A chi servirà l’idrogeno in futuro? Eni, ex Ilva…

 

pubblicato il 29 Giugno 2019, 12:40
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La domanda, seppur banale, sorge spontanea: a chi dovrebbe servire tutto l’idrogeno che verrà prodotto dal Centro Idrogeno che il Comune di Taranto vorrebbe realizzare nei prossimi tre anni? Perchè come abbiamo scritto nell’altro articolo che trovate al link qui sotto, 5 miliardi di metri cubi alll’anno di idrogeno non sono una cifra che si legge tutti i giorni.

Il ruolo dell’Eni e del progetto Tempa Rossa

Sicuramente potrebbe servire in un prossimo futuro non troppo lontano alla raffineria Eni. Nel processo di raffinazione infatti, l’idrogeno viene utilizzato per eliminare impurità quali lo zolfo dal petrolio greggio. Da anni la raffineria ha un suo impianto di desolforazione, come tutti sanno, ma nei prossimi anni qualcosa potrebbe cambiare. Cambiamento che tira in ballo il famoso progetto Tempa Rossa (di cui ci siamo occupati sin dal suo principio anni fa sulle colonne del ‘TarantoOggi’ e di cui è inutile ora riscrivere l’intera storia). 

Il petrolio estratto dai giacimenti in Basilicata infatti, ha la caratteristica di essere piuttosto ricco di composti contenenti zolfo. Questa caratteristica rende difficoltose diverse fasi del processo estrattivo e più complessa la successiva lavorazione (per esempio per problemi di corrosione e rispetto delle specifiche commerciali nei prodotti come GPL e il gas per la rete nazionale). Per queste ragioni è necessario separare e poi recuperare lo zolfo dagli idrocarburi estratti. Per fare questa operazione si usa l’idrogeno solforato (H2 S) presente nel gas estratto dai pozzi e trasformerà gli altri composti contenenti zolfo proprio nel famoso idrogeno solforato, con l’obiettivo di ricavarne, poi, zolfo allo stato liquido con una conversione minima del 99,9%.

Ora. I più attenti giustamente si chiederanno: ma il progetto non ha sempre e solo previsto la ricezione, lo stoccaggio e la spedizione da Taranto di quel petrolio che poi sarà destinato ad altra raffinerie per essere lavorato? Questo in origine, perché nell’ultimo anno si è iniziato a pensare di poter raffinare a Taranto parte del petrolio estratto nei giacimenti di Tempa Rossa. Un’operazione non semplice, ma fattibile. Ovviamente a determinate condizioni. L’Eni si è detta disponibile ad una soluzione del genere (anche se questo pubblicamente non viene detto), visto anche che il greggio attualmente lavorato, quello proveniente dalla Val d’Agri, vede i pozzi al 40% della rimanenza del petrolio estraibile. Ciò significa lavoro per i prossimi 15 anni, dopo di che bisognerà pensare ad altro.

Inoltre, non è un mistero che da qualche tempo i colossi del petrolio e del gas abbiano messi gli occhi sul così detto idrogeno verde proprio per diversificare gli investimenti e tranquillizzare gli azionisti. L’idrogeno è infatti stato individuato come una delle soluzioni per integrare quote crescenti del mercato dell’energia: questo gas ha già catturato in passato le attenzioni di Shell (guarda caso una delle compagnie proprietarie del giacimento Tempa Rossa insieme a Total e Mitsui), al punto che la compagnia anglo-olandese lo promuove come il vettore energetico perfetto per il settore trasporti. Il colosso britannico BP ha annunciato, nelle scorse settimane, la realizzazione del più grande impianto di H2 da fonti rinnovabili in Europa.

Anche in questo caso al centro c’è l’ipotesi di impiegare l’elettrolisi dell’acqua al posto dello steam reforming (processo industriale attraverso il quale si produce circa il 48% dell’idrogeno mondiale) inizia ad avere un senso economico. E per il settore degli idrocarburi, aprire le porte al cosiddetto idrogeno verde significa avere già a disposizione le principali infrastrutture.

Guarda caso nei giorni scorsi Eni e Maire Tecnimont (attraverso la propria controllata per la chimica verde NextChem), hanno sottoscritto un accordo di partnership per lo studio e realizzazione di una tecnologia di conversione, tramite gassificazione ad alta temperatura e a bassissimo impatto ambientale, di rifiuti solidi urbani e plastiche non riciclabili per la produzione idrogeno e metanolo. Ed Eni si è proposta di realizzare questo progetot in alcune raffinerie italiane. Perchè citiamo questo accordo? Perchè la Maire Tecnimont è l’azienda che nel 2012 si aggiudicò i lavori di Tempa Rossa in Basilicata per un valore di 500 milioni di euro.

L’idrogeno per i futuri forni all’idrogeno dell’ex Ilva?

Da almeno due, tre anni a questa parte, il governatore Emiliano gira l’Italia e l’Europa per promuovere il suo progetto di ‘decarbonizzazione‘ del siderurgico tarantino (secondo i calcoli della Regione l’operazione si aggirerebbe intorno ai 2 miliardi di euro, mentrre ArcelorMittal ha previsto una spesa pari ad 1,5 miliardi per attuare le prescrizioni del Piano Ambientale). In realtà, il primo a parlare di forni elettrici e dell’utilizzo del preridotto intorno al 20% fu l’ex commissario Ilva Enrico Bondi, nel lontano 2013.

Negli ultimi tempi però, si è fatta avanti l’idea che i forni elettrici alimentati a gas (che per Emiliano arriverebbe direttamente dal TAP) possano essere sositituiti nel breve volgere del tempo proprio da forni all’idrogeno. Il tutto, ovviamente, per eliminare l’uso del coke e quindi l’eliminazione definitiva delle cokeria, da sempre il ‘cuore nero’ dell’ex Ilva, con l’eliminazione dell’inquinamento da idrocarburi policiclici aromatici e del cancerogeno benzo(a)pirene. La combustione dell’idrogeno, infatti, non genera emissioni di anidride carbonica. 

Per fare tutto questo però, ci vorrebbero ingenti quantità di gas per i forni elettrici (motivo per il quale il piano di Bondi fu bocciato dal governo dell’epoca). Mentre per i forni alimentati ad idrogeno ci vorrebbero ingenti quantità di idrogeno appunto…

Del resto la stessa ArcelorMittal sta lavorando all’introduzione dell’idrogeno nel proprio processo produttivo dell’acciaio. Lo sta sperimentando ad Amburgo, dove è in progetto la costruzione di un impianto pilota che utilizzerà idrogeno su scala industriale per la riduzione diretta del minerale di ferro. I costi si aggirerebbero attorno ai 65 milioni di euro.

Il sistema della produzione di energia da fonti rinnovabili, conservata sotto forma di idrogeno e restituita in energia elettrica, senza Co2, è realtà nell’impianto siderurgico di Voestalpine di Linz, in Austria. Da sempre all’avanguardia in campo di innovazioni ambientali.

Il ruolo dell’itlaiana SNAM

La stessa ArcelorMittal ha dichiarato che ciò sarà possibile soltanto quando nelle rete elettrica sarà immesso l’idrogeno. E qui arriva in soccorso la società italaiana SNAM, che proprio lo scorso aprile ha avviato la sperimentazione dell’immissione di una miscela di idrogeno al 5% in volume e gas naturale nella rete di trasporto gas italiana. La sperimentazione, prima di questo genere in Europa, ha luogo a Contursi Terme, in provincia di Salerno, e prevede la fornitura di H2NG (miscela di idrogeno e gas) a due imprese industriali.

Secondo la SNAM infatti, In prospettiva, inoltre, l’idrogeno “green” prodotto attraverso l’elettrolisi da fonti rinnovabili come sole e vento permetterà a queste risorse non programmabili di beneficiare della capillare rete di trasporto gas e degli stoccaggi, contribuendo a fronteggiare la sfida dell’intermittenza dell’energia verde.

L’idrogeno – sostiene Jorgo Chatzimarkakis, segretario generale di Hydrogen Europe – è fondamentale per rendere più sostenibili le reti e integrare sempre più rinnovabili nei sistemi energetici europei, puntando a una completa decarbonizzazione del continente al minor costo per consumatori e imprese. L’Italia ha il potenziale per diventare l’hub europeo dell’idrogeno nei prossimi decenni perché è dotata della rete gas più estesa del continente e rappresenta il ponte verso il Nord Africa, dove in futuro verrà prodotta la maggior parte dell’idrogeno verde da energia solare”.

Ricordiamo che SNAM ha acquisito il 20% delle quote del progetto del gasdotto TAP. E che la pipeline di interconnessione del gasdotto TAP si collegherà alla rete Snam a Mesagne in provincia di Brindisi. 

Inoltre, Snam ha proposto due anni fa di aprire propro in Puglia un centro di eccellenza mondiale per la decarbonizzazione, con il pieno supporto della Commissione Europea e di aziende leader globali nella green economy. Il centro di eccellenza avrebbe lo scopo di lavorare su alcuni progetti industriali individuati attraverso studi di fattibilità, in particolare sulle potenzialità del mercato del gas naturale liquefatto (LNG e Small Scale LNG), sulla produzione di biometano da differenti fonti e sullo sviluppo e sostegno di progetti di ricerca e di sviluppo tecnologico. La realizzazione di questi progetti intenderebbe rendere la Puglia una regione all’avanguardia a livello europeo sul fronte della green economy e comporterebbe investimenti per ulteriori 30 milioni di euro, per un totale di 55 milioni di euro.

…e poi c’è il progetto pilota della Comes spa…

E’ chiaro che stiamo parlando di ipotesi e di progetti realizzabili in un tempo indeterminato e con costi ancora non ipotizzabili. Però è chiaro che se il Comune di Taranto lavora alla realizzazione di un progetto del genere, qualcosa vorrà pur dire. E tanti saranno gli interessi in ballo, in particolar modo per le industrie altamente impattanti da un punto di vista ambientale e sanitario presenti sul nostro territorio.

Che vanta già un piccolo progetto pilota. Si chiama “Hydrocracy”, ed. è un marchio registrato per rivendicare il potere green dell’idrogeno. L’impianto pilota esistente a Taranto, è a due passi dall’Ilva, nella sede di Comes spa, società di proprietà dell’ex presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo, che lavora in appalto all’ex Ilva e all’Eni, ed in odore di entrare ai piani alti di Federacciai.

Il progetto pilota è costato poco più di due milioni di euro. “Si tratta di un sistema di stoccaggio energetico basato sull’utilizzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, con l’idrogeno come elemento vettore tampone, per consentire una sorta di ciclo dell’energia. Un software progettato espressamente per questo, ed installato in un micro computer, permette il governo del ciclo in modo automatico. Dove non si consuma quello che si produce, avviene la conversione in idrogeno e la conservazione, anche a lungo termine. Il riutilizzo, nello stesso sito o in altro, si ottiene con la conversione in energia elettrica, grazie al processo di elettrolisi dell’acqua. Una tecnologia che può essere applicata alle automobili come alle bici, ai macchinari come alle aziende agricole e trasformare anche i piccoli consumatori in produttori di energia, abbattendo i costi e riducendo significativamente l’inquinamento da fonti fossili“.

Anche questo farà parte del futuro ad idrogeno immaginato per Taranto? Per ora non è dato sapere. Restiamo in attesa di comprendere meglio quanto accadrà. Infine, una voce che circola da un pò di tempo anche per quanto concerne il settore dell’aerospazio, che vede Grottaglie come punto centrale per la Puglia e l’Italia. Anche per i voli suborbitali della Virgin con cui la Regione ha stipulato degli accordi per rendere il sito tarantino uno spazioporto. E pare che anche in questo caso l’uso dell’idrogeno potrebbe non essere così indifferente e secondario. Staremo a vedere.

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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