San Cataldo: il Palio, “u pregge” e la processione a mare

 

Gli appuntamenti della giornata di mercoledì 8 maggio
pubblicato il 07 Maggio 2019, 13:39
5 mins

Entrano nel vivo, mercoledì 8 maggio, i festeggiamenti patronali in onore di San Cataldo. Momenti centrali, il Palio di Taranto e soprattutto la processione a mare, che si ripropone con il fascino di sempre. Alcuni reputano quest’ultima una tradizione secolare ma non corrisponde a verità. Secondo un documento conservato nell’Archivio Storico del Comune, le prime tracce risalgono al 1933, quando la reliquia del braccio del Santo, racchiusa in un prezioso contenitore d’argento, fu portata su un rimorchiatore per la benedizione ai due mari. La novità riscosse un elevato consenso, tanto da continuare nel tempo e da diventare, ancor oggi, uno dei momenti più significativi della vita cittadina.

Il gran concerto cataldiano in basilica
La giornata di festeggiamenti si apre con il terzo “Gran concerto cataldiano della scuola” (ore 10, in cattedrale) con l’orchestra giovanile della provincia di Taranto formata da cento esecutori provenienti dalle scuole secondarie a indirizzo musicale; a seguire, a mezzogiorno, in piazza Duomo, l’aperitivo in piazza, offerto dagli istituti alberghieri della provincia.

Il Palio di Taranto
In serata avrà luogo il Palio di Taranto, la regata attorno alla Città vecchia fra barche a due remi rappresentanti i quartieri cittadini, ormai entrata a pieno titolo nel programma ufficiale dei festeggiamenti. Il programma prevede alle ore 17.45 il saluto del sindaco a Palazzo di Città e il corteo storico per via Duomo fino all’episcopio per la benedizione degli equipaggi da parte dell’arcivescovo. Alle ore 19 partenza della regata, con allineamento delle imbarcazioni davanti al castello aragonese per il periplo dell’Isola; l’arrivo sarà sempre nel canale navigabile. La premiazione avrà luogo alle ore 20nella sede nautica del “Palio”.

La cerimonia de “u pregge”
La processione a mare sarà preceduta da “’u pregge” in basilica, consistente nella consegna dell’argenteo simulacro al sindaco per tutta la durata dei festeggiamenti. Il cerimoniale prevede, attorno alle ore 18, il corteo delle autorità civili (bande musicali e gonfaloni di Comune e Provincia in testa) da Palazzo di Città per via Duomo fino all’arcivescovado. In attesa ci saranno l’arcivescovo, il Capitolo Metropolitano e i sacerdoti che si uniranno al corteo diretto al Cappellone, da dove la statua del santo sarà portata davanti all’altare centrale. Quindi, il momento de ‘u pregge” (ore 18.45), consistente nella consegna della statua alle autorità civili per tutta la durata dei festeggiamenti, con la firma dell’apposito verbale e il breve discorso dell’arcivescovo.

La processione a mare
Il simulacro di San Cataldo sarà poi issato su un carro riccamente addobbato e, con la partecipazione dei confratelli di San Cataldo in Santa Caterina (nella caratteristica mozzetta rossa), si muoverà la processione attraverso corso Vittorio Emanuele per la banchina del molo Sant’Eligio. Presteranno servizio i complessi bandistici “Giuseppe Chimienti” di Montemesola” e “Domenico Lemma” di Taranto. L’imbarco avverrà sulla motonave “Cheradi” (concessa dalla Marina Militare). Il momento sarà veramente commovente, con il sole che si tuffa all’orizzonte e il volo festoso delle rondini, fra le sirene delle navi alla fonda e lo scoppio di mortaretti. Il mezzo navale con San Cataldo si porrà alla testa delle numerosissime imbarcazioni in attesa al largo, dando così inizio alla processione a mare.

I fuochi pirotecnici
Dopo il giro per Mar Grande, con la benedizione alle navi e alle barche dei pescatori, attorno alle ore 20.30, il corteo transiterà per il canale navigabile, salutato dalla fanfara della Marina Militare, schierata davanti al monumento al marinaio, dai fuochi pirotecnici e dalla tradizionale fiaccolata a pioggia d’argento che scenderà dagli spalti del castello aragonese. Si attraverserà Mar Piccolo, quasi fin sotto le arcate del ponte di Punta Penna, con lo sbarco alla banchina di via Garibaldi (dopo le ore 21) dove si riformerà la processione per il rientro in Basilica attraverso discesa Vasto, piazza Castello e via Duomo. E due giorni dopo San Cataldo tornerà in strada, per le vie del centro storico e del Borgo, a ricevere l’omaggio dei tarantini.

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2 Commenti a: San Cataldo: il Palio, “u pregge” e la processione a mare

  1. Pietro Maccallini

    Novembre 28th, 2019

    Gentili Signori, il seguente mio articolo, più che essere un commento al vostro post, verte sull’etimo di abruzzese “pregge” che significa ‘garante’. Alla fine propongo una mia ipotesi sull’origine del culto di san Cataldo. Mi interesserebbe sapere, soprattutto, se la voce “pregge” esiste, con relativo significato, nel dialetto di Taranto, o se essa ne è assente, come ho supposto. Io sono un linguista un po’ anomalo che comunque scrive anche sulla rivista internazionale Quaderni di Semantica diretta da Francesco Benozzo. Grazie. Cordiali saluti

    Pietro Maccallini

    Ecco l’articolo: L’abruzzese “préggë”, che comunque può essere letto più agevolmente sul mio Blog: Pietro maccallini.blogspot. com

    Il valore della parola in epigrafe è ‘garante, mallevadore’’ e si confonde con l’altra parola, talora presente nei nostri dialetti, che suona allo stesso modo, préggë, ma significa ‘pregio’. Quest’ultimo termine deriva dal lat. preti-u(m) ’prezzo, costo, valore’ che in italiano ha dato come esito anche l’altra variante pregio, con valore spesso ideale di qualità, virtù diverso da quello prettamente mercantile di prezzo. Ad Aielli, guarda caso, non mi pare che ci sia una voce u préggë né nel significato di ‘il pregio’ né, tanto meno, in quello di ‘il garante’. A Trasacco-Aq, invece, si incontra sia il sostantivo préggë, con il doppio significato di ‘pregio’ e di ‘garante’, sia il verbo prëggià sempre col doppio significato di ‘apprezzare, stimare, pregiare’ e di ‘garantire, dar sicurezza’ .
    E’ a mio parere molto chiaro che il significato di ‘garante’ deriva dal lat. praes, gen. praed-is ‘garante, mallevadore’ ma anche ‘garanzia, pegno’. Ugualmente il lat. praedi-u(m) ‘fondo, podere’, ha, secondo i linguisti, la stessa radice indicante la ‘garanzia, cauzione’, essendo automaticamente qualsiasi proprietà un bene utile ipotecabile per ogni eventualità. Come per il lat. di-urn-u(m) l’elemento di- si è trasformato nel suono palatale –gi-, così per quanto riguarda praes,praedis ‘garante, garanzia’ si è avuto l’esito dialettale préggë, anche se l’accusativo, da cui solitamente derivano i corrispettivi termini italiani e dialettali, è praed-e(m): ma evidentemente c’è stato un incrocio, al livello del parlato, con lat. praedi-u(m) ‘fondo, podere’, il quale in italiano è presente solo con la voce dotta predio, che è quindi un ripescaggio diretto da parte dei dotti del sec.XV, e non una voce passata per la bocca del popolo, che spesso nei dialetti ha confuso questo termine con l’it. pregio, come abbiamo visto.

    Una curiosità. Navigando in internet ho incontrato l’espressione ‘U pregge riferita ad una singolare e molto seguita cerimonia che si svolge nel corso della festa patronale dedicata a san Cataldo a Taranto. Prima che inizi la festa un corteo composto dalle autorità civili, con in testa il sindaco, si reca alla cattedrale dove è in attesa il vescovo con tutto il Capitolo metropolitano. Le autorità religiose consegnano al Sindaco la statua argentea di san Cataldo, da essere portata in processione per terra e per mare, dopo aver stilato e firmato un verbale dove esse hanno indicato con meticolosità il comportamento da tenere, durante la processione, dal popolo e dalle stesse autorità. Una volta c’era addirittura la presenza di un notaio a garantire la legalità del verbale.
    Attualmente il significato preciso dell’espressione dialettale ‘U pregge non è noto; il vocabolo deve essere caduto dall’uso se qualcuno, compreso il vescovo, tenta di darne il significato di ‘prestigio’ o di ‘privilegio’, basandosi su una certa assonanza e sul fatto che la consegna della statua di san Cataldo deve essere considerata un privilegio per il Sindaco e la cittadinanza tutta che rappresenta. A me pare quasi inspiegabile la scomparsa del significato di questo vocabolo dal dialetto tarantino, soprattutto perché il termine, essendo legato a questa sentita cerimonia religiosa, avrebbe incontrato un ostacolo insormontabile per la perdita del suo significato, visto anche che l’origine del culto di san Cataldo non può risalire più indietro del VII sec. d. C., epoca in cui sarebbe vissuto il monaco irlandese Cataldo divenuto poi santo.
    Ora, avrete forse già capito che io sarei propenso a dare a questo pregge lo stesso significato di ‘garante, garanzia’ di cui ho parlato sopra. Secondo me, con questa voce si alluderebbe al certificato di garanzia, stilato dal vescovo o dal notaio per la singolare cerimonia di inizio festa. Ho visto, però, che in alcuni commenti internettiani di questa cerimonia appare quasi di soppiatto il significato di ‘garante, garanzia’ nel senso che il sindaco si farebbe garante dinanzi alle autorità religiose di quello che era stato scritto nel verbale, o che il Santo, uscendo dalla basilica, sarebbe garanzia, per tutta la città, della sua amorosa protezione. Ora, se si potesse appurare che in tutti i dialetti meridionali, o almeno nelle zone attorno a Taranto, dove il termine in questione eventualmente compaia esso ha il significato di aggettivo ‘garante’ e non di sostantivo ‘garanzia’, allora si avrebbe un argomento in più per sostenere che a Taranto l’espressione ‘U pregge proviene direttamente dal latino in cui la voce corrispondente aveva anche il significato di ‘garanzia’ (sostantivo) e che essa non vi è stata travasata da qualche dialetto delle vicinanze.
    In casi come questo, io sono del parere che bisogna far risalire alla romanità, o addirittura alla preistoria, l’origine di un culto pagano su cui andò a sovrapporsi quello cristiano di san Cataldo, col favore, magari, di qualche toponimo preesistente. Bisognerebbe però confortare questa ipotesi con qualche altro elemento concreto.

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  2. Pietro Maccallini

    Dicembre 3rd, 2019

    Gentili Signori,

    ho continuato la ricerca sulla festa di San Cataldo e mi pare di aver trovato almeno forti indizi della sua origine pagana e forse preistorica. L’articolo, un po’ lungo, può essere letto agevolmente nel mio blog: pietromaccallini.blogspot.com . Comunque eccolo:

    «Esci, Cataldo il rosso!».

    Si tratta dell’invito rivolto alla statua di san Cataldo dal sindaco di Taranto, perché si muova dal Cappellone in cui si trova nel Duomo della città e si faccia portare in processione, durante la suggestiva cerimonia de U pregge di cui abbiamo parlato nel precedente articolo del blog, dal titolo L’abruzzese “preggë”.
    Ora, ho visto in un post che solitamente il colore rosso viene inteso come riferito ai capelli di san Cataldo proveniente dall’Irlanda, dove il numero di chi possiede capelli rossi si aggira intorno al 30%. Ma a mio parere questa spiegazione si rivela piuttosto posticcia, data la leggendarietà di moltissime notizie che riguardano la figura di san Cataldo di Taranto, oltre naturalmente al fatto che comunque il 70% circa degli irlandesi non ha capelli rossi. Ma il motivo principale, a pensarci bene, per cui l’interpretazione in tal senso del rosso è da scartare, nella perentoria ingiunzione rivolta dal sindaco al Santo, scaturisce dal fatto che essa mi sembra pur tuttavia alquanto risibile perché troppo confidenziale, mettendo in rilievo questo presunto tratto fisiognomico e non sottolineando, ad esempio, la sua santità, come sarebbe stato naturale nell’ambito di una cerimonia austera, in presenza delle più alte autorità civili e religiose. Il motivo di quel rosso deve essere, di conseguenza, molto più importante e profondo.
    Il colore rosso, guarda caso, si ripresenta nella caratteristica mozzetta rossa con bordi dorati, cioè una mantellina rossa, indossata dai membri della confraternita di san Cataldo, durante la processione, oltre al cingolo rosso allacciato alla vita. L’ora in cui la statua, una volta uscita dal Duomo e raggiunta la banchina del molo sant’Eligio, è in genere quella prossima al tramonto, quando l’orizzonte ad occidente, se il cielo è libero di nubi, si carica del colore rosso del sole calante. Una crocetta aurea , secondo la leggenda, fu rinvenuta nel 1071 su di un corpo di una tomba ritenuta di san Cataldo con la scritta Cataldus, aggiunta con tutta probabilità successivamente.
    Secondo me tutte queste notizie concorrono a farci supporre che in realtà questo Cataldo fosse il nome, o uno dei nomi, di un’antica divinità del Sole. Alla luce di ciò acquisterebbe un nuovo sapore l’invito del sindaco a Cataldo: Esci, Cataldo il rosso. Il suo significato, in origine, doveva essere: Esci, o Sole rosso (oppure Sole splendente), senza alcun accenno al superfluo e marginale ‘rosso’ dei capelli di Cataldo, ma semmai al colore dell’astro diurno, magari all’ora dell’Aur-ora, voce imparentata col lat. aur-u(m) ’oro’ o a quella del tramonto: due momenti cruciali del corso del sole. Molto probabilmente le popolazioni primitive, considerando il Sole come un dio, erano soliti pregarlo perché continuasse ogni giorno a rinascere, dopo il suo tramonto. Bastava, ad esempio, che lui, il dio, non volesse, perché il buio regnasse in eterno tra gli uomini. L’ingiunzione potrebbe anche significare direttamente Sorgi, o Sole rosso, invocazione rivolta al dio del sole perché tornasse a risorgere, dopo il tramonto. In latino il verbo exire ‘uscire,ecc.’ significa anche ‘sorgere, apparire (detto degli astri)’ in Ovidio ed altri.
    Anche l’argento in lamine che ricopre la statua attuale, come quelle precedenti di cui si ha notizia, è un metallo che può alludere al Sole: basti pensare all’epiteto, già omerico, di argyro-tόks-os ‘dall’arco d’argento’ riferito ad Apollo, dio del sole. Il quale, guarda caso, aveva la sede sul monte Elic-ona in Beozia, insieme alle Muse. Si faccia attenzione al fatto che la prima componente di Elic-ona va a combaciare, o quasi, con Eligi-o, il nome con cui è indicato il molo di sant’Eligio, nelle cui vicinanze si trova la sorgente sottomarina di acqua dolce chiamata Anello di san Cataldo, della quale parlerò più sotto.
    La questione è questa: in greco la voce hélik-s significa ‘avvolgimento, spira, elica’ ma in alcuni composti assume il valore di ‘brillante, splendente’ (forse dalla radice di gr. sélas ’splendore’ − da cui anche gr. selḗnē ‘luna’−, con la normale caduta del sigma iniziale) come in helico-stéphan-os (Bacchilide) che significa ‘dal diadema brillante (hélico-)’. Guarda caso, anche sant’Eligio di Noyon in Francia era un orafo, un lavoratore quindi dell’oro e di altri metalli preziosi, che poi divenne vescovo, vissuto tra il Vi e VII sec. d. C. A parte la veridicità di questi Santi dell’alto Medioevo, il nome di Eligio doveva risalire uindi ad una voce dal valore di ‘luce, luminosità’ ed è poco credibile la proposta di chi lo fa derivare dal verbo lat. elig-ĕre ‘scegliere’ e quindi ‘Eletto’.
    Ma c’è un altro fatto che fa ben capire come i toponimi, che possono essere nati anche migliaia e migliaia di anni fa, raccolgano i vari significati di parole formalmente uguali o simili che sono arrivate nei paraggi nel corso della loro lunghissima vita e con esse possono dar vita ad aneddoti vari. Si racconta, infatti, che quando san Cataldo giunse a Taranto di ritorno dalla Terra Santa il mare Grande era in preda ad una spaventosa tempesta che il Santo calmò gettando in acqua, proprio nei pressi del molo Sant’Eligio, il suo anello pastorale il quale, caduto nel fondo, fece sgorgare una sorgente d’acqua dolce, la cui presenza è desumibile anche dal movimento dell’acqua in superficie che causa il formarsi di cerchi concentrici, sorgente chiamata anche oggi Anello di san Cataldo oppure Citro di san Cataldo. E’ probabilissimo, quindi, che la spaventosa tempesta della leggenda sia, appunto, il fantasioso ampliamento della realtà del ribollire in superficie delle acque della sorgente. La voce tarentina citro indica una sorgente sottomarina: il termine è di ascendenza greca; famosi nell’antichità erano i Khýtroi (Chitri), sorgenti calde alle Termopili. In greco khýtr-os vale ‘pentola’, ma evidentemente in tempi più antichi la parola indicava anche la ‘sorgente’, dalla radice del verbo khé-ein ‘versare, fare scorrere’.
    Ora, a me pare chiaro che il concetto di “anello” possa essere perfettamente espresso anche dalla suddetta parola greca hélik-s ‘avvolgimento, spira, elica’ che però, storicamente, non aveva in Grecia il significato precipuo di ‘anello’. Questo è un indizio che il termine in questione fosse in loco già dal periodo preistorico, portato dalle diverse ondate di popoli indoeuropei. Persino nella mia Marsica si incontrano tante radici greche che, come ho mostrato in altri articoli del mio blog, non possono farsi risalire ai contatti avuti tra gli antichi pastori marsi e le popolazioni dell’Apulia attraverso la transumanza. Comunque mi pare assodato che tutta la saga di san Cataldo ha origini non cristiane ma pagane, forse addirittura preistoriche, proprio per questi riscontri linguistici che coinvolgono il gr. hélik-s ‘avvolgimento, spira’.
    Resta da interpretare il nome Cat-aldo, che si sarà senz’altro incrociato con diverse radici. Per farla breve, però, secondo la mia interpretazione di tutta la saga, esso dovrebbe essere un termine tautologico, cioè formato da due componenti con lo stesso significato, per intenderci come l’it. gira-volta. La prima componente dovrebbe essere costituita dalla radice di ingl. hot ‘caldo, bollente’, ant. ingl. hat ‘caldo, bollente’, ingl. heat ‘calore’, ant. ingl. had-or ‘brillante, chiaro’. La seconda componente –ald dovrebbe essere la prima radice di lat. alt-are ‘altare’ messo in connessione da diversi linguisti con il verbo ad-ol-ēre ‘bruciare, far bruciare, o far fumare’, in riferimento alle vittime da sacrificare. La seconda componente di lat. alt-are, cioè –are, è da collegare al lt. ar-a(m) ‘altare’, la cui radice è quella di ar-id-u(m) ‘arido, secco’ e di lat. ard-ēre ‘ardere, bruciare’.
    Io non pretendo di avere sempre la verità in mano in queste scorribande nel lontanissimo passato di una tradizione religiosa, ma una cosa è certa: le notizie leggendarie che si affollano intorno ad una festa o un santo sono di una utilità impareggiabile, perché da esse può emergere, con questo metodo che mi pare molto proficuo (sebbene anch’esso possa talora incappare in qualche trabocchetto non previsto), la verità che giace al fondo. Ripeto, la connessione tra gr. hélik-s ‘spira, avvolgimento’ e il molo Sant’Eligio, presso cui sarebbe caduto l’anello del Santo, è troppo evidente e stretta per essere casuale. Naturalmente nessun anello cadde in quelle acque, non siamo così creduloni; ma vi cadde certamente nella leggenda perché il nome di Eligio (o simile), già presente da epoche immemorabili in quel luogo ad indicare non solo i cerchi concentrici che si formavano sulla superficie acquea, ma anche il vicino molo , andò a combaciare con quello di sapore greco con il significato di ‘avvolgimento’, e probabilmente proprio di ’anello’ in qualche parlata locale.
    PS. Scusate, ma mi sono ricordato proprio ora, ed è stato come un fulmine a ciel sereno, che in latino il dio Giove, capo di tutti gli dei e padrone del cielo diurno (la radice del suo nome, col valore di ‘luce, luminosità, giorno’ si ritrova in molte lingue indoeuropee, compreso il gr. Zeύs) aveva anche l’epiteto Elici-us che è quasi la fotocopia del nome Eligio, di cui si è parlato sopra. I linguisti, in genere, derivano l’epiteto ab eliciendis fulminibus, espressione latina secondo cui il termine deriverebbe ’dal lanciare, far scaturire i fulmini’. Giove era anche signore delle folgori, che sono sempre un fenomeno luminoso. Da taluni moderni, l’appellativo Elici-us, è inteso come ‘colui che manda la pioggia’. C’è sempre di mezzo la radice del verbo lat. elic-ĕre ‘trarre fuori, lanciare, far scaturire’. Per me andrebbero bene ambedue i significati, l’uno riferito alla luce o folgore e l’altro riferito all’acqua, che potrebbe essere intesa come quella fatta scaturire da san Cataldo nel fondo del mare, presso il molo di Sant’Eligio: in effetti la tradizione popolare attinge a simili coincidenze per dar vita alle sue leggende. Ma io ho già espresso il mio parere: l’appellativo di cui si parla aveva inizialmente il valore di ‘splendore, luminosità’.
    In greco esisteva un altro appellativo di Zeus che era Katai-bảt-ēs inteso come ‘colui che scende giù (con fulmini e tuoni)’, dal verbo kata-baín-ein ‘scendere, fare scendere, approdare, abbattere, buttare giù’. La preposizione gr. kataí è una variante poetica di katá ‘giù, sotto, verso, ecc.’. Anche qui io credo che il significato originario dell’epiteto fosse quello di ‘luce, luminosità’. Della radice cat- ‘luminosità’ ho già indicato l’ingl. heat ‘calore’, ant. ingl. hat ‘caldo, bollente’, ecc.; la radice di -bat-ēs è forse quella del scr. bha-ti ‘luce’ . Ma quello che mi preme sottolineare è il fatto che l’epiteto Katai-bát-es, in una probabile pronuncia dialettale tarentina in epoca seriore, sarebbe potuto essere *Kata-vàtë oppure Katà-vatë > Catà-vete , andando a combaciare col nome dialettale di Cataldo, che vedo scritto Cat-avete in alcuni post. E’ vero che normalmente, ad esempio, l’aggettivo latino alt-u(m) ‘alto’, simile alla seconda componente di Cat-aldo, in molti dialetti centro-meridionali dà come esito àvëtë o àutë (persino nel mio paese di Aielli-Aq, ad esempio, è ancora in auge la forma àvëtë, e l’espressione italiana sono salito diventa so’ sàvëtë, dal partic. passato latino salt-um ‘salito’, del verbo lat. sal-ire ‘salire’), ma nel caso di questo epiteto, ammesso che fosse presente a Taranto nell’antichità, potrebbe essersi verificato il suo clandestino e perfetto camuffamento sotto il nome dialettale di Cataldo, diffusosi a quanto pare diversi secoli d. C.
    L’epiteto, inoltre, potrebbe aver dato vita ad altri tratti della saga di san Cataldo, come quello del suo approdo in una zona del Mar Grande o nella marina di San Cataldo a Lecce, dato che il verbo kata-baín-ein significa anche approdare, scendere dalla nave. E non solo! uno dei significati del verbo, infatti, è ‘abbattere, buttare giù’ e potrebbe quindi essere alla base della credenza che san Cataldo, per far calmare una spaventosa tempesta, avesse buttato il suo anello, andato a finire nel fondo del mare, cioè sotto la sua superficie.
    In greco, guarda caso, l’epiteto katai-bát-ēs era usato anche per l’Acheronte, uno dei fiumi infernali. Ed è un appellativo appropriato con il suo significato di ‘discendente’, visto che si tratta di fiume sotterraneo come suggerisce la preposizione katái ’sotto’. Esso, inoltre, si adatta a pennello ad indicare la sorgente sottomarina di san Cataldo di cui sopra e, per finire, potrebbe anche alludere alla figura del sole calante ad occidente.
    Per dirla tutta, secondo il mio metodo di lavoro e un principio basilare della mia linguistica, un flusso d’acqua e d’ogni altro liquido, fosse esso un rigagnolo o un fiume possente, nella mentalità dell’uomo onomaturgo equivaleva ad ogni flusso luminoso, il quale, sotto forma di raggi, si diffondeva da un punto luminoso attraverso lo spazio fino a colpire i nostri occhi. Quell’uomo naturalmente non poteva parlare di fotoni e quanti di luce, ma ben immaginava che la luce si propagasse come onde nel mare.
    Mi sono occupato linguisticamente di qualche altro Santo o figura mitica, ma rispondenze così numerose e perspicue, tra le parole fondamentali della tradizione leggendaria arrivata fino a noi e quelle di lingue varie dell’ambito indoeuropeo, come le rispondenze relative a san Cataldo, credo che non le abbia mai incontrate.

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