Lo Yacht Village non poteva essere costruito

 

Tar Lecce accoglie ricorso di alcuni cittadini. Mancava autorizzazione paesiggistica: Comune non poteva rilasciare permesso di costruire
pubblicato il 15 Giugno 2019, 09:30
21 mins

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Prima, con una sentenza del 12 giugno si è espresso sul ricorso per l’annullamento per l’annullamento del permesso di costruire n. 269 del 20.11.2013 rilasciato dal Comune di  Taranto in favore della società DO.G.MA. srl (il cui contenuto non è conosciuto dalle ricorrenti, nonché di ogni altro atto o provvedimento presupposto, connesso e consequenziale). Stiamo parlando dello Yacht Village, sorto sulle aree ex Enel in viale Virgilio.

Il Tar ha accolto il ricorso in quanto il rilascio al permesso di costruire è avvenuto in difetto di autorizzazione paesaggistica – da ritenersi, ex art. 146 co. 4 d. lgs. n. 42/04, quale atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire – pertanto il titolo edilizio non avrebbe potuto essere rilasciato.  L’averlo fatto lo rende pertanto illegittimo.

Costituitosi in giudizio, il Comune di Taranto (difeso dall’avvocato Maddalena Cotimbo) ha chiesto il rigetto del ricorso, con vittoria delle spese di lite. La Do.G.Ma. S.r.l, non si è costituita in giudizio.

Con ricorso per motivi aggiunti del 12.4.2014 le ricorrenti (Virginia Rondinelli, Maria Ines Rondinelli e Allegra Fornaro dagli avvocati Daniele Giannini, Alessandro Gaetanihanno articolato ulteriori motivi di censura avverso l’atto impugnato, sostanziantisi nella violazione dei regolamenti locali, nonché nel superamento delle superfici e volumetrie assentibiliAll’udienza dello scorso 5.6.2019 il ricorso è stato trattenuto in decisione. Per poi essere dichiarato nell’udienza del 12 giugno improcedibile per difetto di interesse, avendo le ricorrenti già conseguito l’annullamento dell’impugnato permesso di costruire.

La notizia è di quelle importanti. E dovrebbe far riflettere molti. Visto che la tutela dell’ambiente e della nostra città passa anche da queste azioni di singoli cittadini, spesso molto più efficaci di tante altre negli ultimi anni.

Perchè il ricorso è stato vinto e quali sono state le violazioni evidenziate dal TAR di Lecce

Il primo motivo del ricorso originario, evidenziava la violazione dell’art. 142 co. 1 lett. a) d. lgs. n. 42/04, in quanto il permesso di costruire veniva rilasciato in assenza della presupposta autorizzazione paesaggistica. Per il Tar Il motivo è fondato. 

Nella sentenza si legge infatti che ai sensi dell’art. 142 co. 1 lett. a) d. lgs. n. 42/04, “Sono comunque di interesse paesaggistico e sono sottoposti alle disposizioni di questo Titolo: a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare”. Dispone poi il successivo 2° comma che: “La disposizione di cui al comma 1, lettere a), b), c), d), e), g), h), l), m), non si applica alle aree che alla data del 6 settembre 1985: a) erano delimitate negli strumenti urbanistici, ai sensi del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, come zone territoriali omogenee A e B”. 

I giudici evidenziano in primis che l’area in esame trovasi a meno di 300 metri dalla battigia; inoltre essa è perimetrata nel P.U.TT. come ambito distinto C – “Territori Costruiti”; e con Delibera C.C. n. 134 del 29.11.2002 le aree “C” del Comune di Taranto sono state equiparate alle aree “A” e “B”.

A questo punto i giudici hanno preso in esame il contenuto della cennata Delibera consiliare, per stabilire se essa integri o meno il contenuto della deroga alla disciplina delle aree vincolate. Secondo il Collegio non è così. “Ciò per la decisiva ragione per la quale, ai sensi del citato art. 142 co. 2 d. lgs. n. 42/04, il regime vincolistico di cui al primo comma (e dunque, la necessità che costruzioni in area vincolata ottengano il previo rilascio di autorizzazione paesaggistica, quale atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire, ex art. 146 d. lgs. n. 42/04) non trova applicazione alle aree che alla data del 6 settembre 1985 erano delimitate negli strumenti urbanistici … come zone territoriali omogenee A e B”.

Orbene, nel caso in esame, “la DCC, di equiparazione delle aree “C” (in cui è compresa quella oggetto dell’intervento in esame) alle aree A e B, reca la data del 29.11.2002 (DCC n. 134 del 29.11.2002), ed è dunque successiva alla data del 6.9.1985, quale ultimo giorno utile per l’operare della suddetta deroga“. 

Alla luce di tale disposizione normativa, “è dunque evidente che l’equiparazione, operata dal Comune di Taranto, delle aree C alle aree di tipo A e B, è irrilevante ai fini della deroga al regime vincolistico, essendo essa intervenuta abbondantemente oltre il termine ultimo del 6.9.1985“. 

Tale risultato per i giudici amministrativi, “non è contraddetto dalla previsione di cui all’art. 1.03 comma 5 delle NTA allegate al PUTT (applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame), norma che esclude, per i territori situati in ambito C, l’applicazione della disciplina del piano paesaggistico, trattandosi di previsione secondaria che non può in alcun modo derogare – secondo gli usuali criteri propri delle fonti del diritto – alla norma primaria statale, peraltro dettata in un ambito caratterizzato dalla potestà legislativa esclusiva statale, ai sensi dell’art. 117 lett. s) Cost“.  

Pertanto, “in difetto di autorizzazione paesaggistica – da ritenersi, ex art. 146 co. 4 d. lgs. n. 42/04, quale atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire – il titolo edilizio non avrebbe potuto essere rilasciato.L’averlo fatto lo rende pertanto illegittimo. Ne consegue, in accoglimento del ricorso principale, l’annullamento dell’atto impugnato“. Pertanto il Tar “ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa“. 

Il primo ricorso del 2012: una questione complessa e articolata

Il primo ricoso fu presentato nel 2012. Alla base aveva come motivazioni la “violazione di legge per assoluta mancanza d’istruttoria in merito alla legittimazione soggettiva del richiedente, alla sussistenza di diritti dei terzi confinanti, per prescrizione del diritto di costruire, per usucapione della servitù di veduta, per assenza di autorizzazione paesaggistica e per superamento del volume massimo edificabile; eccesso di potere per difetto d’istruttoria e di motivazione e, in particolare, per essere l’elaborato progettuale assentito con il permesso di costruire diverso da quello presentato con l’istanza per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica nonché per illogicità manifesta ed errata valutazione delle caratteristiche costruttive e d’impatto ambientale del nuovo intervento edilizio da parte della Commissione paesaggistica comunale e della Commissione assetto del territorio“.

L’udienza pubblica del 15 maggio 2013.

In quell’occasione i giudici del Tar accolsero il ricorso soltanto in parte. I motivi rigettati riguardavano innanzitutto la possibilità di costruire, in quanto “l’intervento edilizio assentito con l’impugnato permesso di costruire ricade in zona tipizzata dal vigente Piano Regolatore Generale del Comune di Taranto in parte come “A1” (Verde di Rispetto, disciplinata dall’art. 13 N.T.A.), in parte come “A2” (Verde Vincolato, disciplinata dall’art. 14 N.T.A.) e in parte come “D5” (Ricomposizione spaziale dell’edilizia esistente di tipo C, disciplinata dall’art. 45 N.T.A.). Ora, l’intervento “de quo”, pur comportante notevole modifica della sagoma, della volumetria e dell’altezza dei manufatti preesistenti e, quindi, una nuova costruzione, risulta consentito dall’art. 45 N.T.A. del P.R.G.. Quest’ultima norma, infatti, non limita gli interventi edilizi ammissibili in zona “D5”, di ricomposizione spaziale dell’edilizia esistente di tipo C, alla sola ristrutturazione edilizia (intesa come demolizione e fedele ricostruzione dell’esistente), ma consente anche, espressamente, “interventi isolati di completamento che interessino lotti già delimitati da strade tutt’intorno e già dotati delle opere di urbanizzazione primaria”, ossia, in pratica, nuove costruzioni a completamento dell’edilizia preesistente (purché, ovviamente, conformi agli indici ed ai parametri urbanistici-edilizi prescritti per tale zona)“.

Per quanto atteneva invece il difetto d’istruttoria per omessa valutazione del diritto di servitù di veduta del mare e del panorama a favore del terreno fronteggiante in proprietà delle ricorrenti e, conseguentemente, per il mancato accertamento dell’assenza di legittimazione in capo alla Dogma s.r.l., per tali motivi priva del pieno godimento del bene, i giudici evidenziarono che “va, in primo luogo, precisato che non risulta asseverato dalla documentazione versata agli atti del giudizio l’assunto secondo cui la maggiore altezza dei nuovi fabbricati rispetto ai manufatti preesistenti comporterebbe (pur dopo l’operata eliminazione dal progetto dei “tralicci di collegamento orizzontale” delle due scale nelle quali si articola il nuovo corpo di fabbrica e del “cono verticale a ridosso della palazzina ristrutturata”) una riduzione della visuale panoramica sullo spazio aperto che si affaccia sul mare, in allegata violazione del parere rilasciato dalla Commissione Paesaggistica Comunale. Invero, i vecchi capannoni e gli edifici già insistenti nell’area, per un’altezza di circa m. 6,70, già occludevano la visuale agli appartamenti al piano terra e primo piano, mentre il progettato corpo unico sdoppiato in due scale, ne favorisce, in qualche modo, la visuale. A ciò si aggiunga la considerazione che, comunque, trattandosi, al più, di una servitù non apparente, la stessa non può acquisirsi, come, invece, sostenuto, per usucapione (art. 1061 c.c.)“.

Sempre secondo il profilo della lamentata carenza d’istruttoria, per i giudici “risulta, allora, irrilevante ai fini del presente giudizio, l’eventuale decadenza della precedente licenza edilizia, rilasciata nel 1971, laddove invocata per sostenere l’esercizio incontrastato della suddetta servitù per un periodo ultra ventennale. Né dalla decadenza di un risalente titolo abilitativo può desumersi la prescrizione del diritto di costruire, facoltà insita nel diritto di proprietà (“diritto di godere e disporre delle cose”: art. 832 c.c.) i cui modi di acquisto e di estinzione sono tassativamente prescritti per legge (art. 42 Cost.) e non contemplano la fattispecie richiamata“.

Il Collegio ritenne, invece, fondate le altre doglianze formulate dalle ricorrenti.

In primo luogo, quella latamente incentrata sulla violazione dei parametri urbanistici prescritti dal Piano Regolatore Generale di Taranto con specifico riferimento al superamento del volume massimo edificabile.

Per i giudici già nel 2013 risultava dimostrato “che i sottotetti, destinati, in realtà, a mansarde abitabili e non a servizi accessori (vedi anche l’esibita brochure commerciale dell’intervento), sono, invece, da considerarsi nel calcolo della volumetria utile e nel computo dei piani degli edifici. A tal proposito non può non evidenziarsi che le stesse siano, tuttavia, prive dell’altezza minima interna utile di metri 2,70 prescritta dall’art. 1 del D.M. 5 luglio 1975 per l’abitabilità dei locali adibiti ad abitazione; è, altresì, rilevante la discrasia dei dati indicati dalla Società controinteressata nei vari elaborati progettuali circa la superficie dell’area d’intervento (5.561 mq. nei rilievi celerimetrici e nella perizia giurata; 5.083 mq. nella Tavola P1/r; 4.786 mq. nella relazione paesaggistica; 4.928 mq. nella relazione tecnica descrittiva del progetto), tanto da farne correttamente desumere l’inclusione, nel calcolo, del demanio marittimo – come confermato dalla nota comunale prot. n. 181869 del 27.12.2012, in atti -, con le ovvie conseguenti perplessità circa l’esatto calcolo dei vari parametri urbanistici; è, infine, dato incontestabile, ad ulteriore comprova della superficialità dell’istruttoria svolta dagli organi comunali, che l’intervento assentito sia diversamente descritto nelle varie fasi procedurali, come realizzazione di un fabbricato composto ora “da interrato, 3 piani e 4° parziale mansarda” (nota R.U.P. della Struttura paesaggistica, doc. n. 10 sub 3, della produzione di parte ricorrente), ora “da un piano interrato, destinato a box e cantine, e quattro piani superiori destinati a civili abitazioni” (permesso di costruire rilasciato), e, da ultimo, in sede istruttoria, “da piano cantinato totalmente interrato (destinato a box e cantinole) e da due corpi di fabbrica “fuori terra”, formati da quattro piani superiori ad uso residenziale e dall’ultimo piano mansardato non residenziale destinato a lavanderia, stireria e bucataio” (nota prot. n. 5071 dell’11.01.2013 del dirigente della direzione urbanistica – edilità)“.

La questione dell’Autorizzazione Paesaggistica: il nodo di tutta la vicenda

Nel dicembre del 2013, l’ufficio Assetto del Territorio della Regione Puglia, scrisse alla Direzione Urbanistica di Taranto, in merito al permesso di costruire sull’area in questione, dopo la sollecitazione dell’avvocato Gaetani che ha difeso i cittadini ricorrenti nella vicenda dello Yacht Village.

In quell’occasione la stessa Regione evidenziava che “sebbene l’area ricada nei cosiddetti “Territori Costtuiti”, per i quali ai sensi dell’art. 5.02 delle NTA del PUTT/P non è dovuta l’autorizzazione paesaggistica di cui all’art. 5.01 delle NTA del PUTT/P, poiché la stessa è interessata dal bene paesaggistico (Territori costieri) tutelata ai sensi della lett. A dei comma 1 en. 142 del D. Lgs 42/2004, qualora l’area interessata non ricada tra le fattispecie di cui all’art. 142. comma 2. del D. Lgs. 42/2004 (verifica di competenza dell’Amministrazione comunale), per la stessa è necessario acquisire l’Autorizzazione Paesaggistica ai sensi dell’art. 146 da; D. Lgs 42/2004“.

Dunque la Regione indicava comunque necessario acquisire tale importante documento.

Tale nota della Regione arrivava nel dicembre 2013. Ma nell’udienza pubblica al Tar Lecce del maggio 2013, i giudici amministrativi attenendosi a quanto previsto dalla legge, rigettarono anche questa parte del ricorso.

Con riferimento all’assenza dell’autorizzazione paesaggistica di cui all’art. 146 del d.lgs. n. 42/2004, lamentata sul presupposto che l’area ricada nell’ambito del demanio marittimo e, comunque, a meno di m. 300 dal mare, i giudici scrivevano nella sentenza che l’area interessata dall’intervento: “a) “non risulta sottoposta alle disposizioni di tutela ai sensi del d.lgs. n. 42/2004” (nota prot. n. 10013 del 7.06.2011 della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto) non ricadendo in area vincolata paesaggisticamente; b) è perimetrata nel P.U.TT. come ambito distinto C – “Territori Costruiti”, come tale disciplinata dall’art. 1.03, comma 5, delle N.T.A. allegate al PUTT, norma che esclude, per tali territori, l’applicazione della disciplina del piano paesaggistico; ricadendo, in particolare, in zona “di ricomposizione spaziale dell’edilizia esistente di tipo C (D5)”, equiparata a zona B (ex delib. C.C. n. 134/2002), non è necessario, per l’edificazione in tale area, il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica. Invero, ai sensi dell’art. 1.03, comma 5, citato, “Le norme contenute nel Piano di cui al Titolo II “Ambiti Territoriali Estesi” e al Titolo III “Ambiti Territoriali Distinti” non trovano applicazione all’interno dei “Territori Costruiti” che vengono, anche in applicazione dell’art. 1 della legge 431/1985, così definiti: “aree tipizzate dagli strumenti urbanistici vigenti come zone omogenee di tipo “A” e di tipo “B”…”. E, ancora, secondo il disposto di cui all’art. 5.02-1.01 delle stesse N.T.A. “l’autorizzazione paesaggistica non va richiesta per i beni inclusi nelle categorie di cui al titolo II del d.lgs. n. 490/1999, sottoposti a tutela del Piano, ricadenti nei “Territori Costruiti” di cui all’art. 1.03…”.

Ed invece oggi proprio i giudici del Tar di Lecce hanno stabilito che quell’autorizzazione paesaggistica era necessaria per ottenere il permesso di costruire. 

Ed ora cosa succederà?

La domanda può sembrare banale ma non lo è affatto. Perché quando i giudici del Tar di Lecce nella sentenza dello scorso 12 giugno scrivono che il “ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa“, di fatto sta chiedendo al Comune di Taranto di intervenire sulla vicenda e attenersi alla sentenza del Tar. Che in soldoni significherebbe ‘abbattere’ l’intera struttura. Difficile dirlo al momento. Anche perché è molto probabile che l’ente comunale possa ricorrere al Consiglio di Stato, magari insieme alla ditta DOGMA di Castellana Grotte (BA). 

Anche in presenza di un impugnazione però, la mancanza rientra in quelle non sanabili, il che prospetta una sconfitta quasi certa anche al Consiglio di Stato.

Certo ci troviamo di fronte all’ennesimo pasticciaccio brutto della politica locale (ovviamente non in riferimento a questa amministrazione ma alla precedente). Cosa accadrà ora dell’edificio residenziale fronte mare, la cui struttura si eleva in due corpi separati destinati ad ospitare 24 appartamenti complessivi, di dimensioni variabili da circa 130 mq a 95 mq. con tanto di piscina interna, appare difficile ora ipotizzarlo. Così come per gli eventuali compratori dei locali.

La speranza è che la sentenza venga rispettata, e che quindi quell’area torni così com’era. Magari restituita alla fruizione dei cittadini. Certamente ci auguriamo che quelle strutture non vengano abbandonate al loro destino: perché oltre al danno questa sarebbe una beffa tremenda per gli abitanti di quella zona e per tutti cittadini di Taranto. Che troppo spesso ignorano ciò che gli accade intorno, anche ad un palmo di sano. A maggior ragione è giusto sottolineare la costanza, il coraggio e l’attaccamento al rispetto delle leggi, dell’ambiente e della propria città da parte dei cittadini che hanno condotto questa battaglia sino in fondo, che li ha portati ad ottenere una giusta vittoria.

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Un Commento a: Lo Yacht Village non poteva essere costruito

  1. Antonella

    Giugno 16th, 2019

    Io direi di donarla alla comunità. Ci sono dei “mostri” mai abbattuti e che fanno pietà.. oramai è costruito. Io direi di restituirlo come luogo per i giovani, università o potrebbe diventare il nuovo liceo artistico di Taranto che non ha mai avuto una sede e potrebbe valorizzare il luogo come nuova rinascita come prevista nell’agenda2030.
    Prof. De Giorgio A.

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