Sentenza CEDU e i muri da superare

 

Una vittoria soprattutto morale che può essere leva per altre decisioni politiche e giuridiche. Ma non basta
pubblicato il 25 Gennaio 2019, 11:03
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Non possediamo il dono nè tantomeno le capacità per addentrarci nei sentieri del diritto: restiamo sulla terra e le nostre sono semplici riflessioni. Che partono da libera – e quindi opinabile – idea su quel che accade, evitando pretese di vergare liriche di verità: non siamo depositari del vangelo. Sia chiaro.
La sentenza della CEDU ha aperto un dibattito non superficiale. O almeno ha ridestato tormenti che sembravano soltanto sopiti: Taranto ha sete di giustizia, su questo non c’è ombra di dubbio. Ma può la sentenza CEDU averla soddisfatta? Solo in parte, diciamo la verità. Anzi, qualcuno in rete la considera l’ennesima “vittoria di Pirro”, e forse non a torto. Ma è altrettanto vero che la sentenza non può liquidarsi con un semplice “cambia poco o nulla”.
Leggiamo in rete – e può farlo chiunque – che “la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è un organo giurisdizionale internazionale, istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) del 1950, per assicurarne l’applicazione e il rispetto. Vi aderiscono quindi tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa. Sebbene abbia sede a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è un’istituzione che fa parte dell’Unione Europea; non dev’essere confusa con la Corte di giustizia dell’Unione europea con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell’Unione Europea. Inoltre, le sentenze della Corte sono impugnabili, in situazioni eccezionali, davanti alla Grande Camera in un termine di tre mesi, decorso il quale sono considerate definitive. Le sentenze sono pubblicate. Gli Stati firmatari della Convenzione si sono impegnati a dare esecuzione alle decisioni della Corte europea. Il controllo sull’adempimento di tale obbligo è rimesso al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Cosa vuol dire? Che, probabilmente, lo Stato italiano può decidere di non ricorrere e risarcire i cittadini di Taranto ricorrenti senza andare oltre: in fin dei conti – potrebbe essere il ragionamento dei nostri governanti – sull’Ilva si è espressa più d’una volta la nostra Corte Costituzionale, per cui gli stessi governanti – del recente passato e gli attuali – potrebbero sentirsi in una botte di ferro. Anche perchè, e facciamo un piccolo passo indietro, semmai si giungesse al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa significherebbe porre la vicenda nelle mani dei titolari – anzi, dei delegati – dei dicasteri degli Esteri dei Paesi dell’UE, per una procedura che durerebbe qualche annetto e i cui effetti sono attualmente impronosticabili.
Ciò detto, e non certo – ripetiamo – per offuscare il senso della sentenza CEDU, è bene porre la questione morale che viene fuori dalla decisione dei giudici di Strasburgo. Ecco, la questione morale: c’è una corte sovranazionale, riconosciuta anche dal nostro Paese, che ha condannato l’Italia per quanto accaduto – e accade – a Taranto. Può, a questo punto, l’Italia non tenerne conto, almeno dal punto di vista politico e morale? Il dubbio è molto forte, soprattutto perchè il nostro Paese ha dimostrato, in questi anni, di preferire il profitto al diritto alla salute. Forse, e qui più di qualcuno lo ricorderà, l’attuale Governo avrebbe potuto approfittare – sempre che in grado di farlo dal punto di vista giuridico – di ciò che l’Avvocatura dello Stato affermò allorquando espresse il suo parere sulla procedura di cessione di Ilva ad ArcelorMittal e cioè che fosse tutelato l’interesse pubblico, senza però specificare quale fosse quest’interesse pubblico: il lavoro o la salute? Una scelta che – ribadiamo: forse – poteva diventare il grimaldello per invertire le decisioni dei governi precedenti e affrontare, con tutte le conseguenze del caso, una possibile chiusura dello stabilimento siderurgico.
Insomma, come ripetiamo ormai da anni, la vicenda è talmente intricata che nessuno può sentirsi in diritto di possedere la soluzione finale. Però, il lato positivo è che la sentenza CEDU può essere leva per il pendente ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, che non è stato ancora definito nella data d’audizione. Bisogna sperare? Certo, perchè la speranza non deve mai accantonarsi. E bene fanno le ecosentinelle del territorio a non arrendersi. Ci limitiamo solo a ricordare, purtroppo, che la nostra Corte Costituzionale, ad esempio, ha sentenziato in passato che Taranto deve soffrire: e, se la memoria non ci inganna, qualche anno fa di quella Corte membro era proprio l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una coincidenza, certo, che probabilmente non significa nulla anche perchè un uomo, un politico ha il diritto di approfondire e cambiare idea se necessario.
Al netto di tutta questa nostra disquisizione, resta una convizione: Taranto non può e non deve aggrapparsi solo e soltanto alle sentenze (‘Ambiente Svenduto’, per esempio, è ben lontano dalla sua conclusione: e siamo solo al primo grado di giudizio), ma costruirsi il futuro differente al quale concorrere tutti. Le ecosentinelle non vanno lasciate sole ma sostenute, sia chiaro. Così come altrettanto chiaro è che cittadini e Istituzioni a vari livelli devono collaborare per lo sviluppo di una economia e di una qualità della vita diametralmente opposte all’attuale. Pensate, per esempio, che la sentenza CEDU ieri è stata del tutto ignorata dai canali RAI (1 e 2): ciò deve sì indignarci, ma anche spronarci affinchè tutti gli strati socio-economici della città respingano con forza ciò che gli altri sistematicamente vogliono imporci.
Qui apriremmo un’altra discussione, ma – ora sì lo speriamo noi – crediamo si possa immaginare quel che significa: il vero salto di qualità è diventare finalmente comunità, senza pregiudizi e soprattutto senza muri. Questa è la città, purtroppo, dove proprio i muri tagliano di netto fette di territorio: basti pensare al Muraglione dell’Arsenale, quello della Base navale, degli altri Enti militari, quelli di Eni e soprattutto dell’ex Ilva e scusate se ne dimentichiamo qualcuno. Ma ci sono anche i muri del pensiero, che sono i più complicati da superare perchè il diffidare è diffuso a tutti i livelli per colpa proprio dei comportamenti: è un pensiero assolutamente comprensibile visto ciò che i tarantini hanno subìto in decenni di saccheggi. E’ però il tempo di parlarsi, dialogare, confrontarsi, scambiarsi idee e proposte senza pregiudizi, senza populismi, appunto, con un approccio diverso: Taranto ha bisogno di raccontare ma anche raccontarsi, conoscere ma anche conoscersi, perchè la diffidenza si trasformi finalmente in fiducia. Altrimenti, è quasi come chiudere i porti a chi scappa dalla fame e dalle guerre: alzare ulteriori muri rafforza le differenze, non agevola certo la ricerca di una società migliore.

Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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