«Vale più della produzione»

 

Taranto piange i suoi morti. Ora si lavori per ripartire
pubblicato il 25 Febbraio 2019, 22:51
4 mins

Risalgo il corteo dalla coda. Arrivare a via Di Palma non è stato facile. Chissà, forse nemmeno gli organizzatori si aspettavano una tale partecipazione. Il clima è di un silenzio mesto e composto. Mi ricorda qualcosa, ma ancora non ho capito cosa. Intanto cammino, e non trovo la testa del corteo. Ogni volta che raggiungo uno striscione che sembra aprire la lunga fila, davanti ad esso si apre un nuovo fiume di gente. Si legge: «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino».

Foto Occhinegro

Non è un messaggio rivoluzionario. Lo aveva proclamato, con altre parole e in un’acciaieria a noi ben nota, un prete. Quel prete era Paolo VI, che proprio qui a Taranto disse: «prima e dopo tutto, la vita è la cosa più importante d’ogni altra; l’uomo vale più della macchina e più della sua produzione».

Avanzo ancora, e mi colpisce profondamente un’immagine: una selva di croci. Le portano i ragazzi dell’AGESCI. Finalmente capisco. Quella di questa sera, per clima e scenografia, è una mesta e surreale processione dei misteri. In questo Venerdì Santo fuori stagione, ad un mese dalla scomparsa di Giorgio Di Ponzio, Taranto ricorda i suoi figli più sfortunati: bambini, morti per patologie variamente riconducibili all’inquinamento ambientale. In testa al corteo, dodici cartelli: ognuno reca la fotografia e il nome di uno di loro. E una scritta: «Io dovevo vivere». I loro volti raccontano il dramma di molte famiglie della nostra città. Strappano, per una sera, il tema ambientale ai numeri; importanti, sì, ma che non possono descrivere appieno ciò che queste persone vivono, ogni giorno.

Il corteo (qui e là spunta qualche volto noto) si snoda in silenzio verso Corso Due Mari, per fermarsi solo ai piedi del monumento ai marinai. Qui, nuovi cartelli. Di nuovo, a ciascuno corrisponde un bambino. Ma stavolta, le fotografie non sono quelle dei volti sorridenti. Stavolta, sono fotografie di lapidi. «Io non dovrei essere qui».

Si chiude così, accompagnata dalle note di un violino, questa giornata di lutto cittadino. La prima grande manifestazione dopo la fine dell’era ILVA e la nascita di ArcelorMittal Italia. Proprio la nuova proprietaria del siderurgico ha voluto rendere nota la propria partecipazione al lutto, postando sui propri canali social la fotografia delle bandiere a mezz’asta, nello stabilimento. Inutile dire come anche questo gesto abbia generato polemiche, da parte di molti che lo ritenevano inopportuno. Da parte nostra, vogliamo sottolineare, come un promemoria, quella frase con cui abbiamo aperto questo articolo e con cui, non più di qualche mese fa, in occasione della visita del Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin, ArcelorMittal aveva tappezzato la propria sala congressi: «l’uomo vale più della macchina e più della sua produzione».

Ai tarantini resta un compito arduo: quello di non fossilizzarsi, quello di lavorare per un’alternativa, di cominciare a pensare ad una Taranto diversa. Non semplicemente una Taranto senza acciaio, ma una Taranto capace di vivere a prescindere dall’acciaio. La base per farlo c’è, ora bisogna rimboccarsi le maniche.

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3 Commenti a: «Vale più della produzione»

  1. Gas

    Febbraio 26th, 2019

    Senza produzione l’economia va male. Se l’economia va male si scatenano criminalità rivoluzioni fame e guerre. E con rivoluzioni fame e guerre muoiono molti più bambini purtroppo. Le cose vanno fatte sempre “cum grano salis”

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  2. Lorenzo Barnaba

    Febbraio 26th, 2019

    Ne consegue che nelle nazioni o nelle città dove non ci sono le acciaierie ci sono invece rivoluzioni, fame e guerre.

    Rispondi
  3. Gas

    Febbraio 26th, 2019

    Nelle città e nelle nazioni dove l’economia era basata sull’acciao e la si vuole sostituire di botto si. (a parte che l’acciaio serve e qualcuno deve pur farlo)
    Ma questo i nimby non possono capirlo.

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