La mappa del crimine a Taranto

 

La Direzione Investigativa Antimafia ha presentato al Parlamento il rapporto sulle mafie del secondo semestre del 2018
pubblicato il 19 Luglio 2019, 22:03
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La Direzione Investigativa Antimafia ha elaborato il rapporto del secondo semestre del 2018 consegnato al Parlamento.
Nell’ambito della provincia tarantina, rispetto ai sodalizi operanti nella provincia di Lecce ed in quella di Brindisi, il panorama criminale presenta connotazioni differenti soprattutto in relazione alla capacità delle consorterie di condividere, in maniera apparentemente pacifica, le attività illecite e il controllo del territorio.
Nella provincia di Taranto, la fase di quiete criminale, già registrata nel precedente semestre, potrebbe, in prospettiva, essere minata dalla scarcerazione di alcuni elementi di spicco della criminalità organizzata che, tornati in libertà, potrebbero riorganizzarsi e stabilire nuove alleanze.
Come per il passato, questo patto di non belligeranza non avrebbe comunque impedito il concretizzarsi di episodi intimidatori e di ritorsione. Nella città di Taranto, alle figure criminali storiche si affiancano diverse, nuove formazioni delinquenziali, molte delle quali a connotazione mafiosa, desiderose di ritagliarsi autonomi e maggiori spazi di manovra nei traffici di droga e nelle estorsioni.
In tale quadro vanno anche inquadrati i numerosi rinvenimenti e sequestri di armi e munizioni effettuati in città, custoditi a volte da incensurati, anche a dimostrazione della fitta rete di fiancheggiatori a disposizione della criminalità organizzata tarantina.
Passando alla mappatura criminale del territorio, si evidenzia come i sodalizi del capoluogo jonico insistano, in linea di massima, in corrispondenza dei quartieri o dei rioni della città. Più precisamente, i Pizzolla e i Taurino controllano la Città Vecchia; i Catapano e i Leone sono presenti nei quartieri di Talsano, Tramontone e San Vito; i Ciaccia ed i Modeo sono attivi invece nel quartiere Paolo VI e Borgo, dove si segnala anche il clan Diodato; i Sambito operano nel quartiere Tamburi e gli Scarci nel quartiere Salinella.


Nel variegato scenario criminale tarantino, pur cercando spazi di autonomia nella gestione delle illecite attività, i gruppi criminali non sembrano in grado, al momento, di scalzare il potere acquisito dai clan storici della mafia tarantina (D’Oronzo-De Vitis, Ricciardi, Cesario, Cicala, Pascali e Di Pierro), tutti capeggiati da soggetti dotati di una elevata caratura criminale.
Le evidenze investigative hanno confermato come il traffico di sostanze stupefacenti, il racket delle estorsioni, le rapine e l’usura continuino a rappresentare le principali fonti di reddito di tutti gli agglomerati criminali del circondario jonico. In particolare, il settore degli stupefacenti, al pari di quello delle estorsioni, viene gestito, in alcuni casi anche dalle carceri, per lo più dai vecchi boss, con proventi che vengono sia reinvestiti, che utilizzati per il sostentamento delle famiglie dei detenuti.
In questo contesto, numerosi sono gli arresti e i sequestri di stupefacenti operati dalle Forze di polizia, spesso rinvenuti nella disponibilità di incensurati e minorenni. L’operazione “Bazar” ha fatto luce su una intensa attività di spaccio, presso il quartiere Città Vecchia di Taranto, che si concretizzava in maniera “continuativa con distribuzione di ruoli e con turnazioni quotidiane attuate in modo da non interrompere mai l’attività illecita”.
Gli esiti investigativi dell’operazione “Plinio” hanno, invece, fatto emergere delle significative collaborazioni tra gli indagati, che hanno “dimostrato di agire in perfetta sinergia sia nell’attività di spaccio che in quelle collaterali e utili per il successo della prima (con l’intimidazione dei “cattivi pagatori”) e di essere perciò inclini ad un mutuo soccorso…”.
Nei territori di provincia, i sodalizi Locorotondo e Caporosso-Putignano esercitano la loro azione criminale nei territori dei comuni del versante nord-occidentale che insistono sulla Terra delle Gravine. Nel versante sud-orientale si conferma il sodalizio dei Cagnazzo, con epicentro a Lizzano.


Le estorsioni – reato spia di una presenza mafiosa – hanno interessato tutta la provincia jonica, in molti casi attuate con la nota tecnica del “cavallo di ritorno”. Significativa della diffusione del fenomeno è stata l’operazione “500 Cash”, che ha permesso di smantellare un’associazione per delinquere finalizzata al furto di autovetture, alla ricettazione e, appunto, alle estorsioni. Singolare la pervicacia e il modus operandi dei componenti del sodalizio, “attivissimi nel progettare ed eseguire furti di auto quotidianamente, nelle ore notturne o in pieno giorno, da soli o con l’ausilio dei complici e nel trasferire altrove i veicoli rubati per estrapolare dagli stessi pezzi di ricambio da rivendere e/o per attività di riciclaggio previa alterazione dei contrassegni identificativi”.
Anche nella provincia in esame si colgono forme di ingerenza di una mafia imprenditrice, interessata ad infiltrarsi nel tessuto economico e sociale, in particolare nella gestione dei centri scommesse, delle slot machine e video-lottery e nel controllo del mercato ittico. Emblematico di questa infiltrazione è un provvedimento interdittivo antimafia emesso dalla Prefettura di Taranto, nei confronti di un’impresa il cui amministratore unico e rappresentante legale, ritenuto contiguo al clan Putignano, aveva architettato un sistema illecito finalizzate all’evasione delle imposte sui redditi e dell’Iva.

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