Ordinanza subito o no: questo il dilemma…

 

Ha ragione Melucci ad attendere i pareri di Asl e Arpa? L'art.50 del TUEL è chiaro sulla vicenda
pubblicato il 01 Aprile 2019, 22:22
14 mins

Lo confessiamo. Ci manca tanto… l’Altamarea. Quella che trascinò in strada migliaia e migliaia di cittadini. Quella che coinvolse tutti. Quella che denunciava le sofferenze ma che tentava anche proporre. Quella che riuscì a unire associazioni e comitati. Quella che partì con l’intenzione di produrre idee.
Sì, ci manca quel moto d’orgoglio che radunò una comunità solitamente divisa e spesso menefreghista. Forse, fu l’occasione unica per cambiare per davvero il corso della storia di questa città. Forse, nessuno riuscì a coglierne lo spirito. Perchè quello spirito si perse non appena spuntò l’egoismo.
Lasciamo stare, è storia vecchia se vogliamo. Piuttosto, è importante questa di fase storica. Perchè si è alla vigilia – con tutti i dubbi del caso – di una decisione, semmai si trasformasse in realtà, che l’attuale sindaco di Taranto, su mandato della maggioranza del Consiglio comunale, sta per assumere nei confronti del ‘mostro d’acciaio’, con un’ordinanza che andrebbe a chiudere le fonti inquinanti. Una decisione, com’è noto a tutti, accompagnata sin da subito da polemiche feroci e scambi d’accuse quasi… da caserma.
Mettiamo da parte le polemiche – del resto, i politici italiani ne disseminano in continuazione – e cerchiamo di capire che cosa potrebbe accadere. E ci siamo dati da fare girovagando in rete.
Intanto, come descrive wikipedia, “nel diritto amministrativo italiano l’ordinanza contingibile e urgente (o di necessità e urgenza) è un’ordinanza, ossia un provvedimento amministrativo con il quale sono imposti doveri positivi (di fare o dare) o negativi (di non fare), che può essere emanata da taluni organi della pubblica amministrazione in casi eccezionali di particolare gravità e può comportare anche deroghe all’ordinamento giuridico vigente”. E ancora, in pratica,ai sensi dell’art. 50, comma 5, del D. Lgs. n. 267/2000 (come modificato dal D.L. n. 14/2017, convertito dalla legge n. 48/2017), l’ordinanza è un provvedimento emanato «dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale, in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti, anche intervenendo in materia di orari di vendita, anche per asporto, e di somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche»”.
Ci siamo posti il quesito: un’ordinanza del genere può, come nel nostro caso, porre fine ai danni causati dalle emissioni? Nel senso che può l’ordinanza disporre la chiusura degli impianti a titolo definitivo, o meglio estendersi a definitivo se non interviene qualcosa o qualcuno che ponga fine agli effetti di cui sopra? Il dilemma è d’obbligo, perchè non si ha certezza che un provvedimento simile produca il risultato che un po’ tutti sperano, e cioè lo stop tombale agli impianti nocivi dello stabilimento.
Per questo, abbiamo cercato un po’ dappertutto un appiglio, diciamo così, legale per definire l’eventuale ordinanza come arma per dire basta. Cioè: un appiglio inattaccabile all’emanazione del provvedimento, così da avviare lo stabilimento verso la chiusura, per una via senza ritorno.
Purtroppo, possiamo affermare che così proprio non è, almeno secondo noi. Per farla breve, affinchè l’effetto dell’ordinanza si estenda a definitivo, occorrerebbe che non esistesse nulla – a livello normativo e pratico – per fermare i danni dell’inquinamento: qui si apre un mondo, lo capirete bene, che prescinde dalle nostre convinzioni e dai nostri desideri.
E’ dimostrato nel corso degli anni. Basterebbe pensare all’intervento dell’ex sindaco Di Bello, vanificato poi dai Protocolli d’Intesa (disattesi successivamente, questo sì). Oppure dagli interventi della Magistratura, stoppati a più riprese dai vari governi della Repubblica con decreti ‘salva stabilimento e lavoro’, decreti rafforzati dai pareri della Corte Costituzionale (il che non va dimenticato). Decreti che hanno incardinato il principio dell’interesse pubblico nell’alveo dell’economia e non certo della salute dei cittadini. Insomma, gli interventi legislativi – lo ripetiamo da anni – hanno sancito a più riprese che quella fabbrica deve restare aperta. E la scappatoia è sempre la stessa: i vari piani ambientali che rabboniscono tutti giocoforza, non ultimo quello concordato proprio con ArcelorMittal dal governo Gentiloni e che neppure l’attuale governo ha avuto il coraggio di smentire, nonostante l’ultimo pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato – a cui si rivolse Di Maio – ne offrisse la possibilità allorquando propose alla parte politica di decidere quale fosse, appunto, l’interesse pubblico da privilegiare. Guarda caso, fu scelta da Di Maio la tutela dell’occupazione, con tutte le polemiche feroci conseguenti.
Vi chiederete: da dove giunge la sensazione che l’ordinanza eventuale di Melucci sortirà forse soltanto un effetto immediato e non definitivo? Tra le tante ricerche in rete, fatte leggendo pareri di illustri professionisti (basta mettersi al pc e ne troverete a bizzeffe), ci ha colpito – perchè più chiaro di altre – quello dell’avv.Valentina Stefutti, illustrato sulla testata giornalistica on line www.dirittoambiente.net.
Ebbene, l’avv.Stefutti si pronuncia, con dovizia di particolari e alla luce degli aggiornamenti legislativi, sui limiti dei poteri di ordinanza in capo ai Sindaci in riferimento agli artt. 50 e 54 del Testo Unico degli Enti Locali, in parte aggiornati dagli ultimi interventi legislativi che però non hanno modificato di molto la sostanza.
Intanto, per evitare confusioni, nel caso nostro, l’unico articolo del TUEL a cui si può fare riferimento è il n.50, in cui – come già accennato sopra – il sindaco può emettere un’ordinanza contingibile e urgente in relazione alla necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana. Fin qui ci siamo: Melucci può assolutamente emanare un’ordinanza simile per bloccare le fonti inquinanti a tutela della salute dei cittadini.
Cosa afferma l’avv. Steffuti? Che “le ordinanze ex art.50 sono adottate dal Sindaco quale organo apicale dell’Ente al fine di fronteggiare una eccezionale ed imprevedibile emergenza, che fonda l’esercizio del potere in coerenza con i presupposti normativi delineati dalla fattispecie legale astratta, e segnatamente in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale” e, tralasciando l’adozione dell’art.54 che non ci riguarda, specifica che “il requisito essenziale di tali ordinanze è quello della contingibilità, con la quale sono adottate misure extra ordinem, di carattere assolutamente provvisorio, non fronteggiabili con mezzi ordinari”.
A rafforzare il concetto, prosegue l’avv. Steffuti: “Premesso ciò, come confermato dalla più consolidata giurisprudenza formatasi in argomento negli ultimi due decenni, l’esercizio del potere di emanare ordinanze contingibili e urgenti è condizionato all’esistenza dei seguenti presupposti: 1) necessità di intervenire nella materia interessata dal provvedimento; 2) attualità o imminenza di un fatto eccezionale, quale causa da rimuovere con urgenza; 3) preventivo accertamento da parte di organi competenti della situazione di pericolo e di danno; 4) mancanza di strumenti alternativi previsti dall’ordinamento, stante il carattere ‘extra ordinem’ del potere esercitato”. Insomma, in questo breve riepilogo, si capisce perfettamente come un’ordinanza sindacale possa avere dei limiti se non ne rispettasse questi principi. Intanto, vi proponiamo per intero l’intervento dell’avv. Steffuti, così da farvi un’idea di quanto stretto sia il recinto in cui un sindaco può muoversi in ordine ai citati articoli del TUEL.
Poteri art.50 TUEL - www.dirittoambiente.net

Qui, però, il fatto è specificatamente politico, ammettiamolo. Nel senso che finora i governi della Repubblica sono sempre intervenuti a gamba tesa su atti e volontà locali – sia di ex sindaci ed Enti territoriali che di magistrati, di rappresentanti istituzionali che e soprattutto di cittadini – di porre fine ad oltre 50 anni di devastazione ambientale e di sacrifici umani sull’altare del profitto, certificati anche da studi scientifici. Immaginare, quindi, che un sindaco – qualunque esso sia – possa con una ordinanza risolvere il problema, è una pia illusione: diciamolo apertamente e, credeteci, senza polemica alcuna. Del resto, se – come è accaduto – il sindaco chiede a supporto dell’ordinanza che per norma deve prevedere l’attualità o l’imminenza di un fatto eccezionale il preventivo accertamento da parte degli organi competenti (Melucci lo ha chiesto ad Asl e Arpa), cos’ha fatto di così sbagliato? Ha soltanto chiesto assunzione di responsabilità agli organi preposti (appunto, Asl e Arpa chiamati cioè a rafforzare con dati aggiornati e con l’immediatezza della convinzione generale che oltre non si può proprio andare, a prescindere dalle documentazioni scientifiche pregresse), come vuole un’ordinanza ad hoc riferita all’art.50 del TUEL: è un’eresia, visto e considerato che proprio questa norma lo richiede per essere utilizzata da un sindaco? A noi non sembra, semmai è la volontà di corroborare l’ordinanza affinchè essa sia quanto più inattaccabile al logico e prevedibile ricorso giudiziario delle parti avverse. Un’ordinanza forte, condivisa e che abbia la ‘firma’ di tutta la città, avrebbe più probabilità di centrare il bersaglio seppur temporaneo, di far molto rumore e far quantomeno traballare qualche coscienza a Roma.

Rispettiamo quelli che non ne vogliono sentir parlare, che preferirebbero un’ordinanza immediata senza se e senza ma: però, basterebbe spoglia del marchio a fuoco degli organi di vigilanza ambientale e sanitaria?
C’è un’altra strada? Difficile trovarne una per questa che è la volontà più o meno della maggioranza dei cittadini di porre fine a quella che da anni, noi, definiamo la ‘tragedia di Taranto’. Siamo convinti che solo pressando costantemente la politica, di certo evitando derive demagogiche, si possano ottenere risultati. Ma è necessario l’unità d’intenti, perchè non possiamo pretendere che un uomo solo al comando – come nel caso di Melucci, per giunta con armi neanche letali, passateci il termine – possa risolvere il problema.

Al netto delle polemiche, va bene la Regione che incalza il governo sull’AIA, va bene quanti insistono sull’inserimento della Valutazione integrata del danno sanitario (e cioè la valutazione a monte e non a valle, quindi in precauzione), va bene per certi versi una rimodulazione più stringente dei monitoraggi nell’area industriale e in città, va bene perfino un nuovo referendum, vanno bene nuovi e più dettagliati esposti-denunce, va bene soprattutto insistere nel chiedere una revisione legislativa dei valori-soglia sugli agenti cancerogeni (che sono poi gli appigli per le industrie inquinanti…). Però, giusto anche dire basta alla dispersione delle forze, alla divisione in gruppetti, alla lacerazione continua e sistematica di una comunità già profondamente ferita e indifesa, ai protagonismi, alla demagogia, alle accuse e al non rispetto delle idee altrui. Basta al delirio collettivo in cui tutti dicono la loro pretendendo d’essere depositari della verità assoluta.
Se Taranto non percorre insieme la strada verso un futuro differente, sarà molto ma molto improbabile che gli altri – coloro i quali ci sguazzano – non ne approfittino affinchè nulla cambi.

Condividi:
Share
Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

Commenta

  • (non verrà pubblicata)