Dati al Comune, nessuna emergenza

 

ISPRA e ARPA: nel quinquennio 2014-2018 nessun superamento. Resta il caso diossina. ASL e ISS inviano documenti riepilogativi
pubblicato il 08 Aprile 2019, 22:29
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Tre paginette stringate per mettere nero su bianco quanto già fosse noto. A dimostrazione come ancora una volta, come abbiamo scritto più volte nell’ultimo mese, sia stato creato ah hoc l’ennesimo caso inesistente su Taranto e i suoi atavici problemi ambientali. ISPRA ed ARPA Puglia hanno inviato un documento congiunto quest’oggi al Comune di Taranto, per rispondere “all’ultimatum” del sindaco Rinaldo Melucci, che aveva fissato entro le 12 di oggi la scadenza per ricevere dagli enti preposti, dei dati certi sulla qualità dell’aria e sulla situazione sanitaria del capoluogo ionico, in ragione degli effetti dovuti alla presenza dell’ex Ilva e della sua attività produttiva.

Nella prima pagina del documento, ISPRA ed ARPA riepilogano quali sono i loro compiti specifici: ISPRA svolge le funzioni di Laboratorio Nazionale di Riferimento per la qualità dell’aria, con il compito di assicurare la qualità e la comparabilità a livello nazionale ed europeo delle misure degli inquinanti atmosferici effettuate dalle reti di monitoraggio del SNPA tramite l’attuazione di una serie di disposizioni tra cui l’aggiornamento delle procedure di garanzia e controllo di qualità (ex DM 30/3/2017) e la pubblicazione di apposite linee guida per la loro uniforme applicazione sul territorio nazionale. ARPA Puglia provvede alla valutazione della qualità dell’aria sul territorio regionale, gestendo in particolare la rete di monitoraggio in conformità a tali procedure uniformi di controllo e verifica della strumentazione, garantendo la qualità e la comparabilità a livello nazionale ed europeo dei dati prodotti.

Detto ciò, dopo una breve parentesi iniziale sulla criticità del territorio ionico sul quale insistono da decenni grandi impianti industriali che “fa di Taranto una delle aree più sottoposte a pressioni ambientali in Italia ed oggi è sede del più grande complesso industriale per la lavorazione dell’acciaio in Europa“, ripetendo ancora una volta come “molteplici fattori inquinanti si sono stratificati nei decenni a livello di aria, acqua e suolo. Nell’individuarli va, quindi, tenuto conto della complessa rete di pressioni esercitate sull’ambiente“, si arriva ai tanto famosi ‘dati’ attesi come se fossero il quarto segreto di Fatima.

ISPRA ed ARPA Puglia evidenziano come “Con riferimento alla porzione di zona industriale in cui ricadono alcuni comuni della provincia di Taranto, nel 2017 e nel 2018 risultano rispettati i valori limite per PM10, PM2.5, biossido di azoto, benzene, monossido di carbonio e biossido di zolfo, il valore obiettivo per il benzo(a)pirene, nichel, arsenico, cadmio, piombo“.

Emerge inoltre “una riduzione dei livelli di benzo(a)pirene nel quinquennio 2014-2018, durante il quale non si sono registrati superamenti dei valori limite per la protezione della salute umana per il PM10, per il PM2.5 e del valore obiettivo per il benzo(a)pirene. I livelli di benzo(a)pirene erano superiori al valore obiettivo fino al 2011 presso la stazione situata nel quartiere Tamburi (Taranto-Machiavelli) e significativamente maggiori rispetto ad altre tre stazioni della città (Taranto-Alto Adige, Taranto-Talsano e Taranto-Deledda). Successivamente c’è stata una riduzione dei livelli osservati presso la stazione Taranto-Machiavelli, le cui medie annuali negli ultimi sei anni sono oscillate tra 0,1 e 0,3 nanogrammi per metro cubo (ng/m³), al di sotto del valore obiettivo (1 ng/m³), diventando confrontabili con quelle rilevate nel resto del territorio“.

Gli unici superamenti riguardano l’ozono. “Nel triennio 2015-2017, nelle due centraline dove viene monitorato l’ozono, si sono registrati rispettivamente 16 (San Vito) e 31 (Talsano) giorni di superamento della soglia di 120 microgrammi per metro cubo (µg/m³) come media su tre anni (il valore obiettivo prevede che i giorni di superamento possano essere al massimo 25)“.

Dopo di che nella relazione viene ricordata la disposizione delle centraline ARPA dopo il riesame dell’AIA del 2012 (cinque all’interno dei confini dell’insediamento industriale, di cui una a ridosso dei forni della cokeria; la sesta si trova nel quartiere Tamburi) funzionanti dal 2013, precisando che “il monitoraggio è esteso, oltre al PM10, PM2,5 e benzene, ad inquinanti per i quali non è previsto il monitoraggio dal D.Lgs 155/2010 (acido solfidrico, idrocarburi policiclici aromatici totali, Black Carbon, composti organici volatili totali) proprio per focalizzare l’attenzione su possibili “traccianti” dell’attività industriale”.

Analizzando i dati relativi alla centralina di monitoraggio situata all’esterno dello stabilimento siderurgico, in via Orsini nel Quartiere Tamburi, si rileva che “le medie annuali di benzene, biossido di azoto, PM10 e PM2.5, rilevate nel 2017 e 2018, rispettano i limiti previsti dalla normativa italiana. Nel 2018, in tale centralina sono stati rilevati 9 superamenti del limite giornaliero di PM10, pari a 50 µg/m³, numero inferiore rispetto al numero massimo previsto dalla normativa, pari a 35“.

I profani adesso si staranno chiedendo: però nei primi tre mesi del 2019 sono aumentate le emissioni degli IPA (come denunciato da qualche associazione ambientalista e rilanciato da tutti i quotidiani locali e nazionali, oltre che dalle Tv). 

Ripetiamo ancora una volta (negli ultimi 10 anni dalle colonne del ‘TarantoOggi’ in poi lo abbiamo scritto decine di volte) i famosi IPA (che possono provenire sia da fonti naturali, sia da fonti antropiche, essenzialmente sistemi di riscaldamento domestico, traffico veicolare e processi industriali), sono stati classificati dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come possibili cancerogeni per l’uomo, e il benzo(a)pirene è stato (nel 2008) inserito nella categoria 1 come cancerogeno per l’uomo e assunto al ruolo di markerâ (marcatore) degli IPA.

ARPA Puglia, da sempre, ricorda che il valore totale degli IPA è puramente descrittivo visto che il valore assoluto di IPA non è normato, a differenza invece del benzo(a)pirene il cui valore obiettivo è di 1 ng/m3 calcolato come media su un anno civile, limite peraltro superato nel 2008, 2009, 2010 e 2011, e poi non più superato dal 2012 in poi come ricordato dalla relazione odierna di ISPRA e ARPA.

Ciò che interessa è infatti andare a scovare la percentuale di benzo(a)pirene presente nell’aria e soprattutto se esso sia conseguenza della produzione dell’Ilva, come peraltro è stato ampiamente dimostrato dalla stessa ARPA Puglia attraverso la famosa Relazione Preliminare del 4 giugno del 2010. Lo ripetiamo: il parametro relativo agli IPA totali in aria ambiente non è normato: il D. Lgs. 155/10, che disciplina la materia relativa alla qualità  dell’aria, si riferisce infatti unicamente al Benzo(a)Pirene adsorbito sulla frazione di particolato PM10, indicando un valore obiettivo annuale da non superare. Anni addietro, tecnici ARPA che intervvennero a Taranto su casi simili in merito ai dati IPA diffusi da alcune associazioni ambientaliste, precisarono che le apprecchiatture possedute da qust’ultima, “pur essendo in grado di rilevare un aumento degli IPA, non sono comunque in grado di dirci il livello di benzo(a)pirene“.

Ma siamo certi che anche questi chiarimenti finiranno per essere inascoltati.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/04/04/ambiente-il-ministero-affonda-la-regione/)

L’ultima parte della relazione ricorda che “a partire dall’anno 2016 è attivo un sistema di campionamento di lungo termine (in continuo) delle emissioni convogliate di diossine sul camino E312 dell’impianto AGL2“. I primi due anni di misurazioni hanno mostrato un sostanziale rispetto del limite pari a 0,3 nanogrammi di tossicità equivalente per normal metro cubo di diossine (ngTE/Nm3) negli effluenti come media annuale). È stato tuttavia registrato nel corso delle campagne in parallelo dell’anno 2017 un valore di 1,54 ngTE/Nm3 per la media del mese di settembre, una quantità non più rilevata da oltre un lustro, “a dimostrazione che l’impianto è ancora in grado di generare emissioni particolarmente rilevanti“.

Inoltre si ricorda come sia attivo inoltre all’interno e all’esterno dell’impianto il monitoraggio delle ricadute al suolo di diossine potenzialmente rilasciate da dispersioni di polveri o fuoriuscita da superfici estese (rete deposimetrica, anche qui viene ricordata la disposizone delle centraline, 3 interne all’ex Ilva e tre esterne).

L’analisi dei risultati a partire dall’aprile 2017 mostrano che presso le tre postazioni dell’area a caldo i valori sono significativamente più elevati rispetto a quelli rilevati nell’area a freddo. Cosa ovviamente scontata, visto che gli impianti che emettono diossina si trovano nell’area a caldo.

La rete deposimetrica dislocata sul territorio esternamente all’impianto siderurgico è gestita da ARPA Puglia. E’ disponibile una serie storica lunga ormai un decennio (2008-2019) per le postazioni Masseria Carmine, Tamburi e Talsano. Nel periodo 2008-2012, erano state rilevate deposizioni medie annuali di diossina anche pari a 20 picogrammi di tossicità equivalente per metro quadrato e per giorno (pgTE/m2 al giorno) per Tamburi e 8 pgTE/m2 al giorno per Masseria Carmine; tali valori risultano, al momento, non normati in Italia. A partire dall’anno 2013 i livelli sono gradualmente diminuiti fino a valori che è possibile definire prossimi al fondo urbano fino al 2017.

La relaziona evidenzia però che “nel corso degli ultimi due anni si è registrato un lieve aumento per tutte le postazioni; nel caso della Masseria Carmine, si è registrato un incremento significativo per il periodo giugno-ottobre 2018 che ha riportato la media annuale agli stessi ordini di grandezza pre-2012. Sono stati osservati contemporaneamente analoghi picchi nella rete deposimetrica interna all’impianto Arcelor Mittal, in particolare per la postazione cokeria“. Questo, di fatto, l’unico caso da analizzare per capirne le motivazioni.

Rispetto alla qualità dell’aria e alle deposizioni all’interno dell’area industriale del siderurgico, in connessione al tema della salute e sicurezza dei lavoratori, si ricorda che questo aspetto non è di competenza di ISPRA e Arpa Puglia, in quanto normato da regole e obblighi previsti dal Decreto Legislativo 81/2008 attraverso il quale si definiscono adempimenti per il gestore e per i lavoratori stessi.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2018/01/18/taranto-ministero-dellambiente-dal-2013-qualita-dellaria-norma-lo-dice-la-regione/)

Sempre ieri mattina l’ASL di Taranto ha inviato un documento di 7 pagine, attraverso una Pec. Il documento, che ha in allegato anche la relazione sul rischio sanitario, è stata inoltrata anche al Prefetto Antonella Bellomo e al procuratore Carlo Capristo. Inoltre, in serata abbiamo appreso che al Comune è giunto anche un documento dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha ricordato le varie pubblicazioni dello Studio Sentieri.

Ma da quel che ci risulta, l’ASL e l’ISS non hanno aggiunto nulla di quanto già non si sapesse.

Le nostre conclusioni

Tutto quello che hanno scritto ARPA e ISPRA era ampiamente noto e conosciuto. Sarebbe bastato leggersi le relazioni annuali sulla Qualità dell’aria che l’Agenzia pubblica ogni anno, o le tante relazioni sui vari eventi succedutisi negli anni, oppure basterebbe seguire quotidianamente i dati pubblicati ogni giorno sul sito di ARPA in merito alle rilevazioni dei singoli inquinanti, per avere un quadro sin troppo chiaro della situazione attuale e pregressa della qualità dell’aria a Taranto. Documenti che sulle colonne del TarantoOggi prima e del corriereditaranto.it poi, abbiamo sempre pubbicato e analizzato. Evidentemente non solo a Taranto ma in tutta Italia saremo gli unici, visto che tutti ancora oggi sembrano cadere dal pero e continuano quotidianamente a chiedere dati e chiarimenti, quanto tutto è conosciuto e conoscibile da chiunque.

Così come appare davvero paradossale gridare allo scandalo per le conclusioni delle ultime relazioni di ARPA Puglia, dove l’Agenzia precisa un qualcosa che in realtà scrivono da 20 anni in ogni relazione (stessa cosa fanno da sempre l’ASL, l’ISS, l’OMS e l’ISPRA), ovvero che anche il rispetto dei limiti non esclude nè annulla la possibilità di effetti sull’ambiente e sulla popolazione.

Come abbiamo scritto anche ieri, la nostra impressione è che il sindaco non emetterà nessuna ordinanza di chiusura. Non esistono i presupposti tecnici per farlo. Discorso diverso sarebbe invece emettere un’ordinanza come atto politico. Ma sono due cose ben distinte e differenti.

Chi può effettivamente chiedere un riesame dell’AIA è invece proprio il primo cittadino. La normativa attualmente in vigore infatti consente al sindaco, come massima autorità sanitaria del comune, di intervenire nelle conferenze dei servizi decisorie dell’Aia e di chiedere, dopo che sia stata accertata la criticità sanitaria causata dalle emissioni, prescrizioni più rigorose rispetto a quelle previste dalla commissione istruttoria ministeriale.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/04/07/22ambiente-e-salute-la-legge-parla-chiaro2/)

Dunque Melucci potrebbe chiedere la convocazione di una Conferenza dei Servizi ed all’interno di essa presentare i dati sanitari forniti dall’ISS e dal Registro tumori della ASL (oltre ai vari studi dell’azienda sanitaria locale): partendo da quei dati potrebbe chiedere il riesame dell’AIA, chiedendo prescrizioni più stringenti nei confronti degli impianti più inquinanti, che sono la causa di parte delle patologie registrate in questi anni.

Infatti, nell’ambito di specifica Conferenza di servizi, vengono acquisite per legge, tra le altre, “le determinazioni delle amministrazioni competenti in materia sanitaria“, che in quella sede hanno il più ampio mandato nel rappresentare esigenze puntuali e di dettare specifiche condizioni aggiuntive per la tutela della salute. In particolar modo la norma “richiama e fa salvi i poteri del sindaco in materia di industrie insalubri, che vengono esercitati con apposite prescrizioni in sede di conferenza di servizi, ovvero con la possibilità di chiedere un riesame volto a stabilire condizioni di esercizio più severe per acclarati motivi sanitari“.

Giusto per la precisione, è quindi utile ricordare che “l’Articolo 50 Testo unico degli enti locali (TUEL) (D.lgs. 18 agosto 2000, n. 267) Competenze del sindaco e del presidente della provincia” al comma 5 prevede In particolare, “in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale. Le medesime ordinanze sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale, in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti“.

Il campo nel quale agire è dunque fin troppo chiaro. I compiti specifici di un Sindaco e della Regione Puglia altrettanti. I dati ambientali attuali sono ampiamente conosciuti e, al di là del caos generato in un contesto dove in pochi ancora purtroppo masticano la materia, è facile provocare equivoci e confusione.Ecco perché cercare una via diversa, tutta politica, per risolvere il secolare problema della giusta compensazione tra i vari diritti in gioco, ci appare l’unica soluzione possibile. Magari riuscendo finalmente per la prima volta nella storia di questa città, a fare sistema con tutte le realtà locali e provinciali, per studiare e poi realizzare nel corso dei prossimi anni quel famoso ‘Piano B’, che passa inevitabilmente dalle oramai famose ‘alternative economiche’ che un domani potranno dare a Taranto un’economia diversa e diversificata, quando la grande industria segnerà inevitabilmente il passo. 

(leggi tutti gli articoli sull’ARPA Puglia https://www.corriereditaranto.it/?s=arpa&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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