Il viaggio di Marco Polo

 

Inizialmente il suo libro 'Il Milione' fu considerato frutto della sua fantasia
pubblicato il 24 Aprile 2019, 08:47
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Dell’esistenza di un itinerario terrestre dall’Europa conosciuta verso l’oriente estremo si venne a conoscenza nel 1300 quando venne pubblicato in lingua francese antico il manoscritto “Il Milione”. Scritto da Rustichello da Pisa nella parte più antica di palazzo San Giorgio, detto anche palazzo del mare perchè originariamente era vicino alle banchine del porto antico di Genova, fu sede del governo della città poi di prigione, dove Marco Polo veneziano, catturato dai genovesi dopo la battaglia della Curzola, dettò le sue avventure di viaggio in Asia, creduto per molto tempo un racconto frutto della sua fantasia.
Un libro sicuramente letto in seguito dal grande navigatore genovese Cristoforo Colombo, il quale fece una considerazione: se la terra è rotonda, navigando verso occidente si arriverebbe nelle terre dell’estremo oriente, un intuizione logica, come quella della famiglia Polo quando lesse la relazione di viaggio del frate umbro, Giovanni Pian del Carpine. Marco Polo  era figlio di Niccolò Polo, un grande commerciante, che nel 1260 partì con il fratello Matteo per recarsi all’interno dell’Impero Mongolo di Gengis Khan, portando un sacco di pietre preziose per i commerci. Dopo un viaggio pieno di imprevisti, i fratelli Polo arrivarono alla corte del signore dei Tartari e imperatore della Cina: Kublai Kan.

Finalmente nel 1271 Marco Polo partì per l’Oriente con Niccolò e Matteo. Prima tappa fu Acri, in Terrasanta. Da qui comincia il suo viaggio nelle steppe asiatiche incontrando mercanti turchi, passando verso l’interno del continente, attraversando Niccolò, Matteo e Marco Polo intrapresero un viaggio nel 1271. Procedettero verso l’interno del continente, attraversando l’Anatolia e l’Armenia, proseguirono attraverso per il Kurdistan, giungendo a Tabriz, nell’estremo Nord-Ovest dell’Iran, famosa ai mercanti italiani per “le molte pietre preziose” e per l’enorme bazar.
Questo bazar esiste ancora, durante il mio viaggio col minibus ebbi modo di visitarlo, cosi come quello di Teheran la capitale situata a 2000 metri dell’altipiano iraniano. Discesero quindi il fiume Tigri, fino a Baghdad e Golfo Persico, sostarono nei caravanserragli presso il porto dell’isole di Ormuz, importante centro carovaniero. Continuarono e raggiunsero  l’antica Balkh e la regione afghana del Badakhshan. In Afghanistan superarono l’altipiano del Pamir in quaranta giorni e discesero verso il bacino del deserto del Tarim. Attraverso il deserto del Gobi giunsero ai confini del Catai, nel Tangut, la provincia più occidentale della Cina.
Quindi proseguirono lungo la parte settentrionale dell’ansa entrarono in Cina seguendo Fiume Giallo. Il balzo fu grande: dalle vette innevate del Pamir alle sabbie cocenti del Taklimakan. Una volta percorsi i 2000 chilometri di deserto la spedizione dei Polo giunse a Shanzhou, dove Marco descrive la maggioranza Buddista come “idolatri”. A 40 giorni di viaggio da Shangdu, il Kublai Khan gl’invia una scorta. Dopo tre anni e mezzo di viaggio la spedizione giunse alla corte del Khan, arrivarono infine a Khanbaliq, l’antica Pechino, a conclusione di un viaggio durato tre anni e mezzo. Una volta arrivato nel Catai, Marco ottenne i favori del Kubilai Khan, ne divenne consigliere e in seguito anche ambasciatore, viaggiò in estremo oriente. Marco fece conoscenza con l’imperatore, che era incuriosito dagli usi e costumi dei popoli latini.
Giunto il momento di ripartire,  gli furono donati dal Gran Kan le “tavole di comandamento” per attraversare i territori dell’Asia senza essere attaccati dai popoli. Infine Kublai fece alcune richieste  ai giovani, portare i suoi omaggi al Papa, mandare nel suo impero cento ecclesiastici per convertire la popolazione al cristianesimo, perché l’imperatore avendo avuto una madre cristiana nestoriana voleva che la sua popolazione abbracciasse la religione cristiana.
Polo fece ritorno a Venezia solo 24 anni dopo essere partito, il 9 novembre 1295 fu ricevuto dai parenti increduli.

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