Cina, l’89 e le sfide del futuro

 

Tienanmen sembrava dovesse 'aprire' il paese all'assalto dell'Occidente. E invece...
pubblicato il 12 Maggio 2019, 12:09
10 mins

Sono passati 30 anni, una vita, ricordo gli importanti cambiamenti geopolitici non facilmente comprensibili. Nello stesso tempo cambiava il mestiere di reporter di guerra e di pace. Gli scenari internazionali si complicavano soprattutto in Asia , avevo sempre con me un libro intitolato ‘’L’era del Pacifico’’, l’autore prevedeva quello che sarebbe successo in futuro in quell’area. Ero sempre i viaggio, lavoravo molto in Asia, come reporter tv per il servizio pubblico RAI e le Nazioni Unite: ricordi lontani, però ricordo come fosse ieri. Ero convinto che il reporter vero deve essere sul posto quando succede qualcosa, con la possibilità di documentare attraverso le immagini. Iniziai l’anno recandomi in Mongolia per il ritiro militare russo, il 15 febbraio vidi i carri armati sovietici ritirarsi, caricati su carri merci ferroviari in partenza per la Siberia, ero l’unico testimone perché ai media non interessava molto. Molti reporter cominciavano a trasformasi inesorabilmente in ‘’reporter virtuali’’, come accade purtroppo ancore oggi nell’era della disinformazione selvaggia e globale.


Nel mese di marzo 1989 mi spostai in treno a Pechino; intanto in Cina era morto il vecchio segretario del Partito Comunista Cinese, Hua Go Bang, uno scomodo riformatore. In piazza Tien An Men la nomenclatura comunista ordinata e silenziosa, rendeva omaggio alla salma coperta da un vetro trasparente, come era successo anche al padre della Patria, Mao tze tung nel 1979. Decisi di fermarmi in Cina per capire cosa sarebbe cambiato, facevo la spola tra le grandi città, a volte in aereo, ma spesso via terra, con camion, macchine, treni, bus, navi, piccoli battelli fluviali, biciclette e anche moto cinesi. Vivevo tra i cinesi, muovendomi negli spazi e culture diverse, dalla Mongolia e Mar Giallo, sul fiume Azzurro, la via della seta e i sentieri della vecchia capitale Xian teatro della lunga marcia della rivoluzione. Mi muovevo tra tempi buddisti e filosofie confuciane e taoiste. Annotavo che i cinesi mangiano tutto quello che sta in terra, meno i treni, tutto quello che sta nel mare, meno i sommergibili, tutto quello che sta in cielo, meno gli aerei, naturalmente è un modo di dire scherzoso. Nelle campagne c’èra la vera Cina, 850 milioni di contadini, nel paese dei grandi numeri, facevo fatica a immaginare, c’era un aria strana, pochi pensavano che qualcosa di grosso sarebbe successo. Andai nel villaggio contadino di Shaoshan, nella casa la casa natale di Mao; al museo vidi la sua zappa che usava da adolescente, la sua ciotola di terra cotta, il piccolo tavolo di legno e il lume a petrolio per leggere. Vicino al letto natio, pensai che lui fosse riuscito a mettere un miliardo di persone sotto lo stessa bandiera e assicurare un ciotola di riso al giorno. Poi mi recai a Changsha dove il grande timoniere aveva studiato, ricordo che mi sedetti al suo balco di legno, segnalato con un cartello. Quando arrivai Pechino da Canton, arrivò in Cina l’esponente politico russo Mikal Gorbaciov; chiesi al Direttore del TG1 di potermi fermare ancora. Con il compianto Federico Scianò ci dividemmo i compiti , lui rimase a Hong Kong a preparare gli uffici di corrispondenza Rai, come era programmato in precedenza; era previsto che io sarei dovuto continuare ad andare in giro per la Cina sconosciuta con base a Shangai. Ma poi per la morte di Scianò, tutto sfumò.
Il capo del partito comunista Deng Xiao Ping, ricevette la visita di Mikail Gorbaciov, dopo il funerale di Hua ko bang, leader amato tra gli studenti, soprattutto da quelli dell’Università di El Beidà. Nei giorni seguenti molti studenti riunirono il Piazza Tien an men, iniziarono lo sciopero della fame mentre altri gridavano slogan per iniziare una serie di riforme cinesi. Notai delle stranezze, soprattutto i comportamenti di alcuni colleghi dei media internazionali, in particolare quelli della CNN e New York Times americani e quelli della BBC inglesi. Dal 15 aprile, con l’aiuto di uno studente che aveva studiato l’italiano, passavo il tempo a parlare con i manifestanti per capire la protesta; in generale molti reclamavano le stesse cose; in mezzo a loro notai degli provocatori e dei giornalisti mimetici che collaboravano con i network stranieri. Da Hong Kong arrivavano notizie di manifestazioni, cosi mi organizzai in modo rocambolesco per documentare quello che accadeva e i perché. Intanto la polizia cinese aveva cominciato a espellere i giornalisti, era partita la macchina della disinformazione, un caos dal cui mi defilai grazie alla mia esperienza, cambiando albergo: mi ospitò l’interprete insieme a un cameraman francese. Una studentessa di nome Ciai lin, registrò un commovente discorso di protesta, di cui me ne diede copia e la portai a Roma al telegiornale 1 della Rai in via Teulada, la sera stessa ripartii per Hong Kong, il mattino dopo feci ritorno in Pechino. Era in corso la caccia ai reporter veri e falsi, questi ultimi avevano trasformato la protesta in una grande sceneggiata. Andai allora a Canton con il primo treno, la telecamera l’avevo lasciata in un negozio di verdura, poi andai a prendere il volo interno per Pechino, evitando i controlli della polizia all’aeroporto internazionale. Cosi riuscii a vedere e filmare quello che veramente accadde, lo videro solo i pochi reporter che erano riusciti a non farsi arrestare.
La notte tra il 3 e il 4 giugno i carri armati dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese intervenirono mettendo fine alle proteste degli studenti che reclamavano la democrazia. Erano provenienti da più di 40 università, furono poi raggiunti da operai, intellettuali e altri funzionari pubblici, più di un milione di persone riempì la piazza, luogo in cui nel 1949 Mao aveva dichiarato la nascita della Repubblica Popolare Cinese. In piazza entrarono i carri armati, iniziò la battaglia, con morti e feriti: alla fine la piazza fu svuotata.
Dopo questi avvenimenti in Cina dopo una riflessione avvenne la svolta, verso un’economia di mercato sotto la direzione di Deng Xiaoping, un elemento controrivoluzionario che ha cercato di trarre vantaggio dal malcontento popolare. Gli occidentali avevano la speranza che le battaglie a Pechino avrebbero fatto cadere il Partito Comunista cinese e distrutto l’economia pianificata analogamente a quanto sarebbe accaduto due anni dopo nell’Unione Sovietica. Volevano che la Cina si “aprisse”, al saccheggio della proprietà popolare da parte della banche e delle corporation imperialiste. La Cina non è stata smembrata come l’Unione Sovietica come ho avuto modo di assistere nel 1990 a Mosca; la sua economia non è implosa né i livelli di vita hanno subito un declino.   Salari e condizioni sociali sono migliorate in un momento in cui in ogni altro luogo i lavoratori hanno subito arretramenti per effetto di una grave crisi economica ancora in corso.
Nonostante profonde aperture all’esterno e all’interno, la Cina continua ad avere un’economia pianificata basata su forti infrastrutture di proprietà dello Stato Comunista. Mentre continuano le file di Ministri europei, che oggi hanno dimenticato i fatti di Tienanmen, bussando alle porte dei comunisti. Il vecchio Deng diceva: ’’Non importa che il gatto sia nero o bianco, l’importante è che mangi il topo’’.

Sono stati scritti fiumi di parole, ma la Cina per gli occidentali resta ancora un mistero. Supererà la Cina questa rivoluzione sociale, a 40 anni dalla morte di Mao la trasformazione a nazione supertecnologica, di mercato, affidandosi anche all’intelligenza artificiale e agli algoritmi? Nessuno la sa. Intanto tesse la nuova via della seta e il nuovo ordine geopolitico mondiale, tenendo d’occhio Confucio.

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