ArcelorMittal ha fretta. Stop da sindacati e lavoratori

 

Troppo poco minerale: chiesto ai lavoratori di tornare a lavoro sul II sporgente. Sindacati vogliono ARPA e SPESAL. I gruisti fanno muro
pubblicato il 29 Luglio 2019, 21:58
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ArcelorMittal Italia prova a stingere i tempi per tornare quanto prima a scaricare minerale presso il II sporgente del porto di Taranto, in concessione all’ex Ilva. Il IV sporgente infatti, oltre ad essere fuori uso per le tre gru gravemente danneggiate, è ancora sotto sequestro dopo l’incidente che lo scorso 10 luglio costò la vita all’operaio Cosimo Massaro. E così, nella riunione di questa mattina con le Rappresentanze dei lavoratori per la sicurezza (Rls) di Fim, Fiom e Uilm, l’azienda ha mostrato le certificazioni sulla sicurezza dello scaricatore continuo a tazze chiamato ‘CSU 1’ (che consente di scaricare i materiali – fossili e minerali direttamente dalla nave al nastro trasportatore), in dotazione al reparto Impianti Marittimi (Ima) del secondo sporgente. Certificazioni che portano il nome di due diverse società esterne accreditate anche presso diversi enti, come ad esempio ARPA Puglia.

Non solo. Perché l’azienda ha anche chiesto direttamente ai lavoratori di tornare a lavorare già nel turno di questa notte, visto che sino ad oggi gli stessi si recavano sul posto di lavoro soltanto la mattina. Inoltre, sempre nella riunione odierna con le Rls l’azienda ha informato gli stessi di aver predispoto già 21 turni.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/27/il-futuro-del-porto-di-taranto-tra-yilport-arcelormittal-e3/)

A questo punto però, l’azienda ha dovuto fare i conti con le richieste dei sindacati, oltre che degli stessi lavoratori. Che pretendono la presenza di certificazioni di sicurezza direttamente da parte degli enti preposti al controllo, come ARPA Puglia e SPESAL. Dunque, una sorta di doppia certificazione affinché venga esclusa del tutto anche la più remota possibilità che si possano verificare nuovamente incidenti di sorta presso il II sporgente.

Le Rls hanno inviato infatti una denuncia con richiesta di intervento urgente ad Arpa Puglia e Spesal (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Asl) sollecitando controlli sullo scaricatore continuo CSU1, per verificare “se sussistono tutte le condizioni di sicurezza rispetto alla sua esercibilità“. I sindacati ritengono infatti che dopo l’incidente mortale sul lavoro del 10 luglio scorso, tutte le “verifiche e in ultimo il nulla osta a mettere in esercizio le stesse macchine, debbano essere effettuate e certificate da un Ente ispettivo e non soltanto da aziende certificate“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/29/ex-ilva-i-gruisti-del-reparto-ima1-senza-sicurezza-non-saliremo-piu-sulle-gru/)

Dunque al momento resta tutto fermo. Anche a fronte della presa di posizione dei gruisti IMA 1, che hanno reso nota la loro posizione attraverso un lungo e importante comunicato stampa. Nel quale presentano all’azienda una serie di rischieste da soddisfare prima di risalire sulle gru e tornare a lavoro. Del resto, l’approvvigionamento della materie prime procede a rilento (appena 10mila tonnellate giornalieri a fronte delle 30mila necessarie per mantenere il livello di produzione costante) e soltanto grazie all’accordo commerciale con la Italcave, che scarica il minerale per conto di ArcelorMittal sulla banchina pubblica del Molo Polisettoriale (che domani tornerà privata con la firma della concessione demaniale marittima alla holding turca Yilport da parte dell’Autorità Portuale di Taranto).

Ed una nave con 40.000 tonnellate di minerale, secondo le nostre fonti, è pronta per scaricare ed aspetta soltanto l’ok. Che probabilmente tarderà ad arrivare. Perché questa volta nessuno potrà ancora una volta soprassedere con troppa superficialità sulla questione sicurezza. E perché i lavoratori sembrano aver preso finalmente coscienza che vengono prima i loro diritti, e poi le esigenze dell’azienda.

Staremo a vedere quello che accadrà.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/13/2quel-che-resta-di-una-gru-e-della-sua-fabbrica/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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