Ambiente Svenduto, la versione dell’ex direttore Capogrosso

 

Il resoconto delle cinque udienze dell'ex direttore Luigi Capogrosso. A breve pubblicheremo il clamoroso interrogatorio dell'avv. Parli
pubblicato il 20 Febbraio 2019, 20:03
12 mins

Proseguono come da calendario le udienze del processo ‘Ambiente Svenduto’ sul presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva sotto la gestione del gruppo Riva. Un dibattimento, come scriviamo da sempre, che andrebbe seguito udienza dopo udienza per capire appieno cosa sia realmente accaduto negli anni della gestione Riva all’interno e all’esterno dello stabilimento. Un lavoro molto complesso, visto che ogni singola udienza dura una media di 3-4 ore (che significano per noi l’ascolto delle registrazioni delle udienze oppure la lettura di centinaia di pagine di verbale). Con una cadenza di tre udienze settimanali. Da anni proviamo ad informare i lettori sul dibattimento seguendolo passo passo, seppur in una tempistica non proprio breve.

Come riportammo nell’ultimo articolo sul processo, il 16 gennaio è iniziato il fulcro centrale del dibattimento, con l’interrogatorio dei 23 imputati che hanno comunicato alla Corte d’Assise la disponibilità a sottoporsi alle domande dei pm. Come stabilito nell’udienza del 9 gennaio, per l’interrogatorio sarà seguito l’ordine dell’elenco degli imputati: il primo ad essere esaminato doveva essere l’ingegnere Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto fino al 4 luglio 2012 quando rassegnò le dimissioni dopo 15 anni nel ruolo di direttore. Il 26 luglio del 2012, giorno del sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, Capogrosso fu arrestato e posto ai domiciari, insieme ad Emilio e Nicola Riva, ma prima di lui è stato audito l’avvocato Francesco Perli.

Insieme all’ing. Capogrosso hanno dichiarato la loro disponibilità ad essere ascoltati gli ingegneri che ricoprivano il ruolo di capi area all’epoca dei fatti contestati, ovvero Marco Andelmi (parchi) Ivan Di Maggio (cokerie), Angelo Cavallo (area agglomerato) e Salvatore D’Alò (acciaierie), uno dei legali amministrativisti della famiglia Riva. In considerazione dell’ordine che sarà seguito, si comincerà con gli imputati per i reati ambientali.

Hanno deciso di essere ascoltati anche l’ex rettore del Politecnico professor Lorenzo Liberti, l’ex direttore generale dell’ARPA Puglia professor Giorgio Assennato e l’ex direttore scientifico dell’Agenzia Blonda e l’ispettore ARPA Giovanna Raffaelli, ed alcuni tra i principali esponenti politici finiti sotto accusa, come l’ex governatore Nichi Vendola, l’ex assessore regionale Nicola Fratoianni, il dirigente del settore ambiente dell’epoca Antonello Antonicelli, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva, l’ex ispettore della Digos Aldo De Michele.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/01/12/ilva-ambiente-svenduto-e-lora-degli-imputati/)

Le cinque udienza dell’ex direttore Ilva Luigi Capogrosso

Ciò detto, il 22-23-25-28-29 gennaio è stato audito l’ex direttore dell’Ilva Luigi Capogrosso, sicuramente uno degli imputati più importanti dell’intero dibattimento. Cinque udienze molto lunghe, nel corso delle quali l’imputato si è sottoposto prima alle domande dell’accusa e poi a quelle del collegio difensivo. Direttore dello stabilimento dal 1996 al luglio 2012, ma assunto all’Italsider di Stato nel 1986, Capogrosso ha ripercorso la storia dello stabilimento tarantino, adottando una linea difensiva ben chiara: ovvero che l’Ilva di Taranto non fosse lo stabilimento descritto e raccontato negli ultimi anni, con gravissime carenze sugli impianti e in campo di emissioni nocive nell’ambiente e per la salute di lavoratori e cittadini.

Capogrosso ha infatti sostenuto, elencandoli, gli innumerevoli investimenti effettuati dalla famiglia Riva, dal 1995 al 2011, pari ad oltre 4 miliardi di euro (per l’esattezza 4 miliardi 576 milioni e 569mila euro). Di questi, 1 miliardo, 142 milioni e 194mila euro hanno riguardato interventi di ambientalizzazione degli impianti, mentre la parte restante è stata impiegata per cokerie, altiforni, parchi, agglomerato e acciaieria con benefici anche sotto il profilo ambientale con la riduzione sia delle emissioni diffuse sia convogliate. Capogrosso, di fatto ripetendo quanto sostenuto dall’Ilva del gruppo Riva in particolar modo nel biennio 2009-2011 con i ‘famosi rapporti’ su Ambiente e Sicurezza, ha elencato alla Corte d’Assise di Taranto, gli interventi effettuati: gli impianti di depolverazione, le barriere frangivento per il contenimento dello spargimento di polveri dei parchi, la copertura dei nastri trasportatori (che però deve ancora essere terminata), i sistemi di bagnatura e “filmatura” delle colline di polveri dei parchi, le misure di contenimento delle emissioni di benzopirene.

Capogrosso, per argomentare la sua tesi difensiva e per evidenziare l’effetto positivo dei suddetti interventi, si è servito anche dei Rapporti sulla Qualità dell’Aria redatti dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA Puglia), che dal 2013 riportano un miglioramento dei livelli della qualità dell’aria (come abbiamo riportato nel corso di questi anni). I livelli di benzopirene nell’aria sono diminuiti passando nel periodo 2009-2013 da una media di 1,39 a una dello 0,76 di ng/m3. Le polveri sedimentabili rilevate dalla rete deposimetri ARPA ai Tamburi, stando ai dati riferiti in aula alla Corte, hanno fatto registrare una diminuzione passando da una media di 401 nel 2004 ad una media di 291 del 2011. Esattamente quanto avvenuto durante le udienze che hanno riguardato il custode giudiziario Barbara Valenzano (a cui dedicheremo un altro articolo), durante le quali il collegio difensivo degli imputati ha portato avanti una linea per la quale si è voluto dimostrate, carte alla mano, come l’Ilva abbia adottato tutte le misure e le tecnologie richieste dall’Aia e dalle norme in materia di ambiente in vigore all’epoca.

E’ chiaro però che come tutti sanno, anche per ammissione degli enti preposti, i dati sono migliorati anche e soprattutto in funzione del dimezzamento della produzione da parte del siderurgico.

Quanto però ammesso candidamente da Capogrosso durante le varie udienze, merita comunque di essere evidenziato (semmai ce ne fosse ancora bisogno). L’ex direttore dello stabilimento ha infatti dichiarato cheè impossibile eliminare completamente le polveri al quartiere Tamburi nonostate tutti gli interventi previsti negli anni sugli impianti. Una dichiarazione chiara, sincera, e di per sè scontata e ovvia. 

Proprio su questo punto si sono concentrate le domande dei Pm e della difesa. Capogrosso ha voluto ricordare ai presenti che i Riva non comprarono cerrtamente un gioiello industriale sotto il profilo ambientale: “Gli impianti del reparto cokerie erano messe male per carenza di interventi e personale non specializzato, anche perché gli investimenti maggiori furono concentrati sugli altiforni, come l’Afo 5, rifatto nel 1994 dopo fine campagna“.

I Pm hanno ricordato gli atti d’intesa tra l’Ilva e le istituzioni come Comune, Provincia e Regione (sottoscrittoìi dal 2003 al 2006), tra i quali vi era anche l’impegno della copertura dei parchi minerali (atto d’intesa del 2004). Capogrosso (difeso dall’avvocato Vozza) ha risposto a tutte le domande, sostenendo che l’azienda ha fatto il giro del mondo per trovare una soluzione al problema. Ha ricordato l’aver commissionato al CNR di uno studio per l’area dei parchi più esposta al vento, sostenendo la tesi che fu individuata la possibilità di realizzare barriere ecologiche frangivento: a tal proposito fu anche firmato un accordo con tutte le istituzioni, compreso il commissario straordinario all’Ambiente dell’epoca, il governatore Raffaele Fitto, che però restò lettera morta.

L’ex direttore Capogrosso, ha comunque voluto ricordare le opere di ridimensionamento delle emissioni realizzate sotto le gestione Riva: “gli impianti per lo scarico della loppa direttamente sulle navi, eliminando il trasporto a bordo dei camion, la realizzazione di strade interne ai parchi, l’acquisto e l’utilizzo di spazzatrici automatiche, le macchine dei parchi, automatizzate e con tecnologia che consentiva l’utilizzo senza personale, le varie pratiche operative, la centralina che rilevava la polverosità e faceva scattare l’intervenire il sistema di ‘spruzzaggio’ e il sistema filmante”. A domanda diretta del Pm sul fatto che tutti questi interventi non abbiano comunque risolto il problema delle polveri sui Tamburi, Capogrosso ha ribattutto senza mostra alcun dubbio che “è impensabile sperare che le polveri siano zero ai Tamburi”.

Sulla copertura dei parchi minerali, Capogrosso ha ricordato, cosa tra l’altro vera, che nessuna Bat ne prevedeva la copertura, se non per parchi di dimensioni molto più limitate rispetto a quelle dei parchi Ilva. Quando gli è stato fatto notare che adesso la Cimolai stia realizzando la tanto agognata copertura, Capogrosso ha sottolineato che l’area è diminuita rispetto al passato, ma soprattutto ha laconicamente dichiarato che per vedere se e come il tutto avrà un effetto positivo, biognerà attendere i risultati.

E’ stato poi ricordato a Capogrosso come l’Ilva negli ultimi tempi si fosse rifiutata di installare delle centraline lungo il perimetro del sito, ma anche qui l’ex direttore ha ribattuto sicuro: “Non avevamo problemi a installarle, le avremmo installate ma intervenne l’incidente probatorio e i legali ci consigliarono di fermarci di fronte agli accertamenti dell’indagine in corso in quel periodo”.

Al termine di queste lunghe udienze, è giusto sottolinearlo, il pm Buccoliero ha riconosciuto a Capogrosso, “una grande correttezza nel dire come stanno le cose”. A dimostrazione del fatto che forse, grazie alle udienze degli imputati, la storia dell’Ilva di Taranto sotto la gestione Riva sarà più comprensibile per tutti. In particolar modo per tutti quelli che per anni sono rimasti in silenzio, per poi iniziare a straparlare senza sosta dal 2012 in poi.

(leggi tutti gli articoli sul processo ‘Ambiente Svenduto’ https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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