“Taranto sia laboratorio di ecologia integrale”

 

Così il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, nel suo discorso al Siderurgico, a cinquant’anni dalla storica visita di Paolo VI.
pubblicato il 23 Dicembre 2018, 23:48
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Quella di oggi potrebbe sembrare una semplice commemorazione. Per certi versi, un atto dovuto. Ricordare, cinquant’anni dopo, la storica visita di Paolo VI al Centro Siderurgico di Taranto, dove il Pontefice celebrò la Messa nella notte di Natale. Però, per capire appieno tanto questo 23 dicembre quanto quel 25 dicembre del 1968, bisogna distogliersi un attimo dal clima un po’ ingessato di queste grandi occasioni. Perché, allora come oggi, il vero centro era un conflitto, profondo, lacerante, all’interno della società e delle vite dei singoli uomini. La contestazione, allora; un mondo che cambiava e pareva sfaldarsi. Rileggendo oggi le parole pronunciate dal Papa nell’omelia di quella notte (chi lo volesse fare può trovarle qui) si percepisce l’angoscia di quella frattura, scandita da numerose interrogative, per tutta la durata del discorso, fino all’ultima, ripresa nella cerimonia di oggi da un operaio, Orazio Gallo: «trovate strano, allora, trovate anacronista, trovate nemico il messaggio del Vangelo qui dentro?»

Oggi, non che quei contrasti si siano del tutto ricomposti, il centro del conflitto è un altro, che tutti ben conosciamo. E a dire il vero le parole forti, sebbene un po’ attenuate dai toni solenni di questa ricorrenza, sono arrivate. Peraltro, non erano nuove. Infatti il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, nell’incontro con i lavoratori, le autorità e la stampa presso lo stabilimento ArcelorMittal (eh, già, dovremo abituarci a chiamarlo così) ha richiamato un brano della lettera enciclica “Laudato sì”, di Papa Francesco: «Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo». Parole che, calate nello specifico del contesto odierno di Taranto, assumono un significato molto preciso, come ha poi precisato il cardinale Parolin: «La sicurezza degli uomini che lavorano, la loro salute e quella di coloro che vivono attorno a questo colosso dell’ingegno e dell’industria umana è una priorità, che non può passare in secondo piano rispetto alle pur legittime esigenze economiche». Un appello che si è poi diretto esplicitamente alla nuova proprietà (rappresentata dall’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl), affinchè si adoperi «perché i più avanzati frutti del progresso scientifico e tecnologico vengano applicati senza indugio anche a questa grande fabbrica. Questo per assicurare la salvaguardia della salute di tutti, mediante una più spiccata attenzione alle conseguenze ambientali dell’attività economica». E d’altro canto il Segretario di Stato non ha mancato di sottolineare come proprio a Taranto, nel 1989, Giovanni Paolo II avesse parlato addirittura di «uno sviluppo industriale dissennato» che rischiava (oggi lo sappiamo ancora meglio) di mettere in secondo piano la tutela dell’ambiente. «In questi anni – ha proseguito il cardinale Parolin – il territorio ha pagato, in effetti, uno scotto di non poco conto».

Cosa verrà fuori da questo momento di crisi, lo scopriremo con il tempo. Nel frattempo, però, facciamo nostre queste parole conclusive dell’intervento del cardinale Parolin (che dopo la visita allo stabilimento ha celebrato la Messa presso la Concattedrale): «Il mio auspicio, quindi, è che Taranto diventi un laboratorio di quella ecologia integrale che intende guardare al mondo nel modo più adeguato, dove la dimensione della sostenibilità economica dell’impresa non soverchi quella sociale e non vada a detrimento di quella ambientale».

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