Panarelli e la sfida sulla panchina rossoblu: “Sogno il Taranto fra i professionisti”

 

"I sei punti dal Picerno? Non è margine irrecuperabile, ma dobbiamo crederci e lavorare duramente"
pubblicato il 31 Dicembre 2018, 09:09
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A soli 42 anni e con appena due stagioni da allenatore alle spalle, Luigi Panarelli, tecnico del Taranto e tarantino purosangue, è riuscito nel volgere di un girone di andata a dissolvere in gran parte lo scetticismo che lo avvolgeva allorquando un giorno di fine agosto gli è stata affidata la panchina della squadra della sua città (sostituendo il deposto Cazzarò) ma soprattutto è stato in grado di far passare quasi in secondo piano, grazie al bel gioco espresso ed alla personalità mostrata sinora, il fatto che il Taranto a metà stagione è terzo in classifica a sei punti di distanza dal sorprendente Picerno, espressione calcistica di un paesino del potentino lontano anni luce dal blasone di una piazza come quella del capoluogo jonico.
“Sono orgoglioso di aver fatto ricredere la maggioranza degli scettici. A Taranto purtroppo si vive di pregiudizi, si è sempre sotto una lente di ingrandimento ma ritengo che la diffidenza con la quale sono stato accolto fosse anche comprensibile. A questo punto devo ringraziare il presidente Giove che ha avuto un gran coraggio a puntare su di me”, attacca Panarelli con il quale abbiamo fatto una chiacchierata di fine anno su quello che è il suo presente e su quello che sarà il suo futuro, volgendo uno sguardo indietro al suo passato di calciatore (ha vestito, tra le altre, maglie importanti come quelle di Napoli e Torino in serie A, ma anche quella della Florentia Viola, leggasi Fiorentina, nella cavalcata vincente in serie C/2, oltre a quella del Taranto in più fasi della sua carriera).
Panarelli, lo sai che ti sei preso una bella responsabilità ad allenare la squadra della tua città reduce da anni di depressione calcistica?
“Ne sono consapevole e so anche che in tanti hanno storto il naso quando ho accettato di sedere su questa panchina. Sentivo dirmi che sono troppo giovane che non ho esperienza; ma l’età e l’esperienza alcune volte possono contare, altre no. Io posso contare sull’esperienza che ho fatto da calciatore, sugli errori commessi da atleta che non rifarò da allenatore. Credo di aver presentato, sinora, ai nostri tifosi, una squadra che gioca un buon calcio e che in campo da sempre tutto. Io penso di avere le spalle larghe per poter condurre questa esperienza con serietà e professionalità”.
Di allenatori importanti in carriera ne hai avuti tanti, basti fare i nomi di Mazzone, Ulivieri Galeone, Simoni e Mondonico. A chi ti ispiri?
“Ho cercato di prendere qualcosa di buono da ognuno dei grandi allenatori coi quali ho avuto modo di confrontarmi nella mia carriera di calciatore; ho fatto un puzzle, mi sono creato un modello ideale ma non ho voluto copiare niente da nessuno cercando, invece, di personalizzare il mio modo di essere allenatore. Certo se devo fare un nome, uno come Mazzone non potrò mai dimenticarlo, mi ha fatto esordire in Serie A: lui è un grande nella gestione dello spogliatoio, nel motivare i suoi ragazzi, un maestro da questo punto di vista”.
A proposito di spogliatoio, qual è il modo migliore per poterlo avere in pugno?
“Tutte le volte che ho vinto da calciatore il segreto per ottenere risultati è stato mettere delle regole, applicarle e farle rispettare. Se assieme a te hai persone intelligenti non c’è bisogno nemmeno di parlare, al contrario se ci sono persone refrattarie alle regole basta ricordargliele. E’ chiaro che l’allenatore deve essere da esempio al gruppo altrimenti le regole prima o poi saltano, deve essere il primo ad arrivare al campo e l’ultimo ad uscirne. Per raggiungere degli obbiettivi il punto di forza è uno spogliatoio coeso, un gruppo unito che quando ci sono dei diverbi lava i panni sporchi in famiglia senza che nessuno riporti all’esterno quanto accade dentro. Io voglio riportare Taranto alla normalità dopo questi anni confusi, voglio alzare l’asticella, portare serietà e professionalità attraverso i fatti e non le parole, creare uno staff di persone che siano dei professionisti affidabili e non persone prestate al calcio, non dei dopolavoristi”.
In questi mesi hai predicato la cultura del lavoro, hai parlato di cura dei particolari, ricordando un certo Conte, è questo il metodo giusto per raggiungere i risultati?
“Farò di tutto per raggiungere il mio obiettivo, lavorando tanto e se necessario anche la notte, come qualche volta già è accaduto, stando al campo se necessario 12-13 ore. Ci metterò tutto me stesso in questa esperienza sulla panchina del Taranto, alla fine tireremo le somme. Se non ci riuscirò almeno potrò dire di averci provato e potrò dire di non dover recriminare su nulla avendo dato tutto dal punto di vista dell’impegno e della competenza. Però accanto a me voglio gente leale, corretta e professionale; con me si lavora per il gruppo e non per se stessi. Io devo ragionare con la testa e non con il cuore e pertanto devo pensare solo al bene della squadra e le scelte che faccio sono dettate dal mio modo di intendere il calcio. Non ho timore a mettere fuori squadra nessuno, a mandare in panchina o in tribuna nessuno perché prima di tutto, ripeto, viene l’interesse della squadra. I risultati si sono visti, oggi tutti riconoscono che il mio Taranto gioca bene, nessuna avversario ci ha messo sotto”.
Parliamo del girone di andata, il Taranto non è primo solo perché è stato sfortunato, perchè ha peccato in alcune gare di scarsa precisione sotto porta, perché gli manca un attaccante d’area di rigore o c’è dell’altro?
“Le argomentazioni che mi hai rivolto possono essere valide ma non voglio parlare né di sfortuna, né di altro; mi prendo le mie responsabilità. Evidentemente per essere primo con la mia squadra dovevo fare di più, non è bastato l’impegno che tutti ci abbiamo messo. Quindi ora per recuperare i punti di distacco dalla vetta dobbiamo lavorare di più, fare di più in campo. Faccio un esempio: se per segnare un gol non bastano venti azioni d’attacco, vuol dire che dovremo farne trenta”.
Che tipo di errori ritieni di aver commesso nel girone di andata? A me ne viene in mente uno: la doppia sostituzione fatta prematuramente ad Altamura (al quinto del secondo tempo) con il Taranto in vantaggio che arretrò paurosamente il proprio baricentro finendo per subire il pareggio.
“Se io vado ad analizzare ogni gara posso rimproverarmi solo il secondo tempo della partita di Nardò dove probabilmente avrei dovuto sostenere di più la squadra dal punto di vista motivazionale specie dopo che avevamo sbagliato il rigore che avrebbe probabilmente chiuso la partita. Per quanto riguarda Altamura io ritengo di aver fatto la cosa giusta in quel momento della partita. Perché solo un allenatore, che conosce bene il gruppo, e le caratteristiche dei giocatori, cerca di fare le scelte giuste nel momento in cui vanno effettuate. In quel frangente misi fuori Oggiano, dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo, perchè non mi faceva la fase di ripiegamento lasciandomi scoperto quindici metri di campo in fase difensiva. Ricordo che l’Oggiano di allora non è quello di adesso, voi vedete i gol che ha fatto nelle ultime gare, io invece sottolineo il gran lavoro di ripiegamento che ha cominciato a fare. Ho dovuto fare su di lui un lavoro tattico ed ora i risultati si vedono. Lo stesso tipo di lavoro che sto facendo con D’Agostino e che farò con il nuovo acquisto Esposito, ossia con quel tipo di giocatori che hanno importanti caratteristiche tecniche ma che per essere complemetari al sistema di gioco vanno un po’ educati dal punto di vista tattico. Io ad Altamura volevo vincere ma non volevo nemmeno perdere. Non mi si può dare del difensivista quando con il Picerno, ad esempio, ho giocato con cinque giocatori offensivi disponendo la squadra con il 3-2-1-4. Io non sono rigorosamente legato a un sistema di gioco, cerco di far giocare la squadra nel migliore dei modi, in base ai giocatori che ho. Ho ereditato una rosa e sto cercando di farla rendere nel migliore dei modi secondo quella che è la mia idea di calcio. Ecco perché in questo mercato sono andati via dei giocatori che non erano complementari al mio sistema di gioco”.
Il Picerno è rimontabile in classifica?
“Il campionato è lungo, ci sono tante partite da giocare e tanti punti in palio. Il Picerno ora è primo con merito ma, come già detto dopo averli incontrati, se questa è la squadra prima in classifica allora noi ci crediamo, recuperare sei punti non è un’impresa impossibile a patto che tutti uniti miriamo verso un unico obiettivo. Il Picerno nelle ultime tre gare ha fatto sette punti, un pareggio con noi e tutti sapete che partita è stata, una vittoria meritata con il Cerignola ed una più sofferta con il Bitonto. Io ci credo, la squadra anche e faremo tutto il possibile per far si che si raggiunga l’obiettivo. Fornendo prestazioni di livello aumentano le percentuali di poter vincere una partita. Ai miei ragazzi dico sempre sudiamo la maglia per tutta la partita, mostrate senso di appartenenza a questo club e vedrete che prenderemo solo applausi; certo è ovvio che alla fine contano solo i punti, ecco perché a volte ho detto che in certe circostanze mi aspetto una squadra più ignorante calcisticamente nel senso anche di essere più calati nella categoria che è fatta anche di partite sudate, di campi impraticabili, di occasioni da sfruttare con cinismo”.
Il pubblico di Taranto è particolarmente esigente anche perché sono anni che soffre per i mancati risultati della squadra del cuore. Come pensi di far tornare il maggior numero di tifosi possibile allo stadio?
“Il tifoso tarantino è particolare, sta a noi riportare la gente allo ‘Iacovone’, fornendo prestazioni che non lascino adito a critiche sull’impegno. Io credo che comunque ci sia stata una dimostrazione di maturità da parte dei nostri tifosi; gli applausi dopo il derby perso in casa con l’Andria è stato un grande segnale di maturità da parte loro, che io ho molto apprezzato”.
Facciamo un passo indietro. Qual è il tuo più bel ricordo da calciatore?
“L’esordio in serie A a Bologna con la maglia del Napoli e la finale di Coppa Italia giocata con la maglia del Torino, anche se poi persa, contro il Vicenza; tra l’altro di fronte a me, in quell’occasione, avevo come avversario di fascia un altro tarantino come me: Gilberto D’Ignazio”.
Quali sono i giocatori più forti che hai visto giocare davanti a te?
“Ho visto giocare davvero tanti campioni, quelli che mi vengono subito in mente sono Ronaldo, Del Piero e Maldini: semplicemente mostruosi. A me, però, piace ricordarne un altro, un ragazzo umile che con grandi sacrifici e abnegazione, pur non essendo un mostro di tecnica, è riuscito a rimanere nel calcio ad alti livelli e mi riferisco al difensore della Juventus Birindelli; non si resta così tanti anni alla Juve per caso, solo chi ha grandi valori morali ci riesce.”
A Napoli hai giocato con Allegri, attuale tecnico della Juventus, che era a fine carriera. Ci avresti mai scommesso che sarebbe diventato un allenatore di successo?
“Era un bravo allenatore ed un bravo ragazzo, era un tipo diciamo sbarazzino come me. Tutto potevo immaginare tranne che sarebbe diventato allenatore e come lui anche Simone Inzaghi. Se mi avessero detto che Allegri avrebbe vinto tanti scudetti consecutivamente con la Juventus lo avrei preso per pazzo. Eppure ha fatto bene ovunque abbia allenato, non solo alla Juve. Questo significa che non bisogna avere pregiudizi su nessuno, che tutti hanno diritto ad avere una opportunità per dimostrare il proprio valore. Anche io rivendico questo diritto.”
Si dice in giro che avresti potuto avere un altro tipo di carriera da calciatore. Cosa pensi a riguardo?
“Forse potevo avere di più dalla mia carriera di calciatore, ho avuto la possibilità di misurarmi con il grande calcio ma evidentemente non ho sfruttato al meglio le occasioni avute. Ho fatto delle cazzate, ho voluto vivere la mia età da ragazzo che spesso non coincideva con certe regole del calciatore ma posso dire di non aver fatto del male a nessuno ma solo a me stesso. Ero incosciente delle opportunità che avevo avuto ma ho voluto vivere la mia vita di ragazzo. Ecco da allenatore, mi sono detto, che non commetterò più gli errori commessi da calciatore”.
Qual è il tuo sogno di allenatore?
“Voglio riportare il Taranto, da tarantino, nei professionisti. E’ il mio desiderio più grande per il soddisfacimento del quale lavorerò duramente giorno e notte”.
Buon 2019 a tutti.

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