudice ha desunto che anche lo studio della Paul Wurth si evincerebbe che “la completa automazione di tutte le operazioni destinate a svolgersi presso il campo di colata dell’Altoforno in sequestro eliminerebbe i pericoli connessi all’esposizione dei lavoratori alla ghisa incandescente, così migliorando le loro condizioni di sicurezza“.

Analisi non condivise e rischi non eliminati del tutto

Il giudice Maccagnano evidenzia che l’ing. Valenzano ha evidenziato come “la metodologia di risk analysis adottata da Ilva in amministrazione straordinaria e da Paul Wurth, non è adeguata al caso di specie“. Secondo il custode giudiziario infatti, un altoforno va considerato come un impianto a rischio di incidente rilevante, cosa che invece per Ilva in AS e Paul Wuth un altoforno non è. Differenza di non poco conto visto che le procedure di sicurezza europee cambiano radicalmente perché rispondono a norme di direttive europee differenti.

Inoltre, la Valenzano nella sua relazione ha ricordato che il 20 giugno 2017 il Comitato tecnico regionale ha puntualizzato che “nell’esperienza operativa prodotta dal Gestore non si è fatto alcun riferimento all’incìdente occorso l’8 giugno 2015 presso il piano di colata dell’Afo 2“. Nella relazione dell’8 ottobre 2018 sempre a firma della Valenzano si dà altresì atto che “le ulteriori informazioni richieste dalla medesima Commissione non sono state fornite dal gestore perche’, avrebbe motivato, ancora in corso d’indagine da parte dell’Autoritàgiudiziaria”.

Infine, “l’inadempimento alla prescrizione n. 1) ha comportato, ex plurimis, l’omessa quantificazione della “riduzione del rischio” in rapporto ad un livello di “accettabilità” (così il Custode giudiziario a pagina 8 della predetta relazione).

Tutto ciò ha portato il giudice Maccagnano a ritenere che “lo scenario delineato dal Custode giudiziario nella relazione dallo stesso depositata in data 8 ottobre 2018 – nonche’, più specificamente, nei brani appena riportati – impone a questo Tribunale di rilevare che consentire ad Afo 2 di marciare nel futuro prossimo, de facto equivarrebbe a permettere al titolare di tale asset di condurre un impianto industriale ‘al buio’, così accettando rischi imponderabili in relazione ai quali, allo stato, non pare possibile neppure fissare soglie di accettabilità conformi alla normativa vigente“. Pertanto “le esigenze cautelari sussistenti nel caso di specie sarebbero evidentemente frustrate ove si consentisse ancora lo svolgimento di attività d’impresa presso l’Afo 2, e ciò in quanto i lavoratori ivi operanti sarebbero ancora esposti al rischio di verificazione di eventi dello stesso tipo di quello occorso a Monicella“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/08/01/spegnimento-afo2-arcelormittal-approfondiamo-quel-che-deriva-su-operativita-stabilimento/)

Le deduzioni finali del giudice Maccagnano

Ne consegueche nella disponibilità di questo Giudice non sussistono informazioni tali da far comprendere come sino alla spirare del termine di 150+30 giorni (6 mesi in totale) stimato necessario dalla difesa per consentire ad Ilva in AS di adempiere alle prescrizioni n. 1), 2), 4), 5), 7.2) e 7.4) sino al minor termine di 120 giorni alla cui concessione ha acconsentito la Procura – le residue (e gravi) esigenze cautelari possano essere compatibili con lo svolgimento di attività d’impresa presso l’impianto in sequestro“.

D’altra parte, sottolinea ancora il giudice, “l’adempimento della prescrizione 7.4) non presuppone una “valutazione del rischio” da svolgersi in ossequio al d.lgs. n. 105/2015 ma consiste in un aggiornamento del processo produttivo proprio dell’Afo 2 da condursi “in relazione al grado di evoluzione della tecnica della prevenzione e della protezione”: al precetto de quo, pertanto, dovrebbe prestarsi ossequio immediatamente, e non oltre un termine di 150 o di 120 giorni“.

Inoltre, il giudice evidenza come nè le prescrizioni imposte nè il rigetto dell’istanza di dissequestro dello scorso gennaio, siano mai state impugnate da Ilva in AS: “Tutto ciò, inevitabilmente, comporta il formale consolidamento del grave quadro cautelare configurabile nel caso di specie e, correlativamente, il rigetto della richiesta della facoltà d’uso dell’Afo 2, ictu oculi incompatibile con le esigenze preventive ad oggi configurabili“.

Infine, nell’ordinanza si legge che “né la difesa né la Procura nel sopra menzionato parere hanno prospettato specifiche modalità attraverso le quali la misura cautelare reale cui è sottoposto Afo 2 potrebbe svolgersi in maniera meno invasiva“. Neppure le parti “hanno debitamente fatto presente come la prosecuzione dell’attività d’impresa presso l’altoforno in sequestro – nei prossimi sei o quattro mesi – potrebbe svolgersi senza che ciò vanifichi gli effetti e le finalità della misura cautelare applicata e, in ultima istanza, finisca per neutralizzare le esigenze cautelari sulla permanenza del1e quali inevitabilmente si fonda l’ordinanza reiettiva dell’istanza di dissequestro proposta in data 18 gennaio 2019 al G.u.p. presso l’intestato Tribunale“. Pertanto, “la facoltà d’uso dell’Afo 2 richiesta dalla difesa di Ilva in amministrazione straordinaria, pur correlata all’adempimento delle residue prescrizioni dettate dal Custode giudiziario ormai quattro anni fa, altro non sarebbe, allo stato, che una sorta di surrogato del disposto dell’articolo 3 del decreto legge n. 92 del 4 luglio 2015 (c.d. “decreto salva-Ilva”), nonché degli articoli 1, co. 2 e 21-ocries della Legge n. 132 del 6 agosto 2015“.

Ciò posto, allo stato, “per quanto specificamente concerne il caso di specie, deve ritenersi che la vigenza delle disposizioni precluda di ritenere che le attuali condizioni di Afo 2 e le (carenti) valutazioni di rischio compiute in ordine a tale impianto – così come dettagliatamente descritte nella relazione del Custode giudiziario dell’8 ottobre 2018 – siano tali da ricondurre l’uso dell’altoforno in sequestro ad un’“area di rischio consentito” riconosciuta dall’ordinamento giuridico“.

(leggi gli articoli su Afo 2 https://www.corriereditaranto.it/?s=afo+2&submit=Go)

Condividi:
Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Commenta

  • (non verrà pubblicata)