Giorgio, non volevo scriverne

 

La sua morte è illegale, anzi: incostituzionale. Ed è un pugno in faccia per tutti
pubblicato il 01 Febbraio 2019, 08:39
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Non volevo scriverne. Perchè in questi casi, prediligo il silenzio. E il rispetto del dolore. E’ più forte di me, e lascio stare il dovere del giornalista a tutti i costi. Sbagliato? Forse. Ma non mi pento.
Giorgio è l’ultima vittima, purtroppo molto giovane, dell’ipocrisia dell’uomo. Un altro numero da aggiungere alle statistiche. Fredde, come l’involucro che accompagna tutti noi quando lasciamo questa terra. Fredde, che però appassionano coloro i quali decidono per noi: scelgono e legiferano, pontificano e impongono. Parandosi il sedere dietro l’interesse pubblico, cancellando completamente invece i bisogni della gente.
Che colpe ha avuto Giorgio? E la sua famiglia? Non trovo argomenti per salvare chi ha devastato e devasta la nostra terra. E soprattutto distrugge la vita umana.
Giorgio era un ragazzino il cui sorriso non poteva sfuggirti. Così come la sua dolce vivacità, coinvolgente, carica di energia. Non riuscivi a evitarlo: ti scorazzava nel cuore. Qui, al quartiere Paolo VI, lo conoscevano in tantissimi, e non solo nel suo ultimo tragitto. Angelo e Carla, i suoi genitori, s’erano impegnati parecchio in battaglie civiche, talvolta pure tendendo la mano a chi ne avesse bisogno. E Giorgio, assieme ai suoi fratelli, ne erano – permettetemi: sono – eredi degni e gioiosi.
Il volo verso praterie migliori ha colpito tutti in un quartiere già molto provato dal disagio sociale, fragile da troppi anni e che persone proprio come Angelo e Carla tentavano in qualche modo di ricostruire per ben altra dignità.
Non me la sentivo di parlarne. Mi perdoni Giorgio, mi perdoni la sua famiglia. E non avevo voglia neppure di utilizzare il lavoro di altri per alzare il grido di dolore di Angelo e Carla. Un dolore che significa denuncia. Una denuncia che diventa anatema inconsapevole lanciata verso un sistema che idolatra profitto e s’abbevera di numeri.
Perchè noi siamo numeri. L’identificativo è impresso nella nostre tessere sanitarie e qui come in ogni angolo del Paese conta quello. E basta: non esistono persone dietro quel numero, non esistono le loro difficoltà. Taranto da anni, decenni, combatte una battaglia impari e strisciante contro la morte, le cui percentuali qui più che altrove raggiungono picchi impressionanti. Morte che non guarda la tua data di nascita, per questo feroce ancor più di quanto possa esserlo. Morte provocata dal veleno prodotto dall’uomo, non certo naturale.
Numeri, che non impressionano coloro i quali avrebbero dovuto perlomeno affrontare l’emergenza evidenziata da studi scientifici: l’emergenza sanitaria. Qui, e in passato altrove ma anche altri, da sempre si parla di una sanità non certo all’altezza. Com’è possibile che Taranto, il cui tributo di sangue all’interesse del Paese è più alto che altrove, è stata ed è costretta ancora ad adeguarsi ai tempi biblici della politica? Perchè mai una mole imponente di studi scientifici che certificano l’impatto delittuoso dell’inquinamento su ambiente e popolo non sia bastato e non basti ancora per almeno derogare a tutte le leggi sulla sanità e a tutti i bilanci di competenza affinchè una battaglia di tale portata sia affrontata finalmente con le armi che necessitano? Ci chiediamo – se risulta vero – che fine abbiano fatto i 70 milioni erogati dallo Stato per la sanità a Taranto ormai da qualche anno? E infine: riusciremo a vedere prima o poi il nuovo ospedale ‘San Cataldo’, semmai fosse veramente utile? Giorgio, come altri, ha combattuto altrove la sua battaglia partendo da una diagnosi incerta qui, per non dire sbagliata. Giorgio ha combattuto con la penalizzazione e, forse, questo gli è stato fatale. E a quanti altri è accaduto e ancora accadrà tragicamente la stessa cosa?
Numeri, che ingigantiscono i viaggi della speranza. Da Taranto per strutture sanitarie migliori che qui non esistono, nonostante operatori sanitari che da soli cercano di offrire una speranza per quanti un viaggio non possono permetterselo.
Il dolore e la denuncia di Angelo e Carla sono gli stessi di quanti in passato hanno provato a urlare quanto gravi fossero le ferite di un territorio. Giorgio sognava tanto, amava quel che in tanti hanno raccontato: la pesca, le moto, il calcio, ma chissà quanto altro ancora. Un ragazzino adorabile.
Perdonami Giorgio se questa mia riflessione non farà rumore come altri articoli su di te: sentivo questo di scrivere, anche se con colpevole ritardo.
Perchè la tua morte è illegale, anzi: incostituzionale. Perchè la tua morte è un pugno in faccia. Per tutti.

Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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