Hong Kong si ribella alla Cina

 

Sembra un problema lontano, ma ha fattori destabilizzanti noti anche dalle nostre parti
pubblicato il 23 Luglio 2019, 10:18
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Sembra un problema lontano, ma ha fattori destabilizzanti noti anche dalle nostre parti. Nel 1997 ero presente a Hong Kong inviato da Rainews 24, ricordo una giornata di pioggia, il presidente cinese di allora Jan Zemin e il il governatore di Hong Kong che firmavano il nuovo documento sulla autonomia dell’ex colonia britannica, dopo che l’Inghilterra aveva preso la città in affitto per 99 anni. In quel contesto anche la città di Macao in seguito passò alla madre Cina.

In quegli anni ero spesso in oriente, dal 1983 mi occupavo della modernizzazione della Cina, viaggiavo molto con tutti i mezzi negli interni e nelle regioni costiere, cercando di capire le differenze tra i popoli dell’interno e quelle delle città costiere. Hong Kong è una città verticale, fatta di edifici finanziari e dormitori, 8 milioni di abitanti appartengono a varie etnie di origine indocinese e dell’estremo oriente, un miscuglio di usi e costumi differenti ma che hanno in comune la volontà di rimanere indipendenti dalle autorità cinesi, perché loro di fatto sono il risultato di un educazione e cultura europea e limitatamente cinese e quindi con poca filosofia confuciana o buddista. Le violenze di 430.000 giovani vestiti di nero, in questi giorni non mi hanno stupito anche perché pochi conoscono questa realtà non tutta legale, il governo cinese vuole instaurare la possibilità di estradizione per personaggi legati a diverse concezioni democratiche opportunistiche, ma anche da attività criminale, perché non dimentichiamo che le mafie orientali sono le più numerose e violente. Infatti molti manifestanti appartengono alle triadi cinesi, hanno paura di essere giudicati in un tribunale cinese. La violenza delle manifestazioni deriva anche da questo fattore.


Ho avuto modo di constatare i comportamenti durante i fatti rivoluzionari di piazza Tien an men nel giugno 1989 a Pechino, mentre a Hong Kong notavo reazioni molto differenti, lo stesso capitava nell’isola di Taiwan. Questa ondata di proteste violente di queste ultime settimane hanno più volte paralizzato parte del distretto finanziario costringendo più volte alla chiusura di negozi e uffici pubblici.
Questa situazione sta innescando la fuga di investitori e risparmiatori verso Singapore, la città-stato situata sulla penisola malese, una situazione che non fa bene anche alla Cina. Un contenzioso che durerà a lungo, perché oramai la differenza di cultura è distante anni luce e rischia di diffondersi a macchia d’olio, tra gli slogan urlati da questi giovani, quella della rivoluzione del secolo, se il Partito Comunista cinese non ritirerà la legge sulla estradizione dei dissidenti e i colpevoli di reati secondo i codici cinesi: la protesta potrebbe degenerare in una grave crisi come quella 1989, staremo a vedere.

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