Accordo Italcave-ArcelorMittal: il minerale è ‘salvo’

 

Da due giorni utilizzata la banchina commerciale pubblica in concessione all'azienda di rifiuti. Oggi assemblea dei gruisti
pubblicato il 22 Luglio 2019, 10:42
5 mins

Lo avevamo scritto venerdì che i contatti fossero già stati avviati e si stesse cercando una soluzione, esattamente come accadde nel 2012. Secondo le informazioni che eravamo stati in grado di recuperare, vi era stata una prima riunione tra le parti, ma si era ancora in una fase preliminare della discussione e del vaglio delle proposte. Evidentemente, la situazione si deve essere subito sbloccata, visto quando sta accadendo dalla giornata di sabato presso la banchina pubblica del Molo Polisettoriale del porto di Taranto.

Dove la nave Diana Shipping carica di minerale per l’ex Ilva è stata dirottata essendo il IV sporgente del porto di Taranto fuori uso, oltre che sotto sequestro. Lì, al Molo Polisettoriale presso la banchina commerciale pubblica (ma lo sarà ancora per poco visto che a breve sarà firmata la concessione tra l’Autorità Portuale e la holding turca Yilport per l’utilizzo della stessa per i prossimi 49 anni, con possiibilità di altri 35), opera la Italcave SpA. Che ha in concessione l’utilizzo di una banchina commerciale, dove svolge, prevalentemente, attività di scarico ed occasionalmente di carico di merci e materiali, anche, polverulenti.

Quello che sta avvenendo è stato possibile attraverso un accordo tra le due aziende private. Che a quanto ci è dato sapere non deve essere autorizzato dall’Autorità Portuale. E’ indubbio, o almeno ce lo auguriamo fortemente, che tutte le autorità preposte al controllo della legge siano state per tempo allertate e avvisate. Così come tutti gli entri preposti al controllo del rispetto delle norme ambientali e delle tutele sul lavoro.

(leggi il nostro articolo sulla situazione degli sporgenti del porto in concessione all’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/2019/07/19/ex-ilva-il-porto-e-fuori-uso-in-aiuto-lauthority/)

Ed è attraverso le gru semoventi a benne, che operano su ruote e che sono molto più piccole di quelle che utilizza l’ex Ilva agli sporgenti II e IV (basti pensare che una benna dell’Ilva è capace di prelevare ogni volta 35 tonnellate di minerale), che è iniziato il lungo lavoro per scaricare la stiva carica di minerale della Diana Shipping. Attraverso poi l’utilizzo di decine di camion, il minerale viene portato dentro il siderurgico.

Discorso diverso è quanto sta avvenendo lì sulla banchina. Certamente l’area non è preposta per uno scarico massivo di quel genere di materiale. E chi lì ci opera ci ha fatto sapere che la situazione ambientale non è delle migliori. Nè al momento sappiamo quali accortezze e precauzioni si stanno attuando.

Secondo le fonti in nostro possesso, tutti i camion sarebbero coperti, onde evitare almeno lo spolverio del minerale sul tratto di strada che intercorre tra il Molo Polisettoriale e l’area del siderurgico. Una soluzione tampone, come avevamo scritto già venerdì scorso, in quanto dopo l’incidente mortale dello scorso 10 luglio, con il IV sporgente sotto sequestro e fuori uso ed il II sporgente con diversi danni (ma in quest’ultimo ci si occupa di carbone e loppa), ogni giorno arrivavano nei parchi minerali della ArcelorMittal non più di 10mila tonnellate di minerale verso l’area altiforni, al netto delle 30mila giornaliere per la produzione di ghisa.

Infine un aggiornamento sui gruisti che operano al II e IV sporgente in concessione al siderurgico. Questo pomeriggio, alle 15,30, è in programma una riunione tra tutti i lavoratori, al temine della quale dovrebbe essere stilato un verbale di assemblea o comunque un comunicato stampa, all’interno del quale faranno conoscere la loro posizione attuale e futura.

Come riportato sempre venerdì scorso infatti, dato prioritario e da non sottovalutare, i lavoratori dell’area, in tutto una cinquantina, al momento mantengono ferma la loro posizione di non voler più salire su quelle gru, perché da anni ritenute non più sicure, avendo terminato il loro ciclo di vita. Risalibbero soltanto su delle gru nuove e non rattoppate alla meno peggio.

Sempre i lavoratori dell’area IMA1, negli ultimi giorni hanno inoltre posto all’attenzione dell’azienda e dei sindacati un altro aspetto da non sottovalutare: ovvero il fatto che la loro esperienza suggerisce che manovrare gru da 60 metri ed oltre con un sistema remoto da terra per scaricare il minerale, non è fattibile. Il gruista ha bisogno di avere sotto la sua osservazione l’intera nave e la sua stiva per poter operare al meglio. Cosa che con una strumentazione elettronica, seppur tecnologicamente all’avanguardia, non avverrebbe.

Vedremo oggi cosa verrà fuori dall’assemblea dei lavoratori.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/13/2quel-che-resta-di-una-gru-e-della-sua-fabbrica/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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