Mazzotta: ‘Dall’acciaieria alla fabbrica dei suoni’ di Tamborrino

 

pubblicato il 18 Marzo 2019, 19:24
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Un libro è anche una buona occasione per incontrare un collega ed ascoltare la sua esperienza ed il suo sentire, condividere una chiacchiera che racconta tre anni di lavoro discontinuo nella convinta necessità che ci siano storie che vadano raccontate, che ci siano personalità caparbie e timide che, senza essere roboanti, hanno genialità e semplicità, manualità e pensiero raffinato.

Ed allora ad un tavolino di un bar si apre il ventaglio di questo viaggio che Francesco Mazzotta ha intrapreso per narrare il percorso artistico ed umano di Giovanni Tamborrino nel libro ‘Dall’acciaieria alla fabbrica dei suoni – L’officina artistica di Giovanni Tamborrino’, uscito da pochi giorni per i tipi di Zecchini Editore, che vede la prefazione di Enrico Girardi, critico musicale del ‘Corriere della Sera’.

Come si può definire il tuo libro?

“E’ un saggio di musica edito da una casa editrice che si occupa di questo settore, però nasce con l’intenzione di essere un racconto, quindi il racconto ed il saggio si mescolano tra di loro, spero in maniera avvincente. Questo perché volevo cercare di rivolgermi non soltanto a chi si occupa di musica, perché il libro tratta sia di musica che dei teatro contemporaneo e quindi volevo solleticare l’interesse anche del lettore comune, perché ho sempre pensato che la storia di Giovanni Tamborrino fosse straordinaria da molti punti di vista.

Cosa ne pensa Tamborrino di questo saggio?

“Quando gli ho fatto leggere la bozza definitiva (ma abbiamo lavorato anche sul catalogo delle opere) era molto emozionato e sorpreso e si è ritrovato in molte frangenti. Ha percepito questa mia capacità di entrare anche nella sua testa e nelle sue cose. Mi ha portato tre valige di materiale non soltanto artistico, ma anche diari personali, che ho spulciato chiedendogli il permesso. Per cui sono entrato nel suo spirito, nella sua umanità ed ho cercato di portarla anche in forma di racconto. E questo gli è piaciuto moltissimo. Ci sono già alcune persone che l’hanno letto, come Enzo Quarto, che afferma che l’ha divorato e che ho scritto un affresco umano ed artistico. La bellezza è proprio questa perché nel libro l’uomo e l’artista camminano di pari passo.”

Perché sentivi il bisogno di raccontare questa storia?

“Racconto di un ragazzo di 17 anni che entra nell’Italsider, come operaio ma nella testa ha solo la musica. Cerca di far parte di uno dei complessi che suonano alle feste o ai matrimoni e con loro suona la sera, non va neanche a dormire e la mattina va a lavorare in fabbrica. Ma ha il desiderio fortissimo di conoscere la musica dal di dentro e per molti anni cerca di studiare al Conservatorio Piccinni di Bari finché, dopo un’audizione, vi entra e scopre un mondo fantastico. Non solo scopre la musica classica che va fino al ‘900 ma anche quella contemporanea e comincia a fare viaggi. Va a trovare Christoph Caskel, percussionista di Stockhausen, il quale gli apre un mondo pazzesco. Incomincia a prendere contatti con tutti i padri dell’avanguardia italiana: Berio, Donatoni, Bussotti e diventa il loro percussionista. Decide di avviare delle sperimentazioni con materiali di scarto ed i suoi negozi preferiti per gli acquisti non sono i negozi di strumenti musicali ma gli sfasciacarrozze, nei quali compra: cerchioni di auto, parafanghi e incomincia ad allargare questa officina strumentale, sonora che diventa la caratteristica, il marchio di fabbrica della sua produzione. Si tratta di una produzione estremamente originale, nella quale mette insieme, oltre alla parte musicale, una teatrale. Scopre Carmelo Bene e gli studi che fa sulla voce, mette tutto inseme, ha l’intuizione di quella che sarà definita l‘”Opera senza canto” che ha avuto anche un importante risvolto scientifico, perché l’Università di Bologna se ne è occupata. Tamborrino unisce la parte musicale a quella teatrale ed inventa una specie di terzo teatro in cui non ci sono più i cantanti lirici, ma ci sono degli attori. Questa è una specie di rivoluzione che parte da un’idea di Carmelo Bene che aveva molti contatti con il mondo musicale, che però viene sviluppata in una maniera assolutamente originale, soprattutto all’interno del ‘Festival della Terre delle Gravine’, che è un’altra delle invenzioni di Tamborrino, che ha anche a che fare con un’altra, che è un luogo. In altri termini questa denominazione è frutto di una sua idea, l’identità dei luoghi viene definita da un segno artistico e Giovanni con questa produzione, che è fortemente identitaria, inventa un territorio, che oggi viene utilizzata come un brand per vendere prodotti diversi.”

Allora è un genio che vive tra noi, che riconoscono in tanti, a livello nazionale ed internazionale ma a cui, forse, non siamo riusciti a dargli il giusto valore, nella sua terra, ancorandolo solo al Festival, che ormai è stato interrotto.

“Lui lo ha ripreso in un paio di occasioni. Oggi non esiste più, al momento ce n’è un altro con un’altra denominazione ma che non ha niente a che vedere con quello che organizzava Giovanni. Lui ha avuto un riconoscimento molto importante che è anche al centro di questa storia: il Premio Abbiati, che è l’Oscar della musica classica in Italia. Lo vince per la composizione del 2012, ‘Mare Metallico’, che è un omaggio a Taranto schiacciata dall’Ilva. Crea il contrasto tra la fabbrica, l’acciaio, il metallico e il mare, che dovrebbe essere la nostra risorsa. Per lui è stato come una specie di cerchio che si è chiuso, perché proprio nell’Ilva ha cominciato a muovere i suoi primi passi e racconta che questa sua prima esperienza da operaio gli è molto servita per l’artigianalità della musica, nella costruzione degli strumenti, quindi sono due mondi che non si sono mai realmente separati.”

“La storia di Giovanni Tamborrino non è la storia di un riscatto, non ha trovato il riscatto nella musica. Proviene da Laterza, un piccolo comune, tra gli anni ’60/’70 l’unica opportunità di lavoro era l’Ilva da cui scappa perché capisce che ha un altro tipo di talento ma poi, in realtà, non funziona come un’opera di riscatto, perché attraverso la musica, l’arte in generale, fa una riflessione sul Sud, ma è un Sud che non si piange addosso, che non pensa sempre alla storia negata, è un Sud che riesce a creare una propria storia. E’ una riflessione sulla propria identità.”

Inizia a breve il tour per presentare il libro, sarà presente anche l’artista e la sua musica?

“Il 26 marzo ci sarà la presentazione alla Feltrinelli di Bari, ci sarà anche un breve intervento musicale di due musiciste che lavorano a stretto contatto con lui, purtroppo al teatro Fusco, il 2 aprile, non riusciremo a fare una performance musicale con le percussioni, ma a seguire ci sarà un concerto del pianista Orazio Sciortino, quindi non sarà possibile, ma Giovanni sarà presente e ne sono molto felice. Tamborrino non è solo un personaggio da leggere, ma anche da viverlo perché è una persona dotata di una profonda cultura e umanità alla quale sono molto legato e sono molto onorato di essere suo amico.”

In copertina: Giovanni Tamborrino in ‘Epos in rock’

Dalla quarta di copertina:

Giovanni Tamborrino è nato a Laterza, in provincia di Taranto, dove vive. Ed ha solo 17 anni quando diventa operaio dell’Italsider, all’inizio degli anni Settanta. Ma in testa ha una sola cosa: la musica. Realizzerà il suo sogno. E nel giro di poco tempo da batterista di musica leggera nei locali di provincia diventerà il percussionista di Luciano Berio, Sylvano Bussotti e Franco Donatoni, mostri sacri dell’avanguardia colta.

Fulminato da Carmelo Bene e dalla sua lezione sulla phoné, riscriverà i codici del teatro musicale contemporaneo con il linguaggio personalissimo dell’Opera senza canto. E sulla sua strada ritroverà l’acciaieria con la composizione Mare metallico, premiata nel 2013 con l’Abbiati, l’Oscar italiano della musica classica. In ricordo dei suoi trascorsi di operaio, Tamborrino dedicherà l’importante riconoscimento a Taranto e alla sua gente, schiacciata tra lo stabilimento di oggi e la vecchia Italsider, nella quale l’ex tuta blu guardava sbigottito le colate d’acciaio dal “reparto agglomerati” già immaginando di fondere la musica in una personale fabbrica di suoni.

Francesco Mazzotta (Taranto, 1967), laureato in musicologia, è giornalista professionista e critico musicale. Ha collaborato con Il Corriere del Mezzogiorno, l’enciclopedia Die Musik in Geschichte und Gegenwart e il Festival della Valle d’Itria. È autore di programmi di sala per diverse istituzioni musicali, tra cui la Fondazione Petruzzelli di Bari. È responsabile della comunicazione del Giovanni Paisiello Festival di Taranto e di altre manifestazioni di musica antica e contemporanea. È autore del saggio Martina Franca. Quarant’anni di Belcanto nel volume ll Festival si racconta. 40 edizioni del Festival della Valle d’Itria (Edizioni Fondazione Paolo Grassi).

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Laureata in Lettere Moderne. Giornalista. Ha partecipato al Corso di Giornalismo dell'Ordine dei Giornalisti di Puglia. 2 figli. Ha lavorato per alcune emittenti televisive locali: Videolevante, Studio 100, Telerama, Jotv, Tele.5 (in qualità di direttore). Ha collaborato con Taranto Sera, Voce del Popolo, Paese Nuovo (allegato de L'Unità), Pigreco, Tarantoggi, Primaveraradio (circuito Popolare Network), Magazine (in qualità di direttore), Edili, Radiocittadella. Ha curato numerosi uffici stampa, tra cui il Comune di Lizzano e l'Associazione Musicale della Magna Grecia, Magna Grecia... il Premio (Provincia di Taranto), Crest, VIALIBERA. Ha condotti programmi televisivi e radiofonici.

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