Golfo Persico, ci risiamo

 

Fosse chiuso lo stretto di Hormuz, la crisi sarebbe davvero grave
pubblicato il 15 Giugno 2019, 08:38
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Ogni tanto la questione del golfo Persico ritorna di attualità internazionale, incidenti a petroliere sono sempre piu frequenti, l’ultimo a due petroliere giapponesi nel mare dI Oman colpite da mine, come capitò alla mia nave nel 1987. Il tutto mentre il primo ministro giapponese Abe era a colloquio con il capo supremo dei mussulmani sciiti Kamenei a Teheran. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu riunitosi d’urgenza si è aggiornato a riunirsi al più presto a porte chiuse per scongiurare una evoluzione con interventi militari.
Questa crisi può provocare depressione internazionale, in particolare in Europa e Asia, conseguenza una grave crisi se lo stretto di Hormuz venisse chiuso. Vale la pena dunque approfondire con un analisi lo scenario attuale.
Le otto nazioni interessate sono un mix di potenze eurasiatiche: Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia, in più Italia e Grecia. Gli USA con le sanzioni all’Iran potrebbero causare un pericoloso scenario geopolitico e geoeconomico. La leadership iraniana, se provocata fino al punto di non ritorno, farà scattare l’allarme rosso: ho esperienza diretta per aver navigato in lungo in largo sul Golfo Persico e attraversato l’ombellico del mondo; nello stretto di Hormuz tra Oman e Iran passano ogni giorno circa 40 milioni di barili d idrocarburi e i suoi derivati. Il tutto mentre come al solito i media italiani tengono basso il livello su questa grave crisi per dar spazio alle beghe politiche interne e le cronache.
Considerando i precedenti storici, Washington potrebbe essere in grado di creare un altro falso incidente nel Golfo Persico, così come era avvenuto nel Golfo del Tonkino in Vietnam. Se Teheran fosse completamente messa con le spalle al muro da Washington, senza via d’uscita, quella di chiudere lo Stretto di Hormuz, interromperebbe immediatamente le forniture globali di petrolio. I prezzi del greggio potrebbero salire ad oltre 500 dollari, anche fino a 1000 dollari al barile, darebbe inizio ad una reazione a catena, neanche la Russia sarebbe in grado di stabilizzare il mercato. La Marina degli Stati Uniti già massicciamente presente nel golfo, non sarebbe in grado di tenere aperto lo Stretto di Hormuz, anche perchè minato con esplosivi telecomandati da Teheran, in più dotati di missili russi con una velocità massima di Mach 2.9, schierati sulla costa settentrionale iraniana dello Stretto di Hormuz. Non c’è modo per le portaerei degli Stati Uniti di difendersi da una salva di missili Yakhont. Poi ci sono i missili supersonici antinave SS-N-22 Sunburn. Missili già esportati in Cina e in India, che volano ultra-bassi a 1.500 miglia all’ora, capaci di modificare la traiettoria ed estremamente mobili; possono essere lanciati dal pianale di un camion e sono stati progettati per superare il sistema di difesa radar Aegis degli Stati Uniti. Poi c’è l’enigma di come reagirà la Cina.

L’attacco frontale all’Iran rivela come l’amministrazione Trump punti a rompere l’integrazione euroasiatica colpendo quello che dovrebbe essere il suo punto debole, il rifornimento energetico di Cina, India, Giappone, tre attori che interconnettono l’intero panorama della Nuova Via della Seta, mettendo il difficoltà l’economia eurasiatica, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud; l’espansione dei BRICS. Non c’è dubbio che la partnership strategica sino-russa guarderà le spalle all’Iran. Pechino sa che la Marina degli Stati Uniti è in grado di tagliarla fuori dalle sue fonti di energia: è per questo che la Cina sta strategicamente aumentando le proprie importazioni di petrolio e di gas naturale dalla Russia; deve anche tenere conto di un’ipotetico controllo dello Stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti. Uno scenario plausibile potrebbe essere quello di Mosca che cerca di disinnescare l’esplosivo scontro tra Stati Uniti ed Iran, con il Cremlino e il Ministero della Difesa che si adoperano per far desistere il presidente Donald Trump e il Pentagono da qualsiasi attacco diretto contro l’Iran.
L’inevitabile controparte [di uno sviluppo del genere è l’escalation di operazioni segrete, la possibile messa in scena di attentati false-flag e di tutte le tattiche di guerra, direttamente e indirettamente, ma contro gli interessi iraniani, ovunque essi siano. In pratica, Stati Uniti ed Iran sono già in guerra.
Nell’ambito del più ampio scenario della frantumazione dell’Eurasia, l’amministrazione americana trae vantaggio dall’odio psicopatico wahhabita e sionista nei confronti degli Sciiti. La pressione sull’Iran fa conto, per tamponare sul mercato il deficit di petrolio iraniano, favorendo l’Arabia Saudita e Abu Dhabi.
Molto di quello che ci riserva il futuro in questa saga dell’embargo petrolifero dipende dalla reazione dei vari vassalli e semi-vassalli. Il Giappone non avrà il coraggio di andare contro Washington. La Turchia combatterà. L’Italia cercherà di riottenere un’esenzione. Il caso dell’India è molto complicato: Nuova Delhi sta investendo nel porto iraniano di Chabahar per farlo diventare la piattaforma principale della propria Via della Seta, e collabora strettamente. La Cina, è ovvio, si limiterà ad ignorare Washington. L’Iran troverà i modi per continuare ad esportare petrolio, potrebbe usare la sua flotta di navi cisterna. Alcune delle sue petroliere potrebbero essere ancorate appena fuori dello Stretto di Hormuz. L’Iran viene punito senza pietà per aver bypassato il dollaro americano nelle contrattazioni petrolifere. Intanto i carburanti appena queste voci si sono appena diffuse, molti distributori hanno aumentato i prezzi al litro di oltre 2 euro. Staremo a vedere.

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