Ambiente Svenduto, il clamoroso errore su Perli

 

Prosegue il processo sul presunto disastro ambientale prodotto dall'Ilva. Così come proseguono gli errori macroscopici sulle intercettazioni
pubblicato il 19 Marzo 2019, 12:03
56 mins

Proseguono come da calendario le udienze del processo ‘Ambiente Svenduto’ sul presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva sotto la gestione del gruppo Riva. Udienze dalle quali stanno venendo fuori retroscena importanti di una vicenda lunga e complessa come quella riguardante il siderurgico tra gli anni 1995-2012.

Di particolare interesse è stata l’udienza del dibattimento dedicata all’ascolto dell’avv. amministrativista Francesco Perli, difeso dal noto avv. Raffaele Della Valle, che dal 2002 ha seguito per conto della proprietà dell’Ilva diverse importanti vicende tecniche e non solo. Purtroppo, come già accaduto in altre circostanze, anche nel caso dell’avv. Perli si è verificato un gravissimo errore di trascrizione su un’intercettazione in particolare, sulla quale la Procura aveva di fatto fondato le sue maggiori accuse. Errore che ha comportato l’interruzione dell’udienza, un ritiro in Camera di Consiglio da parte della Corte d’Assise, la convocazione in tutta fretta del perito Caforio nominato dalla Procura che ha ammesso davanti alla Corte l’errore di trascrizione, come vedremo più avanti.

Seguire questo processo aiuterebbe l’intera città a capire meglio moltissime questioni riguardante l’Ilva che ancora oggi in molti dimostrano di conoscere ben poco. Certo, seguirlo dal vivo in Aula non è possibile per tutti. Ma quanto meno leggersi i verbali delle udienze, sentire dalla voce diretta dei testimoni e degli imputati quanto accaduto negli ultimi 30 anni, aiuterebbe chiunque nell’avere un’idea più chiara e consapevole delle cose. Anche noi che seguiamo queste vicende da quasii 20 anni. E che proviamo a seguire questo lungo processo, anche se con ritardo rispetto alle udienze, leggendoci centinaia di pagine di verbali redatti, che proviamo a rendere il più comprensibile possibile per i nostri lettori. 

(leggi l’articolo sull’audizione dell’ex direttore dell’Ilva Luigi Capogrosso https://www.corriereditaranto.it/2019/02/20/ambiente-svenduto-la-versione-dellex-direttore-capogrosso/)

L’interrogatorio dell’avv. Perli è stato gestito quasi interamente dagli avvocati della difesa, in quanto i Pm non hanno inizialmente fatto domande all’imputato se non in conclusione dell’udienza. La prima questione toccata è stata la prima pratica gestita da Perli per conto di Ilva, ovvero quando nel 2004, davanti al TAR Puglia sezione di Lecce, si discusse del problema degli scarichi industriali di Ilva. Perli ha inizialmente voluto che precisare che gli incarichi ricevuti dalla proprietà di Ilva sono sempre stati specificatamente su singole questioni (sono state questioni perlopiù di carattere giudiziale). “Complessivamente, dal 2004 al 2012 per l’Ilva ho svolto circa sessanta giudizi di Diritto Amministrativo (fra TAR Puglia Lecce e TAR Lazio, Consiglio di Stato). Dopo le vicende del 2012, prima il presidente Ilva Bruno Ferrante, poi il commissario straordinario Enrico Bondi, confermarono il mio incarico. Io devo precisare che non sono mai stato il legale del Gruppo Riva, nel senso che il Gruppo Riva aveva un proprio Ufficio Legale, aveva dei propri avvocati interni, quindi ricevevo degli specifici incarichi” ha dichiarato l’avv. Perli. 

La diatribe deli scarichi industriali con la Provincia di Taranto

Perli, rispondendo al suo legale Della Valle, ha quindi iniziato a ripercorrere tutte le tappe del suo impegno nella cause riguardanti l’Ilva, partendo dalla lontana vicenda del 2002 che riguardava le acque di scarico del siderurgico. “Con la sentenza 1007 del 2004, che fu poi confermata in Consiglio di Stato nel 2005, e con la sentenza 4648 del 2005 sull’Appello proposto dalla Provincia di Taranto contro la sentenza precedente di primo grado che aveva accolto il mio ricorso“, ricorda Perli, inizia una lunga battaglia legale su una vicenda importante e alquanto singolare.

Perli ricorda in aula che ad un certo punto la Provincia di Taranto fece un’ordinanza in cui chiedeva ad Ilva di osservare i limiti prescrizionali degli scarichi industriali – previsti allora dalla Legge Merli a piè di ciascun impianto. “Naturalmente il complesso industriale dell’Ilva è un complesso molto articolato, contiene tantissimi impianti. La Provincia di Taranto, a un certo punto, fece un’ordinanza in cui innovava rispetto alle autorizzazioni di cui Ilva era già dotata per gli scarichi industriali e pretese che la società rispettasse i limiti prestazionali a piè, sotto ogni impianto – ricorda Perli -. Io impugnai questa questione davanti al Giudice Amministrativo di Lecce e vinsi, perché feci notare che in realtà il sistema di trattamento delle acque reflue di Ilva aveva non solo degli impianti a piè di ciascun impianto ma aveva anche due impianti terminali finali che potete – credo – tutti voi fisicamente vedere perché sono due bacini di grandissime dimensioni in cui confluiscono gli scarichi industriali dell’Ilva e non solo gli scarichi industriali dell’Ilva, per verità“.

A questo punto l’avv. Perli ricorda un qualcosa che forse a Taranto tutti ignorano o non ricordano: ovvero che al sistema di smaltimento delle acque reflue dell’Ilva è allacciato anche l’impianto di trattamento delle acque di una parte importante del Comune di Taranto che si chiama “Bellavista Gennarini”. “Perché ad un certo punto, prima che arrivasse la gestione dei Riva dal ‘95 in poi, il Sindaco di Taranto chiede all’allora amministratore delegato di Ilva di potersi allacciare all’impianto di trattamento delle acque reflue di Ilva e ottenne questo consenso. Per cui Ilva – come dire? – si fa carico anche di questo trattamento” dichiara Perli in aula. Bene. Perli nel suo racconto molto cicostanziato è preciso e chiaro: “Questi due impianti (che si chiamano “di chiarificazione finale”) che hanno un trattamento di tipo meccanico, quindi – come dire? – recuperano gli inquinanti più rilevanti prima degli scarichi a mare, non venivano in questo modo considerati ai fini del rientro dei limiti. La differenza è fondamentale: perché mentre l’Ilva a piè di ciascun impianto non poteva osservare i limiti prescrizionali della Legge Merli, a valle degli impianti di trattamento finale – prima degli scarichi a mare – osserva i limiti prescrizionali della Legge Merli. Naturalmente, il Giudice Amministrativo di primo grado mi dette ragione. Non è che occorreva essere dei Carnelutti del Diritto per dire che la misurazione – lo prevede la norma di Legge – la devi fare dove escono dallo stabilimento le acque reflue e a valle di tutti gli impianti di trattamento. Se un’industria ha più impianti di trattamento, la misurazione dei limiti di Legge la fai a valle. La Provincia, non convinta di questa tesi, fece Appello al Consiglio di Stato“. 

L’avv. Perli ricorda come a quel punto fu svolta una delle prime consulenze tecniche – siamo nel 2004 – disposta dal Consiglio di Stato. “Di questa consulenza tecnica fu incaricato il Direttore Generale dell’ARPA Puglia, il quale delegò l’incarico al Direttore dell’ARPA Puglia di Taranto – mi ricordo ancora adesso perché seguii naturalmente tutta questa consulenza tecnica (si chiamava “Dottor Nicola Virtù”) – il quale fece questa consulenza tecnica, rilevò che l’impianto di trattamento delle acque è molto articolato – quello dell’Ilva – e che c’erano effettivamente questi due impianti di trattamento finale. Come dire? Concluse il proprio lavoro inviando la relazione al Consiglio di Stato e il Consiglio di Stato fece una sentenza confermativa del giudizio di primo grado rampognando un po’ anche la Provincia, perché dice “Le misurazioni si devono fare a valle di tutti gli impianti di trattamento. Perché voi pretendete che l’operatore industriale rispetti i limiti all’interno del proprio stabilimento prima ancora che ci sia il trattamento finale?”. E, quindi, questa fu una sentenza molto importante perché confermò la legittimità degli scarichi dell’Ilva. Naturalmente poi tutti si domandarono perché la Provincia ebbe a sostenere una tesi così singolare. Però questo fa parte dei commenti“. 

La famosa vicenda della discarica ‘Mater Gratiae’ 

Qualche anno dopo, come ricorda Perli, scoppia la vicenda sulla discarica ‘Mater Gratiae’, che tanti problemi causerà anche ai vertici della Provincia di Taranto. “Allora, a un certo punto, l’Ilva mi sottopose una questione che riguardava la nuova discarica dell’area Mater Gratiae – ricorda Perli -. L’Ilva aveva già ottenuto la valutazione di impianto ambientale positiva per la realizzazione di questa discarica e aveva la necessità di attivare la discarica. Al tempo, la Legge prevedeva che ci fossero due momenti amministrativi fondamentali: la valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione all’esercizio della discarica. Successivamente la Legge è cambiata e oggi, per aprire una discarica, si prevede un’unica autorizzazione perché – è anche logico – con un’unica autorizzazione autorizzi la realizzazione e la messa in esercizio della discarica (non ha senso che tu prima autorizzi la realizzazione, poi la valutazione di impatto ambientale e poi la messa in esercizio)“. L’avvocato Perli ricorda in aula come l’Ilva non riusciva ad ottenere dalla Provincia di Taranto l’autorizzazione alla messa in esercizio della discarica che aveva già in gran parte realizzato. “Io vidi che a maggio… maggio o giugno 2009… a maggio 209 l’Ilva aveva presentato alla Provincia di Taranto la domanda per ottenere l’autorizzazione alla messa in esercizio di questa discarica, perché si andava ancora con il precedente regime normativo delle due autorizzazioni. La Provincia di Taranto era inerte: non aveva preso posizione, non rispondeva. Erano passati dei mesi. Io mi studiai il regolamento della Provincia. La Provincia in materia di discariche – c’era un regolamento un po’ incerto – doveva provvedere, al più, entro novanta giorni e non aveva provveduto. Allora incominciai e feci una messa in mora – tecnicamente si dice – cioè: “Ti ho presentato una domanda, c’è l’obbligo di Legge di rispondermi entro novanta giorni. Sono passati novanta giorni: per cortesia, esprimiti sulla domanda che ho presentato”. La Provincia di Taranto non si espresse. “Allora impugnai quello che tecnicamente si chiama “silenzio-rigetto” davanti al Giudice Amministrativo. Chiesi anche l’istanza di sospensione cautelare, perché la discarica precedente che Ilva utilizzava si stava esaurendo e quindi si sarebbe bloccato lo stabilimento. Il Giudice Amministrativo mi accolse l’istanza di sospensione con propria ordinanza, ordinò alla Provincia di Taranto di esprimersi. “Ordinare di esprimersi” non vuol dire di accogliere la domanda di Ilva: vuol di esprimersi sia con un provvedimento positivo, sia con un provvedimento negativo. Lo dico naturalmente per i Giudici Popolari, per spiegarmi meglio. La Provincia pretese che la… scusi, il TAR pretese che la Provincia di Taranto concludesse il procedimento entro il 15 dicembre del 2009. Il responsabile del procedimento era il Dottor Romandini ed era quello a cui Ilva nel maggio aveva presentato l’istanza, quello che non aveva risposto, non aveva provveduto e quant’altro“. Al 15 dicembre 2009 il dr. Romandini si espresse e fece un provvedimento di diniego “che io impugnai con motivi aggiunti” ha spiegato Perli.

Il Giudice Amministrativo esaminò questa nuova censura e, “dopo tre o quattro mesi, accolse nel merito la decisione… i motivi aggiunti, quindi la mia impugnazione. Dopodiché la Provincia era ancora inerte e, quindi, io feci un atto di diffida che – ricordo – notificai alla Provincia in persona del Presidente legale rappresentante e notificai anche personalmente al Dottor Romandini perché era lui che doveva provvedere. Il provvedimento doveva essere del dr. Romandini, non del Presidente della Provincia perché la nuova Legge sugli enti locali prevede che sia il dirigente che debba provvedere. Anche qui non ha provveduto al provvedimento. Quindi, a questo punto, poi ci furono degli altri sviluppi. Però, a questo punto, poi intervenne anche il Ministero che disse: “Va beh, considereremo questo discorso delle discariche all’interno del procedimento dell’AIA”. 

L’avvocato amministrativista ha sostenuto in aula che Ilva ha “dimostrato che non c’era un atteggiamento obiettivo da parte della Pubblica Amministrazione e che, in questa vicenda, il dirigente dell’ente locale ha omesso – a mio parere – di fare il proprio dovere, perché la Legge gli impone entro un determinato termine di provvedere. Questo non provvedeva, se n’è fregato dell’ordinanza cautelare del TAR, della sentenza del TAR, del mio atto di diffida e io stavo cercando di proporre quello che tecnicamente si chiama “la nomina di un Commissario ad acta” che provvedesse… giudizio di adempimento sostanzialmente, quindi la nomina di un Commissario ad acta che viene nominato dal Giudice Amministrativo e che dice: “Se tu, Pubblica Amministrazione, non vuoi provvedere ai miei provvedimenti, adesso io nomino il signore x/y al quale conferisco tutti i poteri che hai tu e deve provvedere lui a rilasciarci l’autorizzazione”. 

La sentenza 1081 del 2011: lo strano caso della sentenza del Tar sul caso “benzopirene” del 2010 

Dopo di che l’avv. Perli riavvolge nuovamente il nastro della memoria, ritornando all’estate del 2010 quando scoppiò la vicenda del benzo(a)pirene.

L’episodio singolare è che in sede cautelare l’Ilva vinse – dopo la discussione al TAR – il ricorso sull’istanza cautelare e, quindi, l’ordinanza del TAR. Ma nell’ordinanza uscì per errore – invece di “accogliere” – “rigetta il ricorso”. 

Tutta la parte motivazionale era invece per l’accoglimento del ricorso e, alla fine, invece la conclusione era “Rigetta il ricorso”. I giornali pubblicarono, diedero grande risalto al fatto che l’Ilva si era vista rigettare il ricorso sull’ordinanza. Invece, esaminando, saltò fuori che c’era un errore di battitura del dattilografo che aveva trascritto. Poi il TAR fece… Naturalmente il Presidente del TAR, il Collegio non prese la cosa – non tanto la mia ma la cosa – molto bene. Ci fu un procedimento di rettifica – “di correzione materiale” si dice – dell’ordinanza, fu corretta l’ordinanza materialmente“. 

Tutto inizia, per chi ne ha memoria, il 4 giugno 2010, quando ARPA Puglia produce una relazione in cui sostanzialmente diceva che il livello del benzoapirene emesso dall’Ilva era troppo alto. Il monitoraggio dei dati era 1,3 nanogrammi a metro cubo d’aria. Sulla base di questo provvedimento, di questa relazione dell’ARPA Puglia ci fu un provvedimento di limitazione dell’attività emissiva e quindi dell’attività industriale di Ilva” che io naturalmente, su incarico di Ilva, impugnai davanti al TAR Puglia Lecce chiedendo l’istanza di sospensiva – che ho raccontato prima – che fu accolta e poi la sentenza di merito che fu assolutamente favorevole ad Ilva. In questa sentenza di merito fu accolta la mia argomentazione giuridica, cioè che il limite di Legge per il benzoapirene non era 1 nanogrammo a metro cubo d’aria – come pretendeva e sosteneva l’ARPA Puglia – ma era 2,5 nanogrammi a metro cubo d’aria. Quindi, siccome quello rilevato dalla stessa ARPA Puglia – nella stazione di via Machiavelli mi pare – era di 1,3 nanogrammi a metro cubo d’aria, il benzoapirene dell’Ilva era assolutamente nei limiti di Legge“.

Quindi che cosa era avvenuto? “È avvenuto, c’è una direttiva comunitaria – che è, mi pare, la 1004 del 2007… non vorrei sbagliarmi – la quale prevede che entro una certa data si raggiunga il limite di 1 nanogrammo a metro cubo d’aria. Ma questo 1 nanogrammo a metro cubo d’aria per il benzoapirene è definito dalla direttiva comunitaria un valore obiettivo, che è diverso dal valore prescrizionale. Il valore prescrizionale è un obbligo di Legge e, se non lo rispetti, sei fuori norma. Il valore obiettivo è un valore da conseguire entro una determinata data attraverso delle misure naturalmente di riduzione delle emissioni inquinanti, perché uno stabilimento industriale deve progressivamente ridurre il proprio impatto ambientale. Questo, nella sentenza, i Giudici del TAR lo spiegano molto bene, cioè che il limite non era 1 nanogrammo a metro cubo d’aria – come pretendeva l’ARPA – ma era 2,5. 1 nanogrammo a metro cubo d’aria è scattato nel 2013, perché la direttiva comunitaria prevede che quella fosse la data di raggiungimento del limite temporale per osservare 1 nanogrammo a metro cubo d’aria. Qui ne sono successe di tutti i colori, perché poi l’ARPA Puglia, dopo questa relazione del 4 giugno 2010, fece una seconda relazione – mi pare del 7… no, del 23 giugno o qualcosa del genere – in cui rincarava ulteriormente la dose ma seguendo una strada che era costruita su delle fondamenta assolutamente prive di qualsiasi valore giuridico. Questo il Giudice Amministrativo l’ha chiarito molto bene. Quindi quelli che vi dicono che 1 nanogrammo a metro cubo d’aria è il limite prescrizionale previsto al tempo, vi dicono una cosa che non è assolutamente vera. Come non è assolutamente vero che il Ilva abbia operato o che il Governo abbia cambiato il limite prescrizionale col Decreto Legislativo 155 del 2010 che ha recepito una seconda direttiva comunitaria che, in realtà, non riguarda il benzoapirene ma riguarda altri quattro inquinanti importanti: perché il Governo italiano, con quel decreto legislativo, ha – sì – considerato anche il benzoapirene ma ha riconfermato esattamente la disciplina che c’era prima e, quindi, l’obiettivo di 1 nanogrammo a metro cubo d’aria. Non è vero che sia stata cambiata. Chi lo ha detto e chi lo dice afferma una cosa non vera ma fa parte – come dire? – di quel pseudo diritto che oggi va un po’ di moda“. 

Il tema di posizionamento delle centraline di rilevamento 

Dopo di che è stato affrontato il caso sul posizionamento delle centralinea di rilevamento degli inquinanti di ARPA Puglia all’interno del siderurgico, ed il perchè l’Ilva si rifiutò di installarle. “L’Articolo 2 della direttiva comunitaria dice che i limiti per la valutazione della cosiddetta “aria ambiente” valgono per la troposfera, non valgono per l’aria dei luoghi di lavoro e delle industrie. Per l’aria dei luoghi di lavoro e delle industrie vale un’altra Legge e valgono degli altri limiti più alti. Perché i dipendenti di un’industria possono essere sottoposti anche a dei limiti superiori perché dispongono dei dispositivi di protezione individuale e perché l’esposizione loro agli inquinanti avviene per un periodo più limitato. Un ciclo di lavoro dura sei ore, mentre invece un cittadino che abita in una zona di alto inquinamento per emissioni industriali – come può essere il quartiere Tamburi, ad esempio – è esposto per ventiquattro ore su ventiquattro ore. Quindi – tanto per capirci – i limiti per la qualità dell’aria dentro l’industria sono più alti rispetto a quelli esterni all’industria perché vengono poi compensati dalla durata temporale“, ricorda Perli.

La norma di Legge quindi dice che la direttiva comunitaria e il Decreto 155 del 2010 vale solo per gli ambienti esterni e che non si possono fare le misurazioni negli ambienti interni. “A un certo punto ARPA Puglia – mi ricordo: era in corso di questo giudizio qui, era luglio o settembre del 2010 – pretendeva di mettere delle centraline anche all’interno dell’Ilva. La mia obiezione fu: “Cari signori, l’Articolo 2 della direttiva comunitaria dice che voi l’aria la dovete misurare esternamente e non all’interno dello stabilimento industriale”. Lì ci fu un po’ di polemica. Poi c’erano delle altre questioni, anche perché le misurazioni avvenivano con apparecchiature tecniche non omologate; i criteri, le metodologie non erano quelle previste dalla Legge. Adesso non voglio entrare troppo negli aspetti tecnici ma c’è un decreto ministeriale che disciplina le misurazioni, gli apparecchi che devono essere omologati, la taratura e tutte queste cose qua. Allora cosa avveniva? Che ARPA Puglia pretendeva di misurare dentro, vicino alla cokeria. È chiaro che si presumeva che, in quelle misurazioni, i valori di benzoapirene fossero più elevati ma non erano quelli previsti dalla Legge. Sarebbe stato come misurare il benzoapirene con un apparecchio che si pone a 50 centimetri dal tubo di scarico di una marmitta di un autoveicolo: tu lì non misuri la reale qualità dell’aria ma misuri l’aria con termine al tubo di scappamento di quel camion, di quel veicolo, di quell’autobus. Non è un dato attendibile e la Legge non te le consente. Allora questa fu la mia posizione che ribadii anche in un incontro che si tenne presso l’ARPA Puglia – l’unico a cui io ho partecipato – che era supportata da dei dati normativi ineccepibili e documentali. L’ARPA pretendeva che le centraline fossero posizionate all’interno dell’Ilva. Ho spiegato prima che la norma di Legge – l’Articolo 2 della direttiva (Articolo 2 del D.P.R. 155/2010) – dice che quella norma, quella normativa, quelle regole sul benzoapirene, il 2,5 invece di 1 nanogrammo a metro cubo d’aria vale per la troposfera, cioè per l’aria esterna, non per l’aria dei siti industriali. Per l’aria dei siti industriali c’è un altro D.P.R. il quale… Ho spiegato prima che ci sono i dispositivi di protezione individuale dei lavoratori; hanno minore periodo di esposizione e, quindi, possono supportare dei dosaggi maggiori, naturalmente con tutte le norme di tutela che il datore di lavoro deve osservare“. 

Il tema di realizzazione di barrieramento in luogo della copertura dei parchi 

Perli ha anche affrontato il caso della mancata copertura dei parchi minerali. Il BREF in vigore fino al 2011 – quando è stata rilasciata l’AIA di Ilva – non prevedeva la copertura dei parchi ma prevedeva, per i grandi parchi, delle opere di mitigazione ambientale. “Quindi il BREF vigente allora non prevedeva la copertura dei parchi minerari. Neanche il BREF successivo, del 2012, ha previsto la copertura dei parchi. Poi l’Ilva fece anche una rete di barrieramento che fu difficilissima da fare perché il Comune di Taranto, con una mano, pretendeva che Ilva mitigasse – giustamente – l’emissione delle polveri e, con l’altra, non ci rilasciava l’autorizzazione edilizia per realizzare il barrieramento. Siamo andati avanti due o tre anni sul tira e molla. Io lo so perché, a un certo punto, Ilva mi disse: “Occupati, per favore, anche del procedimento per cui abbiamo presentato la domanda per il barrieramento e il Comune di Taranto non ci rilascia l’autorizzazione e poi, in sede di AIA, invece si lamenta perché c’è lo spolverio dei parchi”. 

Allora adesso voi vi farete una domanda e vi domanderete perché Arcelor Mittal invece sta realizzando quella costruzione enorme per la copertura dei parchi e direte “Ma allora non è vero quello che dice lei, Avvocato, perché la copertura dei parchi si può fare”. Due le mie osservazioni. Non conosco bene Cimolai come stia facendo questa copertura. Le osservazioni sono – primo – che i parchi sono stati ridimensionati perché hanno modificato – credo – il ciclo produttivo per cui c’è una… – come dire? – …hanno messo un serbatoio più piccolo che viene riempito più spesso. In secondo luogo… Però questo comporta che ci sia più passaggio di materiale sui nastri trasportatori che però sono stati cantierizzati. Il secondo aspetto è che la dimensione è più piccola. Quindi Cimolai ha anticipato quella che probabilmente sarà – grazie a questo esempio – una prescrizione che sarà ricompresa nelle BREF del 2024“. 

La vicenda dell’AIA durata oltre 4000 giorni

La vicenda dell’Ilva sotto la gestione, come ricorderanno i pochi che all’epoca seguivano quanto accadeva all’interno e all’esterno del siderurgico, è stata scritta anche e soprattutto nei vari tribunali. L’avv. Perli, insieme al suo legale, ripercorre anche la lunghissima vicenda per la concessione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) all’Ilva, che arrivò il 4 agosto del 2011, dopo un iter burocratico durato diversi anni. “Il Consiglio di Stato ha respinto… dopo un accurato esame di tutte le problematiche, ha respinto completamente il ricorso del WWF dichiarando la piena e completa legittimità dell’AIA di Ilva. La decisione interviene nel 2013, quando tutte le note vicende giudiziarie tarantine sono già scoppiate, sono note, sono diffuse sui giornali. Proprio per questo la Presidenza della Repubblica, proprio per le polemiche sottostanti che c’erano, ha voluto essere particolarmente attenta e rigorosa e quindi ha prestato un’attenzione particolare sia sull’operato del Consiglio di Stato e sia sull’esame di tutta la documentazione tecnica portata dal WWF in quella vicenda e portata anche da noi nelle nostre difese (perché difesi io l’Ilva davanti a quel procedimento al Consiglio di Stato). La seconda impugnazione invece fu fatta da Ilva, perché Ilva impugnò parzialmente l’AIA rilasciata il 4 agosto 2011. Il TAR accolse tutte le mie censure parziali su quell’AIA, le annullò. Questa sentenza dimostra che non è vero che l’Ilva abbia tramato, per ottenere l’AIA, che fosse completamente soddisfatta da quell’AIA. Tanto è vero che è stata, a parte il WWF, l’unica a impugnare – ma in senso opposto – l’AIA lamentandosi e dolendosi di tutt’una serie di prescrizioni che erano state introdotte“. 

L’ipotesi accusatoria nei confronti dell’avv. Perli, prevede nell’ordinanza del Gip che quest’ultimo “provvedeva ad intrattenere rapporti diretti e non strettamente istituzionali con funzionari della Regione Puglia, del Ministero dell’Ambiente e in particolare con i membri della IPPC AIA…”. Perli si difende dichiarando che quelli erano “solo rapporti istituzionali“. 

Dopo di che, viene chiesto a Perli cosa significasse la dicitura utilizzata dall’accusa “Pur in presenza di tali criticità” l’Ilva ottenne l’AIA. “Che cosa si intende? Cioè avrebbe lei ottenuto l’AIA pur in presenza di queste criticità. Vuole precisare perché ha ottenuto l’AIA? C’erano criticità? Le avete superate, sono state vagliate da organi istituzionali?” chiede l’avvocato difensore Della Valle al suo assistito. Che decide di ripercorrere in aula la storia riguardante l’istituzione in Italia dal procedimento AIA“.

A questo punto l’avv. Perli spiega ai giudici della Corte d’Assise le procedure AIA, inoltrandosi nella storia delle leggi italiane in campo ambientale negli ultimi 30 anni. “L’AIA è un procedimento che è stato previsto con una direttiva comunitaria del ‘96 ma è stata recepita nell’ordinamento italiano – con la Legge di recepimento – soltanto col Decreto Legislativo 59 del 2005. Quando è uscito il Decreto Legislativo 59 del 2005, naturalmente si trattava della prima applicazione di una procedura AIA in Italia . Allora il Ministero pubblicò – con la data del 31 gennaio 2005 ma pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con la data del giugno 2005 – le migliori tecniche disponibili per il settore siderurgico. Verificai che l’Ilva era già in movimento perché c’erano stati degli atti di intesa – a cui io non avevo partecipato perché non ero incaricato in quei tempi (parliamo dal 2003 in avanti) – con la Regione sostanzialmente, però non era stato fatto nulla di particolare” ammette candidamente l’avv. Perli. 

Allora il Ministero dell’Ambiente, con decreto del novembre del 2005, decise che un “gruppo di tecnici pubblici si sarebbe recato a Taranto, avrebbero studiato gli impianti dello stabilimento e aiutato il gestore ad indicare quali sono le migliorie necessarie per poter rendere l’impianto adeguato all’AIA”. Questo gruppo di lavoro – composto da una trentina di esperti – lavorò all’Ilva per circa un anno. A dicembre del 2006 – quindi un anno dopo – redissero un rapporto tecnico definitivo dichiarando che il loro rapporto tecnico aveva una funzione di scoping rispetto al procedimento AIA. Questo studio di duecento pagine, si concluse indicando ad Ilva cinquantacinque interventi di adeguamento degli impianti per rendere il complesso industriale di Taranto dell’Ilva più rispondente alle esigenze ambientali e per consentire di superare l’esame dell’AIA. 

Il 27 febbraio del 2007 l’Ilva presentò la propria domanda AIA “impegnandosi, con un atto unilaterale d’obbligo, a realizzare quei cinquantacinque interventi che erano stati indicati da questo gruppo di lavoro. Dopodiché l’AIA avrebbe dovuto essere, secondo Legge, rilasciata ad Ilva entro trecento giorni dalla domanda presentata – questo lo dice la norma di Legge, l’Articolo 29 – perché è un’AIA complessa (perché l’AIA semplice invece ha un termine diverso: centocinquanta giorni). Entro trecento giorni non è stato rilasciato nulla. Lì è incominciato il grande balletto dell’AIA, perché sembrava tutto fatto, tutto definito e tutto indicato. A questo punto, gli enti pubblici incominciarono a chiedere all’Ilva di anticipare la realizzazione di questi adeguamenti tecnici importanti fintanto che andava avanti in parallelo il procedimento di approfondimento dell’AIA, che in realtà era già stato fatto. L’Ilva – mi pare in anticipo rispetto al termine che si era assunta del dicembre 2010 – realizzò tutti questi cinquantacinque interventi spendendo circa 927 milioni di euro che io ho documentato nelle mie cause amministrative indicando specificamente gli interventi che erano stati fatti. Senonché l’Autorizzazione Integrata Ambientale non arrivava: non arrivava perché sono incominciati gli ostracismi, le difficoltà, gli approfondimenti che in realtà forse non erano del tutto necessari. Io dissi: “Qui hanno violato il termine di Legge, trecento giorni. Ne sono passati quattromila e rotti”. C’è un istituto giuridico nel diritto amministrativo che si chiama “Danno per ritardo ingiustificato”. 

Sino ad arrivare al fatidico 4 agosto 2011. “La conferenza decisoria – me la ricordo – avvenne il 5 luglio o il 4 luglio del 2011 e ci furono al Ministero… c’erano cento persone. Sentirono prima le associazioni ambientaliste, poi sentirono il gestore, poi sentirono tutti insieme, poi ci furono le contestazioni, poi la Regione che pretendeva all’ultimo minuto di inserire delle altre cose. Ma erano tutte modifiche – come dire? – non di carattere tecnico ma di carattere politico: perché c’era evidentemente una forte pressione sociale, politica e quant’altro. Poi, alla fine, furono recepite dal Ministero alcune di queste pretese e modificarono all’ultimo momento l’AIA. Il Ministero fece le sue valutazioni e ritenne, da un punto di vista politico, di recepire quelle ultime questioni che erano state sollevate dall’ARPA, dalla Regione, dagli enti pubblici locali. Fecero un’AIA diversa da quella indicata nell’originario parere istruttorio. Questa è la ragione per cui io poi ho impugnato al TAR quest’AIA: per alcuni aspetti un’impugnativa parziale e per non so quanti punti – ma basta leggere la sentenza – ho ottenuto il riconoscimento delle mie buone ragioni da parte del Giudice Amministrativo. Voglio dire: parliamo di Presidenti diversi, Collegi diversi“. 

L’errore dell’intercettazione 

Ultima annotazione per quanto concerne il capo A), alla fine del capo di imputazione – e direi alla fine anche delle indagini preliminari e nel corso dell’udienza preliminare – “il Procuratore Argentino allora sostenne la tesi del rinvio a giudizio in quanto, sulla base di alcune telefonate trascritte dalla Guardia di Finanza, praticamente lo rappresentavano come – è stato tale definito – “il pilota” che avrebbe condotto – una specie di Schumacher del Diritto Amministrativo! – che aveva condotto determinati iter” afferma l’avv. Della Valle.

Soprattutto si fece leva su una telefonata particolare. La telefonata in particoalre è la numero 10173, trascritta dalla GdF e in particolare ribadita nel corso dell’esame peritale dal perito – in udienza – dove a un certo punto si dice qualche cosa. “Perli: “Abbiamo… abbiamo anche inquinato gli atti anche per quello nel ricorso”. Questa è la frase che è stata molto sbandierata anche dalla stampa, eccetera. Poi un’altra frase invece – di cui lei ha già reso contezza – la famosa frase “L’abbiamo scritto noi”, perché ha spiegato già nel dettaglio in sostanza come avveniva la procedura. Ora la mia domanda è: questa telefonata è la sua voce o non è la sua voce? Lei riconosce la sua voce nella telefonata progressivo 10173 – intercorsa tra un uomo e una donna, un uomo e una donna, Perli, eccetera – ove si direbbe: “Abbiamo anche… abbiamo anche inquinato gli atti anche per quello nel ricorso”? chiede l’avv. Della Valle al suo assistito. 

L’avv. Perli a questo punto risponde seccamente: “Non dico inquinato: dico impugnato“. Apriti cielo. L’avv. Della Valle invoca subito la presenza di un grosso vulnus. “Io l’ho sentito ripetutamente e, ancorché sordo, era chiaro che è “impugnato”. Chiarissimo, non ci possono essere equivoci! Laddove, al contrario, il perito non ha detto “impugnato” ma ha detto “inquinato”, allineandosi – guarda caso! – a quello che aveva scritto illo tempore la Guardia di Finanza. Questa cosa non è di poco conto, anche sotto un profilo penalistico – perché non è che finisce qui – sicuramente ha le sue conseguenze“. 

A quel punto la difesa presenta le sua richiesta: audizione nuovamente del perito, “che venga qui e sentiamo – coram populo – questa registrazione. Poi gli chiederemo perché – perché è pacifico – ha scritto “inquinare” invece di “impugnare” in una versione chiarissima e lapalissiana. Quindi le chiediamo questo atto istruttorio” dice l’avv. Delle Valle alla presidente della Corte d’Assise, il giudice D’Errico.. 

Io riconosco la mia voce di una conversazione mia con l’Ingegner Capogrosso. è vera la data, 27 luglio 2010. Il punto in questione è che si capisce perfettamente… – io l’ho sentita per la prima volta ieri – …si capisce perfettamente che io ho detto “impugnato gli atti del Comune”. Ma c’è un elemento sostanziale: il 27 luglio 2010 corrisponde esattamente – di pochi giorni – alla mia notifica del ricorso contro il Comune, quindi c’è anche un elemento di contestualità” afferma convintamente Perli. 

Il Pm Graziano, rivolgendosi al Presidente, ricorda che comunque esiste “una perizia e – giustamente – l’Imputato qui presente che ha dato la sua versione. Voi deciderete come appurare questa frase“. A questo punto inizia un vivace scambio dialettico tra l’avvocato Della Valle e il giudice D’Errico. In aula c’è molta tensione tra le parti, perché la vicenda è davvero importante e fondamentale per l’imputato.

Dopo un lungo dibattito, la Corte si riserva di procedere all’ascolto della bobina originale e quindi eventualmente, se ci fossero dei dubbi, di disporre un supplemento o un’altra perizia. A quel punto intervieen anche l’avv. Annicchiarico del collegio difensivo: “Noi stiamo chiedendo soltanto di dare formalmente atto nel verbale atto pubblico – quindi quello manoscritto – che dal file che oggi si è sentito – come prodotto dalle Difese – si sente, al di là di qualsiasi dubbio, dire all’Avvocato Perli (che ha riconosciuto la sua voce) “abbiamo impugnato”. Prende parola anche l’avv. Sirotti: “Nell’ambito della mole enorme di questo lavoro, probabilmente un ascolto veloce – con la trascrizione della Guardia di Finanza di fianco – lo ha portato a questo errore“. 

E’ chiaro che il collegio difensivo fa leva sulla questione dell’intercettazione sbagliata, che peraltro rappresenta una prova per la Procura che ha deciso il rinvio a giudizio dell’avv. Perli. Il pm Buccoliero interviene: “Presidente, credo che le richieste della Difesa in parte non debbano essere accolte. Perché se effettivamente la Corte d’Assise – come chiede la Difesa – deve dare atto che in quest’Aula è stato ascoltato il file e dal file obiettivamente emerge la parola “impugnato” anziché “inquinato”, scriverebbe un falso perché almeno questo Pubblico Ministero non ha ascoltato la parola “impugnato”. Quindi, al più, la Corte d’Assise potrebbe dare atto che le Difese avendo ascoltato il file…“. 

A quel punto la Corte si ritira in Camera di Consiglio per valutare la questione. La Corte d’Assise si ritira in Camera di Consiglio alle ore 14.17 e rientra in Aula di udienza alle ore 14.55.All’uscita,per questi motivi dispone la convocazione urgente del perito Dottor Caforio ai fini dell’integrazione dell’indagine sul punto. sopraggiunto il perito Antonio Caforio dichiara: “Sì. A seguito del riascolto, mi sento di affermare che c’è scritto… “Abbiamo impugnato” è la parola giusta che viene pronunciata dagli interlocutori, che si ascolta nella progressiva“. Dopo di che il perito viene congedato. 

Ma l’errore è grossolano. E grave. E sicuramente avrà ripercussioni visto che non è la prima volta che accade in questo dibattimento. 

“Il caso” Vendola 

Si passa poi al capo Cc), Articolo 317, ovvero l’ipotesi di concorso in concussione nei confronti del dottor Assennato, ex direttore generale dell’ARPA Puglia. Anche in questo caso Perli è molto chiaro e diretto: l’avv. amministrativista ricorda di aver già prodotto della documentazione che attesta nel luglio 2010, periodo al quel fa riferimento il capo di imputazione, eri impegnato altrove e non poteva essere presente alle riunioni sull’Ilva che si tennero in Puglia. Prima era a Milano, poi a Genova (è stato prodotto anche il telepass auto che accerta la presenza di Perli sull’autostrada quel giorno), una terza ed ultima volta, quella in cui si sarebbe verificato il concorso in concussione, l’avv. Perli era in udienza davanti al Tribunale di Milano “perché difendevo Fiera Milano in una causa“. Dichiarando di essere disponbile a far testimoniare a sua difesa, avvocati, giudici e quant’altri. “Aggiungo solo che io – come dire? – non solo non ho mai avuto incontri con il Presidente Vendola. Il Presidente Vendola l’ho incrociato, qualche volta, nelle riunioni che si sono tenute presso il Ministero dell’Ambiente o la Presidenza del Consiglio dei Ministri ma erano riunioni in cui c’erano cinquanta, sessanta persone e forse non ci siamo neanche detti “Buongiorno” o “Buonasera” ha concluso Perli. 

Le questioni ambientali: la certificazione ambientale, il caso diossina, la stoccata alla Valenzano

Verso la fine dell’interrogatorio, l’avv. Perli precisa ulteriolmente alcune vicende ambientali legate al siderurgico. “La prima questione è che l’Ilva dal 2004 è dotata di certificazione di buona qualità ambientale secondo l’EPA – che è l’ente americano per l’ambiente – e secondo la normativa europea. Quindi dal 2004 l’Ilva è dotata dell’attestato di essere un impianto industriale che consegue una buona qualità ambientale. C’è una norma tecnica – la 14001 – ed è questo attestato. Questa verifica viene fatta periodicamente – ogni tre anni – da un ente pubblico che si chiama “Accredia”, che è un ente pubblico. L’Ilva dal 2004 fino al 2018 – poi non conosco più la situazione perché naturalmente non seguo più l’Ilva – ha sempre goduto del rinnovo di questa attestazione. Quando è scoppiata la vicenda del processo – ricorda Perli – naturalmente Accredia si è preoccupata molto che le sue autorizzazioni fossero state rilasciate secondo un buon esame, in modo corretto. Fece una verifica. Ricordo che era Bondi il legale rappresentante, il Commissario nel 2013. Fece una verifica: stettero all’Ilva due mesi, fecero tutte queste verifiche. Anche perché evidentemente qualcuno spingeva, qualche manina spingeva per avere un esito non positivo. Al termine di questa verifica dei due mesi confermarono la certificazione di qualità ambientale. Quindi l’Ilva è l’unico stabilimento al mondo – che io conosco – che ha un attestato degli enti americano ed europeo di essere un ente di buona qualità ambientale e che, allo stesso tempo, viene accusato di un disastro ambientale dell’importanza che voi sapete“. 

Sentendo le dichiarazioni di altri soggetti in questo processo, Perli ritorna sulla famosa questione della diossina prodotta dall’Ilva, denunciata nel 2005 dall’associazione Peacelink. “Ho sentito questa cosa della diossina – del Registro INER-EPR… EPTR – che sarebbe a dei livelli stratosferici: l’Ilva emetterebbe, non so se il 92% di tutta la diossina, il 98% di tutta la diossina d’Italia. Vorrei spiegarvi che questo dato è tratto da un registro che è tenuto, si chiama “Registro INER-EPTR” che è formulato su basi volontarie. Soltanto il 10% delle aziende italiane fa la comunicazione annuale a questo registro. In genere, questo 10% sono le grandi aziende: l’Eni, l’Agip, le raffinerie, l’Ilva. Nel regolamento che disciplina questo registro viene scritto a lettere cubitali che i dati contenuti in questo registro non hanno valore scientifico e non sono un’attestazione della diossina emessa dagli stabilimenti o da diversi soggetti che volontariamente fanno la comunicazione“. “Quello che c’è scritto nel regolamento comunitario – prosegue Perli – che la pubblicazione in questo registro non ha alcun valore scientifico e non attesta l’effettiva emissione di diossina nell’ambiente perché è fatto su base volontaria e soltanto il 10% delle aziende italiane pubblica i propri dati su questo registro. L’altra cosa che volevo… Oltretutto – aggiungo una cosa importante – i criteri di pubblicazione sono diversi: c’è quello stimato, c’è quello verificato e c’è quello… quello dell’Ilva è stimato. Cioè l’Ilva sostanzialmente ha fatto la proiezione teorica della diossina emessa sulla massima produzione teorica possibile che sono quindici milioni di tonnellate di acciaio l’anno, mentre invece la produzione era – adesso è molto meno – intorno ai nove milioni, nove milioni e mezzo“. 

Infine, prima del controesame dell’accusa, Perli evidenzia negativamente quanto dichiarato nelle udienze tra ottobre e novembre dall’ing. Barbara Valenzano, audito nel corso delle udienze del dibattimento a lei dedicate, in quanto custode giudiziario degli impianti dell’area a caldo sequestrati dal luglio 2012. “Volevo dirvi che io sono rimasto molto stupito quado ho sentito la dottoressa Valenzano – io sono andato a verificare nella relazione scritta che aveva fatto  – che invitava formalmente l’Ilva a ritirare i ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato presentati sulle diverse questioni ambientali. L’ha fatto come custode Straordinario nominato dal Giudice. Io sono rimasto stupito perché il mio atteggiamento nei confronti del Giudice Amministrativo è che io… Anche quando vengono respinte le mie tesi, io dal Giudice Amministrativo ottengo dei pronunciamenti, delle sentenze che sono molto importanti per stabilire se sono sulla strada giusta o sono sulla strada sbagliata. Quindi dal Giudice Amministrativo io ottengo la verifica del principio di diritto in forza del quale io sto agendo. Quindi, francamente, mi ha stupito il fatto di chiedere il ritiro dei giudizi davanti al TAR e al Consiglio di Stato“. 

 

La conclusione dell’udienza con il controesame dell’accusa

L’udienza dell’avv. Perli, dopo alcune domande formulate dai legali difensori del dott. Giorgio Assennato e dall’ex assessore all’Ambiente della Provincia Michele Conserva, si conclude con il controesame dell’accusa, da parte del pm Mariano Buccoliero. Che di fatto non ha portato a nessuna rettifica delle dichiarazioni rese dall’imputato, ma soltanto a chiarire alcuni punti in particolar modo sul’iter del rilascio dell’AIA nell’agosto del 2011.

(leggi tutti gli articoli sul processo ‘Ambiente Svenduto https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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