Le dimissioni sotto minaccia di licenziamento

 

pubblicato il 30 Giugno 2019, 20:33
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Le tensioni tra datore di lavoro e dipendente sono all’ordine del giorno e, sempre più spesso, ci si trova nella condizione in cui la “ruggine” giunge al culmine tanto da far riecheggiare la frase “meglio che ti dimetti, tanto ti licenzio”.
È bene chiarirlo subito, una circostanza come questa è penalmente rilevante. Ma si proceda con ordine.
Le dimissioni dal lavoro sono un atto volontario che non può essere oggetto di costrizione o di persuasioni suggestive. Ed infatti, le dimissioni sono valide solo se eseguite con una particolare procedura telematica utilizzando appositi moduli resi disponibili dal Ministero del Lavoro e trasmessi al datore di lavoro e all’ITL competente. Con questo sistema si è interrotto il fenomeno delle cosiddette “dimissioni in bianco” (la lettera di dimissione prefirmata dal dipendente all’atto dell’assunzione).
Tuttavia, è bene ricordarlo, una volta rese le dimissioni, il dipendente può fare marcia indietro e revocarle, entro sette giorni dalla data di trasmissione del modulo online.
Non è necessario revocare le dimissioni già comunicate:
– se, dopo l’invio della comunicazione di dimissioni, il lavoratore si ammala durante il periodo di preavviso e dunque questo resta sospeso. Spetta al datore di lavoro indicare l’effettiva data di cessazione del rapporto nel momento di invio della comunicazione ai Servizi per l’impiego;

– se il lavoratore e il datore di lavoro si accordano per modificare il periodo di preavviso, spostando quindi la data di decorrenza indicata nel modello telematico.

La data di trasmissione del modulo consente al sistema di ‘controllare’ il termine dei 7 giorni, entro il quale il lavoratore può revocare le dimissioni.

Tornando a quanto dicevamo in esordio, la Cassazione ha chiarito che le dimissioni non possono essere oggetto di costrizione, neanche nel caso in cui il dipendente abbia commesso un comportamento vietato dalla legge o dal contratto collettivo, passibile di provvedimento sanzionatorio. Al di là delle possibilità concrete che l’azione posta dal lavoratore possa essere punita con un licenziamento per giusta causa, quest’ultimo non può mai essere minacciato a rassegnare le proprie dimissioni.
Sotto un profilo civilistico, l’atto delle dimissioni è impugnabile per “vizio del consenso”, in quanto estorto e non effettivamente voluto. Ciò implica che il dipendente potrà far annullare le dimissioni e ottenere di nuovo il proprio posto di lavoro.
Diversa è la valutazione penale: la minaccia posta dal superiore gerarchico o dal datore di lavoro è un comportamento classificabile come reato, passibile quindi di denuncia. Il dipendente potrà rivolgersi ad un avvocato affinché depositi un atto di querela presso la Procura della Repubblica oppure presentarsi lui stesso presso gli uffici della polizia giudiziaria (carabinieri, polizia di stato o guardia di finanza) per denunciare i fatti. Nel giudizio penale al dipendente è data la facoltà di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento del danno. È bene chiarire che nel giudizio penale si valuterà solo l’eventuale responsabilità penale e la punizione del colpevole. Quindi per la reintegrazione sul posto di lavoro sarà comunque necessario l’intervento del giudice del lavoro con un separato giudizio.

Il principio espresso dalla Cassazione è rivolto a tutelare il dipendente, a prescindere dalle ragioni che abbiano spinto il datore di lavoro a richiederne le dimissioni. In altri termini, non rileva quanto probabile sia il licenziamento paventato al dipendente come alternativa alle dimissioni volontarie. Ciò in quanto la minaccia è sempre un comportamento censurabile e, quindi, penalmente rilevante.
Per la Cassazione quello che rileva è l’oggettiva disparità di forze esistente tra il datore di lavoro ed il dipendente, a nulla valendo il fatto che il male prospettato con la minaccia sia inesistente o improbabile.

avv. Massimiliano Madio
www.studiolegalemadio.it
[email protected]

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