Via della Seta, parte seconda

 

Dopo Genhis Khan, iniziano gli scambi commerciali verso l’oriente. Il viaggio di Giovanni da Pian del Carpine
pubblicato il 10 Aprile 2019, 11:33
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L’espansione dell’Impero mongolo in tutto il continente asiatico dal 1215 circa al 1360 diede stabilità economica alla grande area e ristabilì l’importanza della Via della Seta come straordinario mezzo di comunicazione e di scambio culturale e di merci. Tra il 1325 e il 1354, un grande viaggiatore marocchino IBN BATTUTA, arrivò a viaggiare nella Crimea e nell’attuale Medio Oriente, proseguendo fino ai principati mongoli degli eredi di Gengis Khan. Nella fine del 1300, Marco Polo raccontò nel libro I’l Milione’ di essere arrivato fino alla Cina e alla corte dell’imperatore-conquistatore mongolo Kublai Khan, di cui sarebbe diventato un consigliere di fiducia
Oggi vi parlerò di un missionario italiano che viaggiò tra i primi verso l’estremo oriente, al ritorno fu il primo a scrivere un libro raccontando usi, costumi, pensieri religiosi e incontri con le popolazioni tartare e mongole ‘HISTORIE MONGOLARUM’, un libro che è stato fondamentale per la famiglia Polo di Venezia e, come vedremo in seguito, per Cristoforo Colombo e per i miei viaggi sulla Via della Seta, un libro che custodisco gelosamente nella mia libreria. Il missionario si chiamava Giovanni da Pian del Carpine dell’’Ordine dei frati minori; sembra che facesse parte di quella schiera di dotti che entrarono da adulti tra le file dei seguaci di Francesco d’Assisi intorno al 1215, fu nominato ministro della provincia di Germania, partecipò a numerose missioni cattoliche. Nel 1245 fu incaricato da papa Innocenzo IV di recarsi presso i Mongoli per consegnare al loro sovrano la lettera Cum non solum homines, data a Lione. Nel testo era contenuta l’esortazione a interrompere l’avanzata armata mongola nelle regioni dell’Europa centrorientale e, dietro minaccia della collera divina, l’invito a concludere una pace con la Cristianità.

Una seconda lettera, Cum simus super, datata 25 marzo 1245, era rivolta ai patriarchi, ai vescovi e agli arcivescovi delle comunità cristiane d’Oriente, per esortarli all’unità con la Chiesa latina, in vista dell’imminente concilio di Lione. La missione affidatagli s’inseriva in una più articolata strategia diplomatica del pontefice romano, che già nel breve Dei virtus del 3 gennaio 1245 si era posto il problema del pericolo mongolo; quindi, attraverso diverse ambascerie intendeva tentare un contatto con quel popolo tanto pericoloso e ostile quanto sconosciuto ed estraneo, rispetto agli abituali nemici dell’Occidente cristiano che erano penetrate in territorio austriaco per poi arrivare ai confini con il Friuli: solo la scomparsa di Ögödei, il successore di Genghiz Khan, aveva improvvisamente bloccato l’avanzata mongola. È quindi con il pontificato di Innocenzo IV che si era accresciuta la consapevolezza del pericolo mongolo: non casualmente durante il concilio di Lione fu considerato tra i cinque principali pericoli che affliggevano la Chiesa.
Giovanni da Pian del Carpine, partì da Lione il 16 aprile 1245 in compagnia di Stefano di Boemia e, successivamente, del frate Benedetto di Polonia, che si aggregò al messo pontificio in Slesia come interprete per le lingue slave. La missione proseguì per Cracovia e per la Galizia, dove G. recò un messaggio sull’unione delle Chiese, quindi, oltre Kiev, dove Stefano di Boemia, ammalatosi, dovette interrompere il viaggio, arrivò agli avamposti dei Mongoli sul Volga, dove le lettere papali furono tradotte in persiano, per essere, in seguito, consegnate al Gran Khan. Solo dopo aver percorso a cavallo migliaia di chilometri e aver interloquito, tappa dopo tappa, con i principali signori mongoli incontrati nel cammino, egli passò a nord della attuale Via della Seta attraverso la Russia la Siberia sia all’andata che al ritorno. Arrivò il 22 luglio 1246 nel grande accampamento ai confini tra Mongolia e Manciuria, sede della residenza imperiale, dove rimase quattro mesi.
Qui assistette alla conclusione del grande qurilta (assemblea dei nobili), che sancì l’insediamento di Güyük, uno dei figli del sovrano deceduto; ammesso alla presenza del nuovo sovrano, poté infine consegnare la missiva pontificia. Siamo a conoscenza della risposta negativa del Gran Khan, che ingiungeva al papa e ai principi della Cristianità di recarsi presso di lui per rendergli omaggio e mostrare sottomissione, riconducendo le vittorie da lui ottenute sotto il segno di un disegno divino e contestando, peraltro, anche l’affermazione papale dell’unicità della fede cristiana. Giovanni prese quindi la via del ritorno, giungendo a Lione il 18 novembre 1247. Raccontò che i mongoli si proponevano esplicitamente per la conquista di tutto il mondo, riducevano a schiavitù le popolazioni conquistate. Nell’insieme il suo libro si rivela come un documento di eccezionale interesse, sia da un punto di vista storico, sia da quello antropologico. Sempre nel 1248 fu nominato arcivescovo di Antivari (oggi Bar, nel Montenegro), nel Sud della Dalmazia, dove fu coinvolto in un complesso conflitto giurisdizionale con il vescovo della vicina Ragusa (Dubrovnik), che avanzava diritti sulla Chiesa di Antivari: nel corso di tale conflitto Giovanni fu anche preso prigioniero, ma fu rilasciato subito dopo. La controversia si trascinò fino al luglio 1252, dopo la morte del vescovo di Ragusa, sopravvenuta nel maggio di quell’anno. Morì nella sua diocesi nella stessa estate del 1252, l’ultimo documento in cui è citato il suo nome è datato al 29 luglio 1252.
Atri italani viaggiarono anni dopo Andrea di Longjumeau, Odorico da Pordenone, Giovanni de’ Marignolli, Giovanni di Monte Corvino, Niccolò Da Conti, Matteo Ricci. Con la disintegrazione dell’impero mongolo e della sua pax mongolica la Via della Seta perse la sua unicità. Inoltre la Cina, dopo la cacciata della dinastia mongola degli Yuan, si era chiusa per reazione su sé stessa, impedendo l’accesso a tutti gli stranieri, compresi gli occidentali, già favoriti dagli odiati mongoli. La Repubblica di Venezia era di fatto il principale punto di arrivo della Via della Seta in Europa. Venezia deteneva il monopolio sulle sete e spezie orientali come pepe, sale cannella, zenzero; sui prodotti utilizzati per la conservazione dei cibi e nella farmacopea.
Per molto tempo Genovesi, Spagnoli e Portoghesi avevano cercato inutilmente di strappare il controllo dei veneziani e ad aggirare il blocco ottomano nel medio oriente e nel Mar Nero. Questo fattore spinse i paesi come Spagna e Portogallo a cercare vie alternative per arrivare in Oriente. Venezia diventò cosi la porta d’oriente, nonché crocevia dei commerci tra il mondo orientale e occidentale. Marco Polo insieme al padre Niccolò Polo e allo zio Matteo viaggiò a lungo in Asia percorrendo la Via della Seta e attraversando tutto il continente asiatico fino a raggiungere la Cina (Catai). Le cronache del viaggio e della permanenza in Estremo Oriente che hanno dato vita al libro Il Milione, furono trascritte in francese antico da Rustichello da Pisa durante la sua prigionia a Genova. Di questo viaggio parlerò in seguito.

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