Le ‘maiale’ di Mar Grande

 

Interessante riflessione del prof.Mario Lazzarini sull'origine del nome delle Isole Cheradi, patrimonio della città
pubblicato il 04 Gennaio 2019, 12:36
10 mins

Per favore non equivochiamo. Queste maiale in Mar Grande non sono altro che le isole di S. Pietro, S. Paolo e, finché esistita, S. Nicolicchio. Infatti il nome dell’arcipelago tarantino deriva dal greco Choiràdes, “simili a maiali”, con cui i greci antichi indicavano gruppi di isole e scogli poco rilevati sul livello del mare, piuttosto piatti, che, visti da lontano, assomigliavano ad una mandria di maiali che nuotasse a pelo d’acqua. Il nome, come testimoniato in varie fonti letterarie (Archiloco, Teognide, Erodoto, Teocrito ecc.) era usato per vari piccoli arcipelaghi nell’Egeo, nel Mar Nero, presso Alessandria d’Egitto, alle Baleari e altrove. D’altro canto ai greci piaceva accostare il profilo di isole viste dal mare a figure d’animali, come testimonia anche la celebre “Taso schiena d’asino” descritta da Archiloco nel VII secolo a. C. (Fr. 21 West).
Tutto questo lo sapeva già il nostro Cataldantonio Atenisio Carducci, il noto commentatore delle “Deliciae tarentinae” di Tommaso Niccolò D’Aquino (Napoli 1771) che, in nota al libro I, v. 422, pag. 117 e seguenti, ne parla diffusamente. Il D’Aquino non chiama le isole Cheradi, ma “Electrìdes”, e il Carducci asserisce che al suo tempo l’isola più grande era nota come Santa Pelagia, la più piccola S. Andrea; il nome Cheradi poi, afferma il Carducci, fu usato per la prima volta dal Cluverio (Philipp Clüver), noto umanista e geografo nato a Danzica nel 1580 e morto a Leida nel 1623, autore di una “Italia Antiqua”. Successivamente il nome Cheradi, accettato senza troppi approfondimenti da storici locali, divenne nell’800 di uso comune, ma solo dal 1950 appare su carte geografiche e nautiche ufficiali.
Ora qualche considerazione.
Il nome Cheradi per le nostre isole nasce da un passo dello storico greco Tucidide (V sec. a. C.) che riguarda la spedizione navale ateniese in Sicilia contro Siracusa del 413 a.C. Gli ammiragli Demostene ed Eurimedonte portarono 73 navi, 5000 opliti e numerose truppe ausiliarie in soccorso della grande spedizione ateniese di due anni prima che, dopo successi iniziali, si trovava a mal partito e bisognosa di soccorsi.
La flotta, di ateniesi e alleati, si radunò a Corfù e “Demostene ed Eurimedonte, quando fu pronta la flotta proveniente da Corfù e dal continente, con tutta l’armata attraversarono lo Ionio [il canale d’Otranto] verso il promontorio Iapigio [il capo di Leuca], e giunti lì si diressero verso le isole Cheradi della Iapigia e lì accolsero sulle navi 150 lanciatori di giavellotto di stirpe messapica e rinnovarono un antico accordo di amicizia con il dinasta messapico Artas che aveva fornito i lanciatori di giavellotto, poi partirono verso Metaponto” (Tucidide, VII, 33, 3-4).
Il Cluverio per primo (che però nel Sud Italia non era mai stato e si basava solo su testimonianze letterarie e cartografia dell’epoca) e poi gli storici locali identificarono subito le Cheradi nominate da Tucidide con le nostre davanti a Taranto senza chiedersi perché nel passo tucidideo Taranto non sia neppure nominata. E il motivo c’è.


Due anni prima (415 a.C.) un’altra più grande spedizione ateniese aveva attraversato il Golfo di Taranto agli ordini di Alcibiade e Nicia, diretta verso la Sicilia: “Direttasi tutta l’armata verso il promontorio Iapigio e verso Taranto in ordine sparso, raggiunsero l’Italia [le coste dell’Italia meridionale], però nessuna di quelle città li accolse nell’abitato e nella piazza, ma solo con acqua e possibilità di ormeggio: Taranto e Locri neppure con queste cose, finché giunsero a Reggio sulla punta estrema dell’Italia” (Tucidide, VI, 44, 2). Insomma le città della Magna Grecia ionica si erano mostrate indifferenti o proprio ostili, non fornendo alcun aiuto sostanziale, tranne Reggio che consentì di ormeggiare la flotta e stabilire un campo a terra (fuori città) per far riposare gli uomini.
Taranto vantava un’origine spartana e Sparta in quel tempo era in aperto conflitto con Atene, per cui Taranto, pur non in guerra dichiarata con Atene, non poteva certo favorire l’avversario. Inoltre occorre considerare che, quando una grande flotta militare si fermava da qualche parte, aveva essenzialmente bisogno di rifornimenti di acqua e cibo. Ora le navi agli ordini di Alcibiade e Nicia erano 134, di Atene e degli alleati, con circa 30.000 uomini a bordo tra equipaggi e truppe, e un numero imprecisato di cavalli e bestie da soma: sfamare e rifornire una tale massa di uomini ed animali sarebbe stata impresa troppo gravosa per qualunque città magnogreca, oltre ai danni che la presenza nel territorio di tanti soldati stranieri, spesso inclini a ruberie e razzie, poteva procurare. Comprensibile quindi il diniego ad ospitarli.
Ecco perché nella successiva spedizione del 413 a. C. Demostene ed Eurimedonte non pensarono minimamente di fare sosta a Taranto, ma passarono oltre, verso Metaponto che, pur alleata di Atene, fornì il misero rinforzo di una sola nave da guerra.
Ma allora la sosta alle Cheradi? Interroghiamoci: se fossero state le nostre tre isole, quanta acqua e cibo avrebbero potuto fornire per tanti uomini? E i 150 lanciatori messapici di re Artas come ci sarebbero arrivati? Via terra penetrando dal sud nel territorio di Taranto, che con i Messapi non era proprio in buoni rapporti, fino almeno a Capo S. Vito per traghettare sulle navi ateniesi? Per via mare entrando in profondità nelle acque controllate da Taranto? E Taranto avrebbe mai consentito che un gruppo armato di nemici attraversasse impunemente l’area di sua esclusiva competenza? Molto difficile, a mio parere.
Inoltre gli Ateniesi rinnovarono un antico patto di alleanza col re messapico Artas, quindi ci dovettero essere degli incontri diplomatici, almeno a livello di ambasciatori. In territorio tarantino, ostile tanto ad Ateniesi quanto a Messapi? Difficile, molto difficile, sempre a parer mio.
Allora forse le isole Cheradi presso cui sostò la flotta ateniese non erano le nostre, ma altre isole in territorio messapico, dove tutto sarebbe stato più facile, dall’imbarco delle truppe ausiliarie all’incontro con Artas. E viene quindi da pensare ad altre isolette più a sud lungo la costa ionico-salentina, e le uniche sono quelle davanti a Gallipoli o quelle davanti a Porto Cesareo.
Gallipoli, antica Anxa, era allora il terminale portuale della importante città messapica conosciuta come Alezio (Alytia): davanti a Gallipoli ci sono tre isole, S. Andrea, l’isolotto Del Campo e l’isola su cui sorge attualmente il centro storico della città, oggi unita alla terraferma da un ponte.
Davanti a Porto Cesareo ci sono invece più isolotti e scogli (isola dei Conigli, isola della Malva, isola della Testa ecc.) e in antico nell’entroterra di Porto Cesareo c’erano le potenti città messapiche di Mandonion (Manduria) e Nerito (Nardò) che controllavano la costa e gli approdi. Insomma località ideali per rifornirsi di acqua e cibo in territorio non ostile e incontrare in amicizia l’antico alleato Artas, lontano dalle acque tarantine.
Occorre inoltre considerare che a quei tempi il livello del mare lungo la costa salentina fino a Taranto era più basso di almeno m. 1,50-2, come dimostrano tanti scavi archeologici subacquei eseguiti dall’Università del Salento: quindi tutte queste isolette dovevano essere abbastanza più estese. Allora, a mio parere, nel 413 a. C. la flotta di Ateniesi e alleati sostò proprio in uno di questi due luoghi, presso isole che i Greci chiamavano genericamente Cheradi, come tante altre.
E mo che facciamo? Ormai è passato tanto tempo, l’errore è di vecchia data. Teniamoci le nostre buone e care Cheradi e facciamo finta di non sapere, neanche che fossero maiale.

di Mario Lazzarini

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