Ancora un rinvio per il processo ad Eni e Hidrochemical Service

 

L'inchiesta chiusa nel 2017, riguarda i fenomeni emissivi tra il 2013 e il 2015. L'accusa per gli indagati è getto pericoloso di cose
pubblicato il 05 Giugno 2019, 19:37
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Ancora un rinvio per la prima udienza del processo che vede indagati i vertici dell’Eni e della Hidrochemical Service. Si tratta del terzo rinvio: il giudice ordinario, sempre per motivi rocedurali, ha deciso di rimandare la questione davanti ad un altro giudice. Al centro una questione di competenze rispetto alla data della commissione del reato.

Per chi non ricordasse la vicenda, la procura di Taranto chiuse le indagini preliminari nel novembre del 2017, che portano la firma dei pm Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Lanfranco Marazia (ed iniziate nel 2013 insieme all’ex procuratore capo Franco Sebastio e all’aggiunto Pietro Argentino oggi a guida della Procura di Potenza), sulle molestie olfattive derivanti dalle emissioni odorigene, che da anni e per anni ‘ammorbano’ l’aria della città di Taranto, e che provengono, in differente misura, dallo stabilimento Eni di Taranto e dalla piattaforma di trattamento di rifiuti liquidi della Hidrochemical Service.

L’inchiesta della magistratura jonica, che ha coperto un periodo che va dal 2013 al 2015, si è conclusa con cinque indagati: Luca Amoruso, Remo Pasquali e Alessandro Cao, in qualità rispettivamente di direttori della raffineria Eni (dal 1 ottobre 2013 al 30 novembre 2013 il primo e dal 1 dicembre 2013 al 30 dicembre 2015 il secondo) e di responsabile operativo Eni (dal 1 ottobre 2013 al 30 dicembre 2015), e di Francesco Costatino e Antonio Costantino in qualità di amministratore unico della Hidrochemical Service in periodi differenti (dal 10 giugno 1997 fino al 6 ottobre 2014), mentre uscirono dall’indagine Gaetano De Santis, Carlo Settimio Guarrata, Mario Betti, Fabio Cincotti, i primi due ex direttori della raffineria Eni, gli altri due ex responsabili operativi. Gli indagati dirigenti Eni sono assistiti dagli avvocati Rocco Maggi e Diego Maggi, mentre quelli della Hidrochemical sono assistiti dall’avvocato Leonardo Lanucara. Per tutti l’accusa è di getto pericoloso di cose.

Secondo l’accusa, si leggeva nelle carte, “con le loro condotte aziendali provocavano l’emissione di sostanze odorigene, come il solforato di idrogeno e altri derivati a contenuto di zolfo” che avrebbero provocato la molestia olfattiva nei cittadini di Taranto e Statte. Fenomeni per l’accusa connessi al ciclo produttivo. Per l’Eni gli inquirenti si concentrarono sulle torce, la vasche per il trattamento delle acque di scarico e le emissioni fuggitive. Per la Hidrochemical Service, invece, le emissioni avrebbero riguardato sostanze come idrogeno solforato,ammoniaca, mercaptani (composti organici caratterizzati da un intenso odore sgradevole) e sostanze organiche volanti che si sarebbero sollevate dai processi di trattamento chimico e biologico dei rifiuti liquidi gestiti nell’impianto.

La Procura di Taranto, inizialmente, aveva anche chiesto la possibilità di effettuare un incidente probatorio (come avvenuto nel caso dell’inchiesta sull’Ilva), ma il gip Martino Rosati rifiutò la richiesta. Gli accertamenti effettuati però, sono serviti ad escludere che le emissioni odorigene fossero nocive per la popolazione.

Il consulente della Procura, l’allora direttore di ARPA Piemonte Angelo Robotto, spiegò che le emissioni odorigene prodotte dall’Eni, pur creando moltissimo disagio alla popolazione, non impedivano allo stabilimento Eni di Taranto di “rispettare i valori limite di emissione stabiliti dall’AIA con un progressivo miglioramento della concentrazione media in emissione ai camini, almeno per alcuni parametri“; che “il rispetto dei valori non impedisce la formazione di emissioni odorigene“; che le cause “vanno ricercate nel sistema di scarico delle torce, e nella presenza di emissioni diffuse e fuggitive; che le concentrazioni dei contaminanti a maggiore impatto odorigeno sono ragionevolmente contenute e inferiori ai valori fissati dall’organizzazione mondiale della Sanità“; e, in ultimo, che “lo stabilimento Eni non può essere considerato come l’unica fonte delle emissioni, poichè in zona c’è anche lo stabilimento Hidrochemical Service“.

La prossima udienza è fissata per il 21 giugno. Sarà la volta buona?

(leggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2017/11/27/si-chiude-linchiesta-sui-vel-eni-le-emissioni-odorigene-cinque-indagati-anche-della-hidrochemical/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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