Quel che resta di una gru. E della sua fabbrica

 

La ricostruzione più veritiera di quanto accaduto mercoledì. Lo stato degli impianti di una fabbrica che rischia l'implosione
pubblicato il 13 Luglio 2019, 13:59
29 mins

Di fronte alla morte di un essere umano, il rispetto e il decoro imporrebbero un assoluto silenzio. Se poi ci si trova di fronte al dramma di un corpo ancora da recuperare e da poter piangere, oltre al silenzio la coscienza dovrebbe imporre qualche azione più seria e risoluta. Forse, sommessamente evidenziamo che lo sciopero dei sindacati metalmeccanici non andava sospeso del tutto. O se proprio sospensione doveva essere, sarebbe stato il caso che tutti i lavoratori (tranne quelli utili alla sicurezza degli impianti) restassero a casa o fuori i cancelli del porto in attesa del recupero del corpo di un loro collega. Di un compagno, di un amico. O, se volete, di un essere umano. Ma forse questa è pura utopia. E siamo noi ad elaborare pensieri di natura estranea alla società e al mondo del lavoro odierno.

Ed allora forse, il modo migliore per rendere omaggio a quel corpo sepolto nel mare a decine di metri di profondità, è quello, da parte nostra, di tentare di raccontare come sempre la verità dei fatti, ricostruendo cosa sia realmente accaduto intorno alle 19.30 di mercoledì sera al IV sporgente del porto di Taranto. A quello che si poteva fare e a quello che probabilmente non è stato fatto. Non solo mercoledì scorso, ma mesi e anni addietro.

Lo faremo attraverso le nostre forti certe e non per voci o sentito dire. Lo faremo scrivendo delle verità che a molti non piaceranno, ma anche questa volta ce ne faremo una ragione. E soprattutto scriveremo cosse che quasi nessuno al momento ha avuto il coraggio di dire e scrivere con chiarezza.

Non saremo di certo noi ad indicare eventuali colpevoli, perché non spetta a noi farlo: c’è un’inchiesta in corso da parte della magistratura che sicuramente farà chiarezza su ruoli, compiti ed azioni. La speranza è che almeno questa volta non si lasci da soli i parenti della vittima a seguire un iter giudiziario lungo e complesso, che porterà tra anni ad una sentenza di un evento che forse in pochi distrattamente ricorderanno.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/10/tempesta-di-vento-cade-gru-ce-un-disperso11/)

Le tante verità sulle gru del IV sporgente: punto uno, i bollettini meteo e l’accordo tra lavoratori, sindacati e azienda

La prima domanda a cui bisogna rispondere e che in molti si stanno ponendo negli ultimi giorni, è perché i tre lavoratori delle gru denominate ‘DM6’, ‘DM8’ e ‘DM5’ del reparto IMA1 del IV sporgente del porto di Taranto, nella serata di mercoledì erano ad oltre 60 metri di altezza a lavorare, prelevando il minerale da una nave, nonostante le condizioni meteo fossero andate peggiorando sempre più velocemente nel corso del pomeriggio.

Il perchè è presto detto. Dopo il tragico evento del 28 novembre 2012, quando un tornado colpì la zona industriale di Taranto e il comune di Statte, causando la morte del gruista Francesco Zaccaria la cui cabina fu spazzata via, lavoratori, sindacati e azienda addivenirono ad un accordo che prevede di assumere decisioni sul far salire o meno i lavoratori sulle gru, a seconda dei bollettini meteo emessi dalla Protezione Ciivile. Qualora l’allerta annunci vento di burrasca con colore giallo, i lavoratori possono salire sulle gru e lavorare. Se invece il bollettino prevede vento ‘forte’ di burrasca (con colorazione che procede dall’arancione al rosso), i lavoratori restano a terra per svolgere attività di retrobanchina. Prima di quest’accordo, in caso di condizioni meteo avverse spesso e volentieri venivano semplicemente mandati a casa per ‘ferie’.

Secondo i due bollettini meteo di mercoledì 10 luglio da noi consultati (oltre che da altri lavoratori e sindacati) l’allerta meteo della Protezione Civile ha sempre segnalato allerta gialla. L’indagine avviata dalla Procura di Taranto, sta però verificando se tutti i bollettini meteo indicassero la stessa allerta e se quindi il violentissimo nubifragio abbattutosi nella prima serata di mercoledì su Taranto con folate di vento che hanno raggiunto i 120 kmh, non sia stato effettivamente previsto nemmeno dalle autorità preposte.

Detto ciò, i lavoratori che operano sulle gru del IV sporgente del porto di Taranto, hanno delle istruzioni ben precise in caso di condizioni meteo avverse. Chi opera sulle due gru chiamate ‘DM 5’ e ‘DM6’, qualora l’anemometro segnali raffiche di vento dai 60 kmh in su, ha l’obbligo di lasciare la cabina, andare a passerella, attivare il freno meccanico alla cabina, far scattare il blocco emergenza e scendere. Per la ‘DM8’ invece, la stessa operazione va fatta se l’anemometro segnala vento dai 72 kmh in poi.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/11/operaio-disperso-ricerche-ancora-in-corso/)

Punto due: i problemi strutturali della cabina e del braccio della gru ‘DM5’

A questi tecnicismi però, si lega la seconda (che in realtà è la prima per importanza) domanda: perché il lavoratore Cosimo Massaro che operava sulla gru ‘DM5’ (la stessa sulla quale lavorava Francesco Zaccaria il 28 novembre 2012) non è riuscito a tornare indietro con la stessa velocità degli altri due colleghi che erano sulle gru ‘DM6’ e ‘DM8’, salvandosi anch’egli la vita?

Il motivo (che lì al IV sporgente conoscono tutti) anche qui è, ahinoi, presto detto.

La cabina della gru ‘DM5’, sin dal suo ‘ripristino’ nel 2014, è stata sempre più lenta nei movimenti rispetto alle altre. E non di poco. Per fare le stesse operazioni delle altre due gru, in pratica ci metteva il doppio del tempo. Questo perché, secondo tutte le fonti da noi consultate, dopo la tragedia del 2012 alla gru ‘DM5’ fu sostituita soltanto la cabina (che si staccò dalla struttura trascinando così in mare il giovane Zaccaria), senza che venissero attuati nel corso del tempo altri lavori di manutenzione. La problematica della poca velocità della cabina, pare sia stata sempre segnalata dai lavoratori all’azienda (capi turno, capi reparto e capi area) ed ai sindacati attraverso varie denunce (la maggior parte delle quali se non tutte verbali), ma la risposta aziendale sarebbe sempre stata quella di non essere in grado di risolvere quella problematica.

Essendo più lenta delle altre, spesso negli ultimi 5 anni, la cabina della gru ‘DM 5’ in situazioni di vento forte si ancorava al binario di scorrimento bloccandosi ed impedendo al lavoratore di tornare indietro. Tecnicamente quindi, la cabina aveva un problema di traslazione.

Secondo la ricostruzione delle nostre fonti, è esattamente quello che è accaduto anche mercoledì sera. La cabina all’interno della quale si trovava il lavoratore Massaro si sarebbe bloccata mentre scorreva all’indietro. Dunque, l’anomalia di cui si parla in queste ore, non è dovuta solo e soltanto ai venti che andavano ad una velocità doppia del previsto, ma soprattutto ad un problema conosciuto e mai risolto da anni.

Come non bastasse, sempre dalle informazioni da noi raccolte, la ‘DM5’ pare avesse anche un altro problema: ovvero l’impossiblità di movimentare il braccio, che per una gru portuale è fondamentale nella fasi di ormeggio e disormeggio, in quanto deve essere tutto sollevato verso l’alto e con le emergenze previste inserite. Anche questo elemento era a conoscenza di lavoratori, sindacati e azienda. Ma a quanto pare anche in questo caso nulla sarebbe stato fatto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/12/ex-ilva-confronto-dal-prefetto-le-richieste-dei-sindacati-in-vista-del-vertice-romano2/)

Punto tre: cosa è accaduto nei momenti concitati della serata di mercoledì 10 luglio

Quando il tempo è iniziato a peggiorare, è partito l’ordine ai tre gruisti di scendere dalle rispettive gru. I due lavoratori della ‘DM6’ e della ‘DM8’ sono riusciti a scendere appena in tempo. La cabina della ‘DM5’ dove si trovava Massaro si sarebbe bloccata a metà strada senza più ripartire. A quel punto il 40enne sarebbe stato preso dal panico, soprattutto perché non voleva scendere dalla gru visto il vento sempre più intenso, con il rischio di essere trascinato via.

Allora, ripensando a quando accaduto all’amico e collega Zaccaria, secondo le testimonianze in nostro possesso, avrebbe deciso di lasciare la cabina e rifugiarsi nella sala motori (detta sala argani) della gru: il ragionamento aveva una sua logica. Visto che nel 2012 il tornado aveva sradicato dalla gru la cabina trascinandola in mare insieme al collega, trovare riparo nella sala motori della gru, lo avrebbe salvato. Ma quando è arrivata la folata di vento a 120 kmh, la struttura della gru ha ceduto spezzandosi, precipitando in mare e inabissandosi nello specchio di mare adiacente la banchina, portando con se Massaro e la sua speranza di salvarsi: a restare sui binari sono rimaste solo le carrelliere.

Ecco perché, quasi certamente, i soccorritori attualmente ancora al lavoro per provare ad avvicinarsi alla cabina individuata a 20 metri di profondità, al suo interno non troveranno il corpo senza vita di Massaro. Bisognerà, forse, cercarlo nella sala motori: nella speranza che il vento e il mare non l’abbiano trascinato via ancora più in profondità. E che i motori da un lato e la natura dall’altro, abbiano avuto pietà del suo corpo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/11/incidente-mortale-capitaneria-di-porto-cedimento-a-catena-di-tre-gru/)

Punto quattro: il vero stato di manutenzione delle gru. E la realtà in cui operano i lavoratori e l’azienda

La terza domanda, forse la più crudele e raggelante, è quale sia l’attuale stato di manutenzione delle gru del IV sporgente. Detto dei problemi della ‘DM5‘ (dalla quale nell’agosto del 2017 cadde una puleggia di enormi dimensioni che solo per puro caso non causò altre vittime), la ‘DM1’ attualmente resta l’unica a poter operare. La ‘DM2’ è da tempo in fase di demolizione (dopo che nel settembre del 2017 sotto sollecitazione dei lavoratori prima e dei sindacati poi, ne si decise la fermata viste le numerose anomalie tecniche e strutturali), mentre la ‘DM3’ è stata demolita tempo addietro.

La ‘DM7’ invece, collassò su stessa portando con sè altri due lavoratori (per fortuna senza gravi conseguenze) la sera dell’11 dicembre 2014. Per terminare le operazioni di recupero dell’intera struttura (se ne occupò la società Micoperi) ci vollero quasi 2 anni.

Senza dimenticare il blackout elettrico che si verificò sempre nel dicembre del 2014, per un guasto alla cabina elettrica che alimenta il secondo e il terzo sporgente del porto di Taranto in concessione all’Ilva. A causa di quel guasto, per due pomeriggi di seguito i lavoratori, recuperati dai Vigili del fuoco in entrambe le occasioni, erano rimasti bloccati sulle gru a 60 metri di altezza per quasi due ore. A seguito di quell’incidente fu deciso di far installare sui mezzi batterie di riserva che entrano in funzione in caso di black out.

Nel maggio 2017 invece, ARPA Puglia dispose il fermo della gru C.M. 14/Bis nel molo Ovest. Le RLS e RSU di USB avevano denunciato che la gru, che scorre su binari ed è dotata di fine corsa anticollisione a microonde verso altre gru scorrenti sulle stesse vie di corsa, durante la sua messa in funzione, evidenziava delle forti vibrazioni della cabina. Durante il sopralluogo i tecnici, dopo aver effettuato una serie di prove, confermarono quanto denunciato, evidenziando anche delle sfasature di calibrazione della corona e del pignone, segno di un cattivo stato di conservazione ed efficienza.

Poco più di un anno fa invece, nel maggio 2018, sempre sullo stesso sporgente si verificò un altro incidente mortale. A perdere la vita in quella circostanza fu Angelo Fuggiano, dipendente di una ditta dell’appalto. Insieme ad alcuni colleghi stava sostituendo la fune alla gru ‘DM6’ ferma per manutenzione, quando la carrucola che stava utilizzando si è staccò dall’alloggiamento, colpendo con violenza il 28enne alla spalla. Vani i soccorsi, seppure immediati: l’operaio morì poco dopo.

Senza dimenticare, ovviamente, il duplice infortunio mortale che si verificò all’Ilva il 12 giugno del 2003. Nell’incidente morirono Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, due giovani operai originari rispettivamente di San Marzano e Fragagnano. Gli operai furono travolti e uccisi da una delle gru, con il ferimento di altri 12 lavoratori. Inoltre, il braccio staccatosi dalla gru finì la sua folle corsa contro un minibus per il trasporto operai, fortunatamente vuoto in quel momento. Secondo quanto stabilì la perizia disposta dalla pubblica accusa, il crollo della gru fu determinato dall’impiego di un contrappeso provvisorio di valore eccessivo. In sostanza, non sarebbe stato fatto un calcolo esatto dell’effettiva resistenza della struttura in caso di carico aggiuntivo. Il processo si concluse con una serie di condanne nel 2010

I problemi strutturali delle gru

Il primo problema è perchè una gru che a detta dell’azienda è dotata di appositi strumenti di emergenza detti ‘anti uragano‘, non avrebbe dovuto spezzarsi anche a fronte di un’improvvisa folata di vento a 120 kmh. Se ciò è avvenuto è evidente che la strumentazione di emergenza tale non è. Allo stesso modo, se la cabina della ‘DM5’ si è fermata a metà strada, i dispositivi di sicurezza tali non erano.

Il secondo problema è quanto accaduto alle altre due gru, la ‘DM6’ e la ‘DM8’, che ad un certo punto hanno iniziato a muoversi, andandosi a schiantare con le carrelliere della ‘DM5’ (ovvero la base che poggia sul cemento della banchina), cosa che di fatto ha permesso alle due gru di fermarsi e non di non precipitare in mare anch’esse: altrimenti a quest’ora probabilmente avremmo avuto non uno ma ben tre morti sul lavoro.

Com’è stato possibile ciò? Secondo le fonti da noi consultate, i binari delle gru pare siano difformi rispetto allo standard richiesto: in pratica non sarebbero lineari. Il che sarebbe gravissimo. Oltre a venir meno anche per queste due gru dei sistemi di sicurezza e ‘anti uragano’.

Inoltre, sempre le nostre fonti assicurano che non sono mai state fatte negli anni prove di evacuazione per simulare situazioni di emergenza. Nè sono state mai realizzate prove per verificare la reale sicurezza delle gru e delle strumentazioni ‘anti uragano’.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/09/2ex-ilva-la-procura-ferma-laltoforno-2-commissari-e-arcelormittal-chiedono-la-sospensiva4/)

Punto cinque: perché si continua a lavorare in quell’area come se tutto fosse normale?

Tutto questo ci porta alla quarta e forse più importante domanda: com’è possibile che da anni si continui a lavorare in un’area che con tutte queste problematicità evidenzia la sua totale mancanza di sicurezza per i lavoratori? La risposta che ci è stata fornita da lavoratori e fonti sindacali è la seguente: in realtà quelle gru, ‘in piedi’ da 60 anni, hanno finito il loro ciclo di vita. Ciò che le mantiene in funzione, e quindi operanti ancora oggi, sarebbero certificazioni continue che l’azienda otterrebbe dopo verifiche alle strutture di alcune ditte incaricate di tale compito. E che garantirebbero la sicurezza delle gru. Nonostante tutti i problemi su citati e riscontrati negli anni dai lavoratori.

Perchè allora, se tutto ciò è vero, si continua a lavorare non in sicurezza? Perchè i quasi 50 gruisti del reparto IMA 1 del IV sporgente accettano di salire su quelle gru? Le risposte forniteci sono tante. C’è chi, non a torto, si fida dell’azienda e crede alle certificazioni di sicurezza. C’è chi sceglie di salire perchè stante la situazione delicata, ha più facilità nell’ottenere permessi e ferie; c’è chi nonostante le denunce è stato di fatto isolato e messo a tacere, a fronte del rischio di un licenziamento per abbandono del posto di lavoro (qualora un gruista si rifiutasse categoricamente si salire) o il trasferimento nei reparti più difficili dell’ex Ilva, quelli che costituiscono il così detto ‘cuore nero’ del siderurgico: il reparto cokeria, l’area altiforni, l’area acciaieria e il parco minerali. E c’è chi invece negli anni ha scelto, soprattutto dopo la tragedia del 2012, di farsi spostare lo stesso in altri reparti dell’azienda: e visto quanto accaduto mercoledì e lo scorso anno, non ha avuto tutti i torti.

Ma è chiaro che questa è solo la base di una scala gerarchica che vede a loro volta coinvolti capi turno, capi reparto e capi area, sino ad arrivare ai vertici apicali della direzione aziendale. Tutti sanno che ogni anno ogni reparto del siderurgico ha il così detto ‘centro di costo’. Ovvero una somma economica da spendere in manutenzione da fare sugli impianti, che negli anni del commissariamento prima e dell’amministrazione straordinaria poi sono venuti sempre meno. La domanda è: tutti le risorse economiche stanziate sono state spese negli anni? Se sì, come? E chi sono le aziende che negli anni hanno certificato la presunta sicurezza delle gru?

Ma soprattutto: le risorse rimanenti dal centro di costo, ovvero quelle risparmiate negli anni e che poi in mancanza di infortuni sul lavoro diventano premi per chi è al di sopra dei lavoratori, nelle tasche di chi sono andati a finire?

In questo discorso si inseriscono i sindacati e gli addetti alla sicurezza dei lavoratori. E’ evidente come, nonostante le denunce prodotte negli anni in particolar modo da Fiom, Fim, Usb e Uilm sulla situazione del IV sporgente, troppo poco è stato fatto. E soprattutto, noi crediamo che il sindacato non dovrebbe mai e poi mai permettere che i lavoratori lavorino in uno stato di totale insicurezza.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/06/immunita-penale2/)

Il ‘sistema Ilva’ è imploso da anni: le nostre conclusioni

Sappiamo di non aver scritto nulla di nuovo per chi conosce la reale situazione dell’Ilva e le vicende della sua storia. Di come i rapporti in quella fabbrica, tra lavoratori, capi di ogni genere, sindacati e azienda, siano sempre stati molto complessi e di come nel tempo si siano intrecciati sino forse a non poter essere più sciolti. Così come è doveroso sottolineare come siano tanti i lavoratori che fanno il loro dovere, demoralizzati e preoccupati sì, ma che credono ancora alle promesse e al futuro di quell’azienda. Come tanti siano i sindacalisti che credono ancora nel sindacato e ogni giorno dalla mattina alla sera sono accanto ai lavoratori. Come sono tanti i capi e i dirigenti e gli ingegneri che credono ancora che quella fabbrica debba continuare a produrre acciaio. E che possa farlo in sicurezza per la salute di lavoratori e cittadini.

Il problema vero, quello che denunciamo da quasi 20 anni (sulle colonne del ‘TarantoOggi‘ prima e del corriereditaranto.it poi) e che non abbiamo paura di confermare è un altro. Ovvero che nel corso dei decenni la storia dell’ex Ilva si èbiforcata su due binari paralleli: quello economico-sociale e quello ambientale-sanitario, che sono destinati a non incontrarsi mai. Non abbiamo timore a confermare la nostra tesi ventennale: quella fabbrica è incompatibile con l’ambiente circostante, con la salute di lavoratori e cittadini. Inutile star qui a ripetere storie del secolo scorso come la sciagurata decisione di porre l’area a caldo a ridosso della città e via dicendo. Soprattutto, è da anni e anni evidente che quella fabbrica sia troppo grande per poter essere gestita al meglio. Oltre ad essere oramai arrivata al ciclo di fine vita in tantissimi suoi impianti.

Questo per noi significa che anche con tutti gli investimenti possibili, anche con le tecnologie più all’avanguardia installate su ogni singolo impianto, il rischio infortuni sul lavoro e quello sanitario non potranno mai essere esclusi. Al di là della buona volontà reale o presunta del singolo investitore. Questa è una grande verità che in pochi vogliono ammettere.

Il problema, il nodo centrale, che scriviamo da quasi due decenni, è che senza reali alternative economiche per questo territorio, quella fabbrica resterà in piedi. Che sia sotto la gestione di un gruppo privato, della più grande multinazionale dell’acciaio o dello Stato. Con tutto il suo carico tragico annesso e connesso. Se poi quell’azienda è ancora funzionale per l’80% dell’economia manifatturiera e meccanica italiana, difficilmente si può immaginare una sua chiusura a breve. A meno di scelte nazionali economiche radicali, come importare l’acciaio dalle vicine Francia e Germania, dopo le doverose analisi costi-benefici.

Certamente bisognerebbe quanto meno avere il coraggio di ammettere che andrebbe drasticamente ridotta nelle sue dimensioni. E nella sua produzione. Ed è quello che probabilmente avverrà nei prossimi anni, seppur a scaglioni. Pensare di poter in futuro produrre oltre i 5-6 milioni è pura utopia. Negli anni si scenderà, è inevitabile, magari scegliendo una produzione minore ma con maggiore qualità. Così come è quasi impensabile sostituire interamente la produzione a ciclo integrale con quella a forni elettrici o idrogeno. Chi la propone sa che si tratta di una soluzione antieconomica per un produttore visto che cambia la qualità dell’acciaio e che ciò comporterebbe investimenti ben oltre i 2 miliardi previsti attualmente.

Ciò detto, restiamo fermamente convinti di ciò che sosteniamo da sempre: ovvero che le alternative economiche possono realizzarsi anche parallelamente a ciò che accadrà alla grande fabbrica d’acciaio. Il porto (che ancora oggi è al 90% uno scalo industriale è inutile nasconderselo) a lavori ultimati e con la probabile acquisizione della holding turca Yilport per i prossimi 49 anni, dovrà diversificare la sua economia, anche grazie alla grande retroportualità di cui è dotata. C’è l’aeroporto di Grottaglie che potrebbe diventare uno dei siti cargo più importanti del sud Europa e dell’area del Mediterraneo (al di là del suo utilizzo nel settore dell’aerospazio e della difficoltà di togliere voli civili a Bari e Brindisi). C’è un’intera straordinaria filiera agroalimentare da sfruttare e far crescere. C’è il turismo da far decollare con investimenti mirati e strutture e servizi adatti ad una realtà che vuol diventare un polo turistico d’eccezione. Ci sono i 40 progetti del CIS con oltre un miliardo di euro di investimenti da realizzare. Ci sono le bonifiche da portare avanti e terminare nel più breve tempo possibile (Mar Piccolo compreso). C’è bisogno di tutto questo e altro ancora.

C’è bisogno di una collettività che maturi seriamente e non solo a parole. C’è uno sforzo immane da fare. Che durerà decenni. Esserne parte attiva e integrante è l’univa via d’uscita possibile per un futuro diverso per questo territorio. Tutto il resto, tutto quanto sta avvenendo in questi anni e ancora in questi giorni, va nella direzione opposta: il solito teatrino tutto tarantino che coinvolge anche le Istituzioni a vari livelli, con il solito corollario di personaggi in cerca d’autore.

Mentre i nostri morti sono sotto terra o ancora in fondo al mare. E un futuro diverso ancora troppo lontano all’orizzonte. 

(leggi gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Un Commento a: Quel che resta di una gru. E della sua fabbrica

  1. Maria Maranò

    Luglio 15th, 2019

    Ottimo articolo. Un po’ di fatti e di idee che aiutano a onorare l’ennesima tragedia.

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