«La solidarietà è un dovere, non un sentimento»

 

Lo afferma, parafrasando Rodotà, l’ex-procuratore Armando Spataro, in una lectio magistralis sul grande tema delle migrazioni
pubblicato il 29 Aprile 2019, 23:31
8 mins

A tavola, nei bar, sul pullman, dal barbiere, in curva allo stadio. Ovunque non si parla che di… “loro”. Un “loro”, ovviamente, opposto a un “noi”. “Loro” sono, altrettanto ovviamente, gli immigrati. E in questo marasma di affermazioni, sovente basate sul luogo comune o, peggio, sugli avvelenatori seriali di pozzi, quali che siano le opinioni politiche di ciascuno, meritano ascolto le parole di chi ha gli strumenti culturali e d’esperienza per poter esprimere un parere fondato. È il caso di Armando Spataro. Magistrato in pensione, già Procuratore Capo di Torino (fra le altre cose), è tornato nella sua Taranto per una lectio magistralis su “L’immigrazione tra diritti, sicurezza e accoglienza”.

Il ragionamento del dott. Spataro è semplice ed essenzialmente si può riassumere come segue: la politica dei “porti chiusi”, così come si è delineata in questo primo scorcio di legislatura, semplicemente non è possibile. Lo spirito del ragionamento è esplicitato da una citazione di Stefano Rodotà: «“La solidarietà non è un sentimento ma è un diritto” e io aggiungo, immodestamente, se è un diritto di chi la chiede è un dovere di chi la deve riconoscere, ovviamente in presenza delle condizioni di legge. Non stiamo parlando di bei sentimenti, stiamo parlando di diritti». E se di diritti si parla, l’intero discorso non può che essere portato avanti sulla base di precisi riferimenti normativi.

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo:

Articolo 13

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Costituzione della Repubblica Italiana:

Art. 10: L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. […]

Art. 13: La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Spataro è convinto che il cosiddetto Decreto Sicurezza non rispetti questi principi. Come è convinto che sia un errore la chiusura di numerosi centri di accoglienza. «In base ad un protocollo – racconta ricordando la sua esperienza torinese – alcuni volontari tra i migranti venivano a lavorare al Palazzo di Giustizia di Torino per supplire alla mancanza di personale amministrativo che affligge tutti i tribunali italiani. Non vi nascondo che vi fu una impiegata della Procura di Torino che mi venne a trovare riservatamente dicendomi che era in forte imbarazzo perché non avrebbe gradito lavorare da sola con uno di questi migranti in locali di archivio […]. La rassicurai dicendo che avrebbe lavorato anche qualche suo collega italiano. In realtà questa signora è venuta dopo poco tempo a ringraziarmi di averle dato la possibilità di conoscere queste persone, due delle quali invitava spesso la sera a casa perché le voleva far conoscere ai figli […]. Questo oggi non sarebbe possibile. Con la nuova normativa non potrei stipulare un accordo simile». A proposito di chi si lamenta dei migranti che stanno senza far nulla…

Tutto questo per quanto riguarda i migranti che arrivano sul suolo italiano. Ma a chi afferma che bisogna chiudere i porti per non farli arrivare affatto? Spataro è categorico: «Non si può fare, è vietato». Perché? In base a una serie di trattati internazionali che l’Italia ha sottoscritto, ogni Stato costiero è responsabile di una zona di soccorso (la cosiddetta zona SAR). Le navi in difficoltà debbono necessariamente essere inviate dallo Stato in questione nel più vicino porto sicuro. E se lo Stato di competenza “fa orecchie da mercante”, come talora successo con Malta? Non per questo gli altri Stati hanno diritto di respingere le imbarcazioni in difficoltà. Lo ha sancito esplicitamente una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2016 ha condannato l’Italia per aver trattenuto alcuni migranti per tre giorni.

E a chi teme che le migrazioni portino in Italia il terrorismo? La risposta è semplice: non è vero. Negli ultimi anni, racconta Spataro, è stato segnalato un solo caso (su cui ancora si indaga) di sospetto terrorista arrivato con i barconi. I terroristi, garantisce Spataro, che vi ha avuto spesso a che fare nella sua carriera di magistrato, hanno i soldi e vengono in aereo. E allora che fare? Chiudere gli aeroporti? È ovvio che la risposta non può essere questa. E men che meno può esserlo in un Paese come il nostro, la cui storia di emigrazione è ormai secolare. Per questo ci piace concludere, facendo nostra una citazione del procuratore Spataro, con una poesia di Bertolt Brecht:

Il giudice democratico

A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro

che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti

venne anche un oste italiano. Si era preparato seriamente

ma a disagio per la sua ignoranza della nuova lingua

durante l’esame alla domanda:

che cosa dice l’ottavo emendamento? rispose esitando:

1492.

Poiché la legge prescrive al richiedente la conoscenza della lingua nazionale,

fu respinto. Ritornato

dopo tre mesi trascorsi in ulteriori studi

ma ancora a disagio per l’ignoranza della nuova lingua,

gli posero la domanda: chi fu

il generale che vinse la guerra civile? La sua risposta

fu: 1492 (con voce alta e cordiale). Mandato via

di nuovo e ritornato una terza volta,

alla terza domanda: quanti anni dura in carica il presidente?

rispose di nuovo: 1492. Orbene

il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, capì che non poteva

imparare la nuova lingua, si informò sul modo

come viveva e venne a sapere: con un duro lavoro. E allora

alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda:

quando

fu scoperta l’America? e in base alla risposta esatta,

1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.

[trad. it. di R. Fertonani, da incidenze.blogspot.com]

Condividi:
Share

Commenta

  • (non verrà pubblicata)