Taranto, dove vogliamo andare?

 

Le riflessioni di Confcommercio dopo la classifica sulla 'Qualità della vita' de Il Sole 24 Ore
pubblicato il 19 Dicembre 2018, 14:18
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Se gli indicatori utilizzati sono solo quelli del dinamismo economico, ci sta tutta che Milano quest’anno detenga il primato del Report de Il Sole 24Ore, ma obiettivamente c’è da chiedersi cosa si intenda per ‘qualità della vita’. E ce lo dobbiamo chiedere proprio noi di Taranto che siamo appena tre gradini sopra l’ultimo posto della classifica, nel girone dell’Italia povera. A spronare sulla riflessione è, attraverso una nota, Confcommercio Taranto.
Sono infatti per lo più città del Mezzogiorno (notoriamente penalizzate dalla carenza di servizi e infrastrutture) quelle dei piani bassi della classifica; ed è proprio negli indicatori economici che Taranto si distingue al peggio: ‘Ricchezza e i Consumi’ 101 su 107, e peggio ancora per ‘Affari e lavoro’, dove è ultima.
Ora però le cose cambieranno, sono stati i primi commenti a caldo, si attende che l’arrivo degli investitori indiani e turchi favorisca il rilancio dell’economia. Ci sarebbero già i primi segnali di ripresa economica, e forse nella classifica del prossimo anno Taranto recupererà qualche posizione. Certo, poi ci sono i problemi legati alle infrastrutture (treni, aeroporto, strade, etc), all’università, agli ospedali, all’inquinamento. Ma che vogliamo, siamo e restiamo una città del Mezzogiorno. Il CIS ci darà una mano, ma con i suoi tempi e modi. Forse!, chiosa Confcommercio.

Ciò detto, cambiamo discorso. Le classifiche – purché siamo fatte bene e tengano conto di tutto, compreso delle scelte che vengono fatte altrove e che vengono calate dall’alto – suggeriscono qualche riflessione a latere.

Ammesso che il nuovo corso del porto e dell’Ilva si rivelino determinanti, non sarà mai il vero cambiamento per Taranto che continuerà ad accontentarsi di risalire qualche gradino nel report confindustriale senza che però nulla cambi veramente per garantire cioè una reale ‘qualità della vita’ ai suoi abitanti, dove per ‘qualità’ e ‘vita’ si intenda una economia come si dice oggi, sostenibile, che dia benessere diffuso ai suoi cittadini, a tutti i suoi cittadini. Una economia che metta in equilibrio salute, lavoro e sviluppo.
E’ dal 2012 che ci parliamo addosso, e ci riempiamo le orecchie di parole come ‘cambiamento’, ‘svolta’, ‘rigenerazione’, ‘sviluppo sostenibile’. Cambiare tutto perché nulla cambi, il gattopardismo trionfa ancora e il peggio potrebbe ancora arrivare. In questi giorni abbiamo sentito cose e dichiarazioni, osservato strette di mano che riportano al passato.
Il cambiamento non è questo, sostiene Confcommercio: “Dobbiamo imboccare la strada dell’autonomia e dell’emancipazione dai grandi colossi industriali che hanno condizionato lo sviluppo del territorio. Dobbiamo porre le condizioni perché le risorse del territorio (il mare, le zone protette, l’agricoltura, i beni culturali) diventino reali motori di sviluppo economico sostenibile, attraverso una seria pianificazione strategica che coinvolta tutti gli attori del territorio in una riflessione sul futuro e sui percorsi da attivare e le azioni da avviare per il raggiungimento degli obiettivi nel breve e medio-lungo termine. Abbiamo dei punti di forza – e quel 30. posto per l’indicatore del turismo (e della permanenza nelle strutture alberghiere) lo conferma – che attendono di essere valorizzati, messi a sistema. Se Taranto non fosse in qualche modo una città attrattiva, i turisti non sceglierebbero di fermarvisi. Questo però non può bastare, è necessario programmare la transizione ambientale, economica e sociale della città, sino ad oggi dell’acciaio, verso una terziarizzazione che favorisca la nascita della nuova Taranto, emancipata dalla connotazione industriale e la rilanci in un contesto territoriale più ampio che abbracci il territorio provinciale”.

Il vero cambiamento infine “deve avvenire nelle nostre teste, nella capacità di essere autonomi e di avere il coraggio di percorrere nuove strade. Dobbiamo recuperare il senso dell’identità che abbiamo perso, o che forse non abbiamo mai veramente avuto (fuorché durante la Settimana Santa), e imparare a difendere il nostro, a indignarci e a non voltarci sempre dall’altra parte quando le cose non intaccano i nostri interessi; imparare a non attribuire ad altri le responsabilità dei nostri mali, imparare ad essere dignitosi, a non accontentarci delle briciole. Una città come Taranto può essere attrattiva o addirittura bella (e la nostra città in tal senso ha tanto da dare) ma la vivibilità, la ‘qualità della vita’ è un’altra cosa, che non ha a che fare né con il romanticismo dei tramonti nelle sere di estate, ma neppure con il buen retorno dell’economia dell’acciaio e del greggio. La qualità della vita è quando il benessere sociale e economico sono in equilibrio. Allora, chiediamoci dove vogliamo andare”.

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