Taranto deve ancora attendere?

 

Lo chiede Di Maio a una città che soffre da troppo tempo. Ma qui, intanto, bisogna darsi da fare
pubblicato il 25 Aprile 2019, 17:03
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Diciamo pure che commenti, fra rabbia e delusione estrema, ce ne sono stati e ce ne sono a iosa. Il blitz in città dei ministri del ‘governo del cambiamento’, con in testa il vicepremier Di Maio, ha scatenato ire e, in parte, rassegnazione: Taranto ha vissuto già in passato giornate simili, parole ne ha ingoiate a vagonate, promesse ancor di più. Alla fine cosa resta? Tanto o poco? Oppure assolutamente nulla?
Difficile rispondere. Perchè i governi che si sono succeduti da almeno vent’anni a questa parte hanno un comune denominatore: la promessa di una città migliore e soprattutto respirabile. Passando dagli Atti d’intesa di berlusconiana memoria ai Tavoli istituzionali marchiati Monti-Letta-Renzi-Gentiloni e adesso Conte. In mezzo l’esplosione dell’inchiesta ‘Ambiente svenduto’ e una montagna di documentazione scientifica in cui s’inchioda il ‘mostro d’acciaio’ – alias stabilimento siderurgico – e tutta l’area industriale a responsabilità chiare e nette. Decenni di prese in giro, non c’è dubbio. Decenni in cui la città ha protestato, denunciato, ha chiesto. Ottenendo poco, perchè la politica ha strategicamente avvolto la grande industria di una barriera legislativa inattacabile, approfittando della debolezza economica e sociale di un territorio che fatica non poco a scovare altre strade per liberarsi dalla morsa d’acciaio profumata di petrolio.
Nel ventre la complicità di quanti prediligono una città al servizio dello Stato per continuare a mungerne le mammelle, gattopardi e camaleonti altamente specializzati nel muoversi in uno scenario intricatissimo qual è quello tarantino.
Perchè, consentitecelo, sullo sfondo ci sono le parole sinistre – ma ovviamente imprenditoriali – del gestore ArcelorMittal rivolte al sindaco Melucci per un’eventuale ordinanza di sospensione dell’attività “che comporterebbe invece danni gravissimi proprio rispetto a quei beni – la salute e l’ambiente – che il provvedimento vorrebbe asseritamente tutelare”, paventando così per i tempi lunghi per la fermata degli impianti una via senza ritorno – cioè la chiusura definitiva – con tutte le conseguenze del caso in termini occupazionali ed economici, tra queste le azioni che la stessa ArcelorMittal si riserverebbe. Insomma, più chiaro di così…
Più chiaro di così vuol dire che strisciante, e artatamente minaccioso, è lo spettro di una crisi profondissima per tutti. Ci chiediamo e chiediamo a chi e a quanti sguazzano con abilità in questi mari: perchè, Taranto gode di ottima salute per non potersi permettere il lusso di fare a meno del ‘mostro d’acciaio’? No, perchè vorremmo capire: siamo condannati a vivere d’acciaio per l’eternità? Ci suonano d’avvertimento certe escursioni dialettiche, un po’ come accadeva in passato, nell’epoca dei Riva. O sbagliamo?
Sbagliamo pure ad affermare che il blitz dei ministri sia stato un bel tour pre-elettorale, al netto della constatazione che i ritardi accumulati nei cronoprogrammi del CIS sono esecrabili? Del resto, quali novità son giunte da Roma? I milioni vanno e vengono, ci rigirano un po’ tutti intorno, si rispolverano nuovamente progetti che non sono diventati realtà, si rinnovano promesse. Intanto, gli anni passano e tutti – ribadiamo: tutti – gli attori protagonisti, passati e nuovi, del (falso) rinascimento tarantino son lì che ripropongono parole già sentite, tendendo la mano ai cittadini nell’ascoltarli per poi tornarsene nelle rispettive torri d’avorio e proseguire a far poco o nulla.
Siamo populisti, disfattisti, bastiancontrari? No. I fatti dicono, per esempio, che da anni si attende il nuovo ospedale e una sanità migliore. Oppure che gli interventi nella Città vecchia e nelle aree possibili piattaforme di sviluppo, diventino concreti. Oppure ancora che le bonifiche del Mar Piccolo diventino la base per una vera economia del mare. Che la ZES diventi qualcosa di concreto. E ci fermiamo qui, perchè Taranto necessiterebbe di altro fuori dal perimetro del CIS. Di Maio chiede tempo, non fiducia: per quanto ancora, di grazia, Taranto deve attendere un benchè minimo risarcimento della sua secolare sofferenza?
Certo, come spesso abbiamo ripetuto, anche i tarantini possono agire. A qualunque livello. A partire dalla classe imprenditoriale, che non può attendere il solito aiutino dello Stato: vuole una buona volta mettere in campo un progetto chiaro e soprattutto nell’ottica di quella responsabilità sociale che mai ha saputo o voluto proporre? Per passare poi a una coscienza civica che va coltivata e sostenuta, smascherando gattopardi, camaleonti, lobbisti e comparanze che da sempre imperano in questo territorio. Non dimenticando quanto si può mettere subito in campo attraverso azioni concrete identitarie scommettendo sulla nostra Storia e quindi sulla nostra Bellezza, smantellando illegalità diffuse in quel museo diffuso che è la città intera, pensando a un marketing territoriale più incisivo e capace di incrementare i flussi turistici nell’accoglienza migliorabile, lavorando su una diversa mentalità in grado di amare veramente questa terra. Insomma, puntando grosso sulla nostra riconosciuta straordinarietà.
Ecco perchè sono e siamo tutti chiamati in causa, cittadini e Istituzioni locali. Non possiamo limitarci a combattere il ‘nemico’ perchè quel ‘nemico’ gode di connivenze sgretolabili solo nel tempo e con una ‘guerra’ lunga ed estenuante.
C’è altro terreno da conquistare, tuttora fertilissimo e a nostra completa disposizione: la nostra, nonostante tutto, splendida Taranto.

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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