Immunità e Ambiente, un accordo blinda Arcelor

 

Il 14 settembre un addendum all'accordo del giugno 2017 tra Governo e azienda, scovato dal Sole24Ore, blinderebbe la multinazionale
pubblicato il 09 Luglio 2019, 12:30
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Dopo aver letto le importanti dichiarazioni rilasciate al sito Siderweb da Geert Van Poelvoorde Ceo di ArcelorMittal Flat Products Europe, a margine dell’European Steel Day, siamo andati a rileggerci nuovamente il “Contratto di affitto con obbligo di acquisto dei rami d’azienda” dell’ex gruppo Ilva, firmato dal governo italiano sotto la guida dell’ex premier Gentiloni e dell’ex ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda e da ArcelorMittal il 28 giugno del 2017, presso lo studio notarile Marchetti di Milano.

Un paio di settimane fa, il Ceo Poelvoorde dichiarò al giornalista Lorenzini del sito specalizzato Siderweb quanto segue: “Quello che il contratto dice è che lo scudo legale andrà man mano ad esaurirsi ad ogni avanzamento degli step di investimento, senza che vi sia la necessità di fare ulteriori interventi legali perché è un meccanismo automatico. Questa è anche la ragione per cui alla firma del contratto non abbiamo potuto diventare proprietari dell’impianto. Per questo la soluzione concordata al momento della trattativa è stata quella di affittare l’impianto, risolverne le criticità e solo al momento in cui gli investimenti ambientali saranno completati diventarne proprietari a tutti gli effetti. Questo anche perché è impossibile vendere un impianto su cui siano pendenti dei provvedimenti di sequestro. Vi posso assicurare che l’argomento è inserito nel contratto se necessario posso farvi avere il testo dell’articolo in cui si affronta la questione. ArcelorMittal è conscia che sulla questione sia pendente una richiesta di giudizio alla Corte Costituzionale. Se la corte dovesse sancire l’illegalità di questa norma allora il tema sarà effettivamente sul piatto e dovrà essere trovata una soluzione. Il problema non si porrebbe solo per ArcelorMittal ma per chiunque dovesse gestire l’impianto“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/06/immunita-penale2/)

La questione della decadenza graduale dell’immunità penale è oramai chiara.

Quello che ha destato la nostra attenzione è stata la sicurezza con cui il Ceo di ArcelorMittal affermava la presenza nel contratto della questione. In effetti sia nell’articolo 19 del contratto (“Attività e misure di tutela ambientale e sanitaria”), che negli articoli 26 e 27 (“Obbligo di acquisto dei rami d’azienda” e “Recessione dei rami d’azienda”), ci sono dei riferimenti al decreto legge del 5 gennaio 2015, n. 1 “Disposizioni urgenti per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale in crisi e per lo sviluppo della citta’ e dell’area di Taranto” (pubblicato GU Serie Generale n.3 del 05-01-2015), convertito con modificazioni dalla Legge del 4 marzo 2015, n. 20 (in G.U. 05/03/2015, n. 53). E soprattutto chiarivano le diverse opzioni attraverso le quali la multinazionale poteva recedere dall’accordo sottoscritto.

Ma i riferimenti non erano così chiari come indicati dal Ceo di ArcelorMittal. Per questo abbiamo iniziato una ricerca congiunta con Siderweb e le nostre fonti. Ma l’azienda aveva preferito non rispondere alla domanda diretta di indicarci l’articolo preciso dove veniva chiarti l’intera questione. Il perché le nostre ricerche non sono andate a buon fine ce lo ha chiarito quest’oggi l’articolo del collega Paolo Bricco uscito sull’edizione odierna del Sole24Ore.

Il giornale di Confindustria ha infatti preso visione di un accordo di modifica del Contratto del 2017, firmato da ArcelorMittal e dal governo lo scorso 14 settembre 2018. La modifica riguarda proprio l’articolo 27 sulla “Recessione dei rami d’azienda”.

Quattro pagine e sei paragrafi che definiscono ogni ipotesi che riportiamo integralmente. “Nel caso in cui – si legge nel documento pubblicato dal Sole24Orecon sentenza definitiva o con sentenza esecutiva (sebbene non definitiva) non sospesa negli effetti ovvero con decreto del Presidente della Repubblica anch‘esso non sospeso negli effetti ovvero con o per effetto di un provvedimento legislativo o amministrativo non derivante da obblighi Comunitari, sia disposto l’annullamento integrale del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 adottato ai sensi dell’art. 1, comma 8.1, del DL. 191/2015, ovvero nel caso in cui ne sia dispostol‘annullamento in parte qua tale da rendere impossibile l‘esercizio dello stabilimento di Taranto (anche in conseguenza dell’impossibilità, a quel momento di adempiere ad una o più prescrizioni da attuare, ovvero della impossibilità di adempiervi nei nuovi termini come risultanti dall’annullamento in parte qua), l’Affittuario ha diritto di recedere dal contratto“.

In soldoni questo significa che qualora cambi il quadro giuridico e legislativo generale su cui si è svolta l’asta di aggiudicazione della cessione deli asset industriali del gruppo Ilva, ArcelorMittal può riconsegnare allo Stato la gestione del sito.

Ma non c’è solo questo. Anzi. Sempre nell’addendum al contratto siglato il 14 settembre 2018 si legge come riporta sempre il Sole24Ore: “L’affittuario potrà altresì recedere dal contratto qualora un provvedimento legislativo o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, comporti modifiche al Piano Ambientale come approvato con il ‘decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale“.

Anche questo passaggio sembra fin troppo chiaro: qualora cambiasse il Piano Ambientale, con la conseguente ricalibratura degli investimenti economici previsti per ottemperare a tutte le prescrizioni e quindi con la revisione del punto di pareggio operativo nell’acciaieria previsto dall’azienda, ArcelorMittal avrebbe le carte in regola per lasciare il sito di Taranto.

E come sappiamo il ministro dell’Ambiene Sergio Costa, lo scorso 29 maggio ha firmato il decreto di revisione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), dopo l’istanza del sindaco Rinaldo Melucci del 21 maggio con la quale il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci (del resto sono anni che scriviamo che il primo cittadino poteva seguire soltanto questa strada, ovvero chiedere una conferenza dei servizi che riesaminasse l’AIA in base ai dati sanitari, certamente mai avrebbe potuto firmare un’ordinanza contingibile e urgente di chiusura della fabbrica che può avvenire solo in presenza di danno sanitario accertato conseguente all’operatività dell’impianto e di superamento attuale degli standard della qualità ambientale dovuti all’impianto autorizzato e/o di superamento dei limiti emissivi e di inottemperanza alle prescrizioni AIA), ha chiesto di avviare la procedura di riesame dell’Aia in base agli esiti del rapporto di valutazione del danno sanitario elaborati da Arpa Puglia e Asl Taranto, con gli esiti dell’ultimo “Rapporto di Valutazione del Danno Sanitario (VDS) stabilimento ILVA di Taranto ai sensi del Decreto Interministeriale 24 aprile 2013” – dicembre 2018, e del Rapporto di “Valutazione del Danno Sanitario ai sensi della L.R. 21/2012 per lo stabilimento siderurgico ex ILVA S.p.A. di Taranto – Scenari emissivi pre-AIA (anno 2010) e post-AIA (anno 2016)”, elaborati da ARPA Puglia, AReSS Puglia e ASL TA, che hanno evidenziato un rischio residuo non accettabile per la popolazione anche a valle del completamento degli interventi previsti dal decreto di riesame dell’AIA del 2012 dell’allora ILVA di Taranto.

Si procederà dunque ad analizzare i due attuali scenari emissivi di riferimento (differenti da quelli già oggetto di valutazione), ossia quello riferito alla produzione di 6 milioni tonnellate/anno di acciaio attualmente autorizzata e quello previsto al completamento degli interventi elencati nel DPCM del 29 settembre 2017. Anche in questo caso, qualora dovessero intervenire prescrizioni più restrittive rispetto a quelle presenti nel Piano Ambientale, ArcelorMittal potrebbe ritirarsi.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/06/20/il-riesame-dellaia-passato-sotto-silenzio2/)

Ovviamente, come specificato anche dal Sole24Ore, tutto questo ragionamento verrebbe a decadere qualora nel corso di questi mesi ArcelorMittal e governo avessero firmato altri accordi al momento sconosciuti. Certamente, se così non fosse, la multinazionale dell’acciaio è già adesso in una botte di ferro da un punto di vista legislativo e legale. Perché una cosa è certa: qualora non vengano appianati i dissapori con il Governo, una causa per danni e una richiesta di risarcimento danni miliardaria nei confronti dello Stato italiano, non ce la toglierà nessuno. Qualcuno al governo dovrebbe dare qualche spiegazione. Auguri. 

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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