Taranto, l’ambiente e la politica non decide

 

Ciò che preoccupa di più è l'eterno rimbalzo di competenze tra le istituzioni. Sono chiari i ruoli di Sindaco e Regione
pubblicato il 07 Aprile 2019, 19:07
18 mins

Il problema è serio. Lo sappiamo tutti da anni, ne parlano tutti da anni. E, spesso, tutti sembrano avere la soluzione definitiva. Fatto sta, che lo stabilimento siderurgico di Taranto, ex Ilva oggi ArcelorMittal, è una palla di fuoco nelle mani dei politici che, in questi ultimi 10-15 anni, continua a rimbalzare. Proseguendo a sbuffare veleni senza mai fermarsi. E senza che alcuno sappia come fermarlo, semmai ne avesse per davvero le intenzioni. Il tutto mentre i cittadini di Taranto giorno dopo giorno urlano e però disgregano le forze. Fors’anche perchè la politica ha soltanto deluso e ben sfruttato invece la città divisa.

Ma ciò che preoccupa oggi maggiormente è il futuro a breve. Perchè, come in tanti pretendono, domani il sindaco Melucci potrebbe emanare la famosa ordinanza di chiusura delle fonti inquinanti del ‘mostro d’acciaio’ (alias area a caldo), scatenando – se così fosse – un’infinità di polemiche politiche e interistituzionali, oltre che l’immediato e prevedibile ricorso giudiziario di ArcelorMittal: insomma, conseguenze immaginabili ma forse non completamente.

L’ultimo intervento istituzionale, e non vi sarà sfuggito, è quello del Ministero dell’Ambiente che, attraverso i suoi massimi dirigenti, ha bacchettato la Regione Puglia. In parole povere, sostiene il Ministero, il livello di emissioni complessivo in Italia è assolutamente nella norma e pertanto, secondo questa interpretazione, la Regione non può chiedere la revisione della famigerata AIA all’ex Ilva perchè il livello di emissioni di quest’ultima rientra in quel livello. Semmai, aggiunge il Ministero, è nelle possibilità delle Regioni (nel nostro caso la Puglia, ma così come ha già fatto la Sicilia) di intervenire adeguando il Piano Regionale di qualità dell’aria e quindi fissare gli obiettivi di qualità ambientale.

Ora, la chiarificazione scardina, se si vuole, le intenzioni della Regione Puglia nel sollecitare il governo a intervenire. Perchè, parlavamo, di preoccupazioni? Perchè a prescindere di chi ha torto e chi ragione, la querelle tra le istituzioni e la grande confusione di tanti politici in questi anni hanno prevalso sull’esigenza di risolvere il problema: dare a Taranto la certezza di liberarsi dei veleni e delle sofferenze, a prescindere dal come.

Sì, la grande colpa della politica è tutta qui. E’ antica, perchè nei decenni passati pur sapendo che da quelle ciminiere non veniva fuori profumo non si è mai veramente intervenuto. E’ recente, perchè dal luglio del 2012 non si è preso il toro per le corna, lasciando che quella fabbrica già obsoleta continuasse a sbuffare veleni e provocasse morti e s’invecchiasse ulteriormente. E’ una colpa che pervade tutti, perchè si preferisce la polemica tra forze politiche anzichè costruire seriamente un’idea valida per il futuro di questa terra.

E ciò fa male ai cittadini, che vedono sballottarsi da un’opinione a un’altra, costruendosi – spesso inconsapevolmente – l’opinione personale su quale sia effettivamente la soluzione migliore. Offrendo il fianco, lo ripetiamo ormai fino alla noia, a quanti – soprattutto i politici – in questa tragica vicenda ci sguazzano.

Non sappiamo se, domani, il sindaco Melucci firmerà l’ordinanza o lo farà tra qualche giorno o ancora più in là. Sappiamo per certo che la Asl entro domani a mezzogiorno fornirà al primo cittadino la propria relazione (qualcosa sui contenuti è trapelato, ma aspettiamo l’ufficialità): poi, spetterà a Melucci decidere. Anche se, diciamolo ancora una volta, quell’ordinanza potrebbe sgonfiarsi in men che non si dica al giudizio della magistratura amministrativa. Che Melucci emani l’ordinanza o meno, provocherà senza dubbio polemiche a non finire: di coloro i quali l’auspicavano, come di coloro i quali erano contrari. State tranquilli: accadrà di tutto e di più, nella speranza che si eviti il delirio…

Giusto per riannodare i fili di quel che è accaduto negli ultimi giorni, proviamo a spiegare nuovamente i fatti. Nei giorni scorsi, come già scritto, il direttore generale della Direzione Rifiuti e Inquinamento del ministero dell’Ambiente, il dott. Mariano Grillo, ha risposto ai rilievi della Regione Puglia, in particolar modo all’ing. Barbara Valenzano direttore del dipartimento Mobilità, Qualità Urbana, Opere Pubbliche ed Ecologia della Regione Puglia, che in una nota ‘accusava’ il ministero dell’Ambiente di non aver aggiornato il ‘Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dal Dlgs 81/2018‘. Secondo la dirigente regionale infatti, il ministero attraverso questo strumento può intervenire in merito ai limiti emissivi degli inquinanti, procedendo al riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) prevista per l’ex Ilva. Cosa che in realtà non può essere fatta.

Il dott. Grillo nella nota da lui firmata, specificava alla Regione che “tale norma è finalizzata al rispetto di limiti di emissione totale riferiti al complesso di tutte le emissioni del territorio nazionale. Il Programma nazionale deve pertanto prevedere misure di ampio respiro, in grado di rispettare un limite inteso come somma complessiva di tutte le emissioni del Paese. Non può invece prevedere misure o linee di azioni riferite a situazioni locali di criticità della qualità dell’aria che, per quanto gravi, possono influire in modo limitatissimo sulle emissioni totali nazionali e che devono essere affrontate, in primo luogo, con gli strumenti di pianificazione e risanamento previsti dal Dlgs 155/2010“. Cosa che ribadiamo da anni: se si vuol fare una battaglia politica sui dati, è sul decreto 155 del 2010 che bisogna agire. 

In una seconda nota, il direttore generale del ministero dell’Ambiente, Giuseppe Lo Presti metteva nero su bianco che “Tutte le circostanze citate dalla Regione Puglia nella sua nota “non sono tali da condurre al riesame diretto di una singola AIA, ma dovrebbero passare al vaglio del procedimento necessario ad eventualmente portare ad adeguare il Piano Regionale di qualità dell’aria, che solo può fissare “gli obiettivi di qualità ambientale” in capo agli ”strumenti di pianificazione e programmazione di settore”.

Secondo Lo Presti infatti “occorre un adeguamento del Piano regionale che fissi nuovi obiettivi. Per quanto risulta allo scrivente l’AIA di ArcelorMittal non è in contrasto con gli obiettivi fissati da codesta Regione con il Piano vigente. Detto procedimento, peraltro, risulta essere ben noto a codesta Regione in quanto si rammenta che il “Piano contenente le prime misure di intervento per il risanamento della Qualità dell’Aria nel quartiere Tamburi (TA)” per gli inquinanti Benzo(a)Pirene e PM10, redatto ai sensi del decreto legislativo n. 155/2010 e adottato nel 2012 da codesta amministrazione regionale, è stato uno dei presupposti fondamentali del riesame dell’autorizzazione integrata ambientale disposto nel 2012“. 

In conclusione il ministero dell’Ambiente rinnovava l’invito,valutati i necessari presupposti di legge, a procedere, con l’urgenza che il caso richiede, all’eventuale aggiornamento del proprio strumento di pianificazione della qualità dell’aria, in linea con l’esperienza della Regione siciliana la quale, senza necessità di attendere l’emanazione del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico, del tutto irrilevante per la fattispecie, ha proceduto a imporre stringenti limiti per le AIA relative agli impianti di raffinazione dell’isola“.

E’ nella corretta sede della modifica del Piano Regionale di qualità dell’aria, infatti, prima che nelle singole autorizzazioni, “che potrà trovare collocazione, qualora codesta Regione ne ritenga sussistere i presupposti, l’applicazione dell’art. 271, comma 4, del decreto legislativo n.152/06, richiamata a sproposito da codesta Regione e che testualmente recita: “4. I piani e i programmi di qualità dell’aria previsti (dal decreto legislativo 13 agosto 2010, n.155) possono stabilire appositi valori limite di emissione e prescrizioni più restrittivi di quelli contenuti negli Allegati I, II e III e V alla parte quinta del presente decreto, anche inerenti le condizioni di costruzione o di esercizio, purché sia necessario al perseguimento ed al rispetto dei valori e degli obiettivi di qualità dell’aria“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/04/04/ambiente-il-ministero-affonda-la-regione/)

Il Ministero dell’Ambiente ha quindi chiarito alla Regione che la richiesta di riesame dell’AIA potrà essere esaminata in presenza di nuove evidenze scaturite dal Piano Regionale di Qualità dell’aria, piano che tra l’altro si basa sui dati delle centraline di Arpa Puglia.

Il fatto è che dal 2012 in poi, checchè se ne dica, i dati di qualità dell’aria nel quartiere Tamburi, per tutti gli inquinanti monitorati, sono tutti abbondantemente al di sotto dei limiti previsti dalla normativa.

Il che di fatto escluderebbe la possibilità per la Regione Puglia di intervenire in alcun modo. Motivo per il quale minacciare l’ennesimo ricorso al TAR appare alquanto fuori luogo.

Gli strumenti propriamente volti a garantire adeguati livelli di tutela dell’ambiente e della salute a scala locale, sono quindi innanzitutto i Piani di qualità dell’aria previsti dalla legge 155/2010, di derivazione comunitaria. Tali Piani, di stretta competenza regionale, sono “strumenti che permettono un vero e proprio governo del problema partendo da una analisi delle criticità, passando per un censimento delle sorgenti e definendo appropriate misure volte a risolvere le medesime criticità intervenendo coerentemente su tutte le fonti, effettuato un doveroso contraddittorio con tutti i soggetti interessati“. L’art. 217 del decreto legislativo 152/2006 prevede infatti che “i piani e i programmi di qualità dell’aria regionali possano stabilire appositi valori limite di emissione e prescrizioni più restrittivi di quelli contenuti nel medesimo decreto legislativo”. 

Inoltre, la Regione Puglia non può chiedere il riesame dell’Aia nemmeno sulla base della Valutazione del Danno Sanitario, perché per l’Ilva non si applica la legge regionale 21 del 24 luglio 2012 (che ha istituito la VDS), ma il Decreto Interministeriale Bladuzzi-Clini del 24 aprile 2013 che non prevede il riesame dell’Aia per criticità sanitarie anche se acclarate, essendo possibile il riesame soltanto in caso di superamento dei valori soglia degli indicatori di qualità dell’aria urbana.

Le linee guida autonomamente assunte dal Consiglio federale delle agenzie ambientali in materia di Viias negli scorsi anni, non rientrano nel contesto normativo italiano. Sul sito dell’Ispra, è specificato che esse costituiscono una mera ricognizione (peraltro datata) “tecnico-scientifica degli elementi metodologici e di contesto (…) materia successivamente disciplinata sotto il profilo normativo dal recente decreto legislativo n. 104/2017 di recepimento della direttiva Ue in materia di Via”. E’ quindi in materia di Valutazione di impatto ambientale (e non di Autorizzazione integrata ambientale) che esiste l’unico riferimento normativo a una Vis – Valutazione di impatto sanitario (che peraltro è  limitata solo ad alcune categorie di impianti nuovi), da realizzare da parte dei proponenti sulla base di linee guida predisposte dall’Istituto superiore di sanità e in corso di adozione da parte del ministero della Salute.

Per quanto attiene poi il caso specifico dell’Ilva di Taranto, è già stato chiarito anni fa che il documento Viias non sarebbe applicabile, vista la vigenza del decreto interministeriale Ambiente-Salute del 24 aprile 2013, contenente disposizioni volte a stabilire i criteri metodologici utili per la redazione del rapporto di valutazione del danno sanitario (Vds) negli impianti strategici come l’Ilva.

Cosa può fare il Sindaco?

Chi può effettivamente chiedere un riesame dell’AIA è il primo cittadino. La normativa attualmente in vigore infatti consente al sindaco, come massima autorità sanitaria del comune, di intervenire nelle conferenze dei servizi decisorie dell’Aia e di chiedere, dopo che sia stata accertata la criticità sanitaria causata dalle emissioni, prescrizioni più rigorose rispetto a quelle previste dalla commissione istruttoria ministeriale. Questo spiega, in maniera molto semplice, il perché un’eventuale ordinanza del sindaco Melucci sarebbe immediatamente cassata dal TAR. 

Infatti, nell’ambito di specifica Conferenza di servizi, vengono acquisite per legge, tra le altre, “le determinazioni delle amministrazioni competenti in materia sanitaria“, che in quella sede hanno il più ampio mandato nel rappresentare esigenze puntuali e di dettare specifiche condizioni aggiuntive per la tutela della salute. In particolar modo la norma “richiama e fa salvi i poteri del sindaco in materia di industrie insalubri, che vengono esercitati con apposite prescrizioni in sede di conferenza di servizi, ovvero con la possibilità di chiedere un riesame volto a stabilire condizioni di esercizio più severe per acclarati motivi sanitari“.

Giusto per la precisione, è quindi utile ricordare che “l’Articolo 50 Testo unico degli enti locali (TUEL) (D.lgs. 18 agosto 2000, n. 267) Competenze del sindaco e del presidente della provincia” al comma 5 prevede In particolare, “in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale. Le medesime ordinanze sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale, in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti“.

Le nostre conclusioni

Il campo nel quale agire è dunque fin troppo chiaro. I compiti specifici di un Sindaco e della Regione Puglia altrettanti. I dati ambientali attuali sono ampiamente conosciuti e, al di là del caos generato in un contesto dove in pochi ancora purtroppo masticano la materia, è facile provocare equivoci e confusione. I dati sanitari che emergeranno eventualmente da pubblicazioni dell’ASL, al momento sembrerebbero non evidenziare un peggioramento della situazione sanitaria rispetto al passato. Ecco perché cercare una via diversa, tutta politica, per risolvere il secolare problema della giusta compensazione tra i vari diritti in gioco, ci appare l’unica soluzione possibile. Magari riuscendo finalmente per la prima volta nella storia di questa città, a fare sistema con tutte le realtà locali e provinciali, per studiare e poi realizzare nel corso dei prossimi anni quel famoso ‘Piano B’, che passa inevitabilmente dalle oramai famose ‘alternative economiche’ che un domani potranno dare a Taranto un’economia diversa e diversificata, quando la grande industria segnerà inevitabilmente il passo. 

(ha collaborato Gianmario Leone)

Condividi:
Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

Commenta

  • (non verrà pubblicata)