L’Italia nella nuova Via della Seta

 

L'accordo coinvolge i porti di Genova e Trieste, oltre che quello del Pireo
pubblicato il 24 Marzo 2019, 19:30
6 mins

Xi Jinping è arrivato in Italia per firmare un memorandum d’intesa composto da 29 protocolli che valgono una ventina di miliardi di euro. Un operazione politico-commerciale che sancisce l’adesione ufficiale del nostro Paese all’iniziativa Belt and Road (BRI), il megaprogetto dell’antica Via della Seta. Premetto che pochi sanno la geografia e la storia di questo rotta commerciale terrestre e marittima, mentre io un po’ la conosco per averla percorsa in lungo in largo via terra e mare, in diverse occasioni. Inoltre ho seguito come reporter tv molte fasi dell’ascesa graduale della Cina nel nuovo ordine mondiale geopolitico.
L’obiettivo di Pechino è quello di ricostruire in chiave moderna proprio le storiche rotte terrestri e marittime che avevano per secoli collegato l’Europa all’Asia e viceversa, intensificando commerci e trasporti ma anche incontri, confronti e scambi culturali. La nuova Via della Seta prevede la costruzione di infrastrutture, cioè strade, ferrovie, porti ed aeroporti che andranno a connettere gli altipiani e i deserti un tempo attraversati da cammelli e cavalli. È anche a questo scopo che Pechino ha lanciato la Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali (AIIB), una banca multilaterale di sviluppo partita ufficialmente con 93 Paesi membri firmatari dell’accordo quadro, fra cui anche importanti economie europee come l’Italia.
Il nostro governo potrebbe rivolgersi proprio all’AIIB per accendere alcuni prestiti e finanziare i progetti legati alla BRI che coinvolgono il nostro Paese, rassicurando al tempo stesso Bruxelles: il potenziale coinvolgimento dell’AIIB potrebbe essere la conferma degli sforzi italiani per dissipare i timori della Commissione UE sull’apertura italiana al collegamento commerciale e infrastrutturale con l’Asia e la Cina rendendo il memorandum d’intesa conforme alle norme europee in materia.
Questo perché l’AIIB opererebbe in linea con gli standard internazionali, inclusi gli appalti competitivi e gli studi sull’impatto ambientale. Gli accordi escludono il 5G non previsto nell’accordo quadro. Sebbene non giuridicamente vincolante, come hanno tenuto a precisare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, con la firma del memorandum, l’Italia sarebbe infatti il primo Paese del G7 ad aderire alla BRI, aprendo a Pechino un varco importante all’interno del Vecchio Continente, dove fin’ora il gigante asiatico aveva concentrato investimenti di rilievo sulla portualità soltanto in Grecia.

Dopo il Pireo, dunque, anche i porti di Trieste e Genova, entrambi sui due versanti settentrionali – occidentale ed orientale – del Mediterraneo, veri e propri hub intercontinentali. Secondo il progetto cinese, infatti, l’Italia è sempre stata segnalata come unico punto mondiale di incrocio fra la direttrice marittima e quella terrestre della nuova Via della Seta, provenienti rispettivamente dall’Oceano Indiano, via Suez e Pireo, e da Rotterdam, via Russia, Bielorussia, Polonia e Germania, potenziando i collegamenti navali e ferroviari già esistenti, testati in questi ultimi anni e capaci di ridurre i tempi dei traffici commerciali rispetto alla rotta artica che resta la più ostica e complessa per le condizioni climatiche ed ambientali, almeno fino a quando non si sarà sciolta almeno una parte dei ghiacciai rimasti. E, per il bene del pianeta, c’è da sperare che ciò non avvenga mai.

Oltre alla logistica e alle infrastrutture, sarà un’occasione per tornare a promuovere il Made in Italy e la stessa Penisola come investitore credibile ed affascinante destinazione turistica, in una Cina dove la crescita è ormai trainata principalmente dai consumi interni, sempre più attenta alla costruzione di uno sviluppo di qualità, al rispetto dell’ambiente e all’innovazione, fattori che stanno velocemente allontanando il manifatturiero cinese dal vecchio modello ad alta intensità di manodopera finalizzata all’export di prodotti a medio-basso contenuto tecnologico, per sviluppare un nuovo concetto di Made in China, contraddistinto dall’alto valore aggiunto e da elevati livelli di sostenibilità, in linea con le nuove esigenze della popolazione.
Quella di Xi in Italia sarà la prima visita all’estero dopo la chiusura delle Due Sessioni, l’annuale appuntamento che vede svolgersi quasi in contemporanea la Conferenza Politica Consultiva del Popolo e l’Assemblea Nazionale del Popolo, conclusasi proprio con l’approvazione della nuova legge sugli investimenti esteri che, a partire dalla sua entrata in vigore prevista per il primo gennaio 2020, faciliterà l’accesso al mercato cinese per le aziende straniere.

Secondo entro i prossimi tre anni circa il 76% della popolazione urbana cinese, che nel 2017 era pari a poco meno di 814 milioni di abitanti, apparterrà alla classe media. Questo nuovo enorme bacino di consumatori in rapida ascesa è ormai alla ricerca di beni e servizi di qualità, in settori sempre più concentrati sulla persona e sul benessere, dove l’Italia vanta tradizionalmente numerose eccellenze: dall’agroalimentare (inclusa la “filiera” della sicurezza e dell’etichettatura) all’arredo, dalla moda alla cosmetica, dalle rinnovabili al biomedicale, dall’ospitalità alla cultura
Gli ottimi risultati inanellati dal nostro Paese in occasione dell’ultima edizione della Fiera della Cina Occidentale di Chengdu, a settembre, e del primo China International Import Expo di Shanghai, a novembre, hanno messo in luce enormi spazi di mercato per il nostro sistema imprenditoriale. Il presidente Xi e la moglie dopo Roma andranno il Sicilia, poi Montecarlo e quindi Parigi.

Condividi:
Share

Commenta

  • (non verrà pubblicata)