Mitilicoltura: anni di indifferenza e ritardi

 

La sigle della categoria critiche verso la Regione: "Perchè il secondo seno del Mar Piccolo non è ancora in classe A?"
pubblicato il 30 Luglio 2019, 13:33
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8 anni fa sulle produzioni mitilicole del primo seno del Mar Piccolo di Taranto venivano posti vincoli sanitari che da allora hanno bloccato la produzione. Uno ‘stop’ che ha messo in ginocchio la mitilicoltura tarantina, determinando una prolungata situazione di crisi a fronte della quale non sono stati attivati gli opportuni percorsi che avrebbero potuto risollevare il settore.

In particolare da parte della Regione Puglia non si sono registrati atti concreti di attenzione, malgrado i ripetuti incontri e tavoli tecnici dove si erano ipotizzate iniziative di sostegno alla mitilicoltura tarantina , finalizzate al superamento della fase di emergenza sanitaria e calamità naturale e che prevedevano l’avvio di attività di formazione degli operatori, qualificazione e riorganizzazione dei sistemi di produzione e marketing.
Quanto alla constatata impossibilità della mitilicoltura jonica di poter accedere alle risorse dei fondi comunitari per la pesca GAC, si era valutato di individuare una linea di intervento ad hoc che naturalmente non è stata messa a punto.

Ciò è quanto dichiarano i presidenti delle organizzazioni provinciali: di Agci Pesca, Emilio Palumbo; Lega Pesca, Cosimo Bisignano; Confcommercio, Leonardo Giangrande (con il referente di settore Cosimo D’Andria), in una lettera all’indirizzo del presidente della Regione, Michele Emiliano.

Ma il fatto più grave – rimarcano le associazioni – è che gli operatori attendono da circa 2 anni la classificazione (in classe A) delle acque del secondo seno del Mar Piccolo, perché da circa 24 mesi la ASL di Taranto ha certificato – attraverso una costante attività di analisi a campionamento – il ricorrere di condizioni che consentirebbero tale classificazione. Tuttavia, inspiegabilmente , l’Ufficio Veterinario regionale non ha ancora adottato il provvedimento. Tale situazione determina non solo l’aggravio di costi per la depurazione del prodotto, ma impedisce l’avvio di una campagna di comunicazione che consenta di rilanciare l’immagine della cozza tarantina, sempre e solo associata alla situazione di criticità del primo seno.

Un ritardo inammissibile e colpevole che evidenzia indifferenza per un settore produttivo tradizionale con profonde radici nel tessuto economico locale.
Su queste problematiche le organizzazioni di categoria chiedono un tavolo di confronto regionale che consenta di individuare un serio percorso di rilancio del settore nel quale si affrontino prioritariamente la problematica della classificazione delle acque, della regolamentazione dei regimi concessori e della infrastrutture necessarie per la realizzazione dei punti di sbarco.

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