Nullità ed annullabilità del contratto

 

La differenza non è tanto sottile come, a prima vista, potrebbe sembrare
pubblicato il 16 Dicembre 2018, 12:43
12 mins

L’argomento di questa settimana è ampissimo perché riguarda il contratto, una figura giuridica nella quale ci imbattiamo quotidianamente magari senza rendercene conto.
Contratto è anche quello che stipuliamo la mattina al bar quando facciamo colazione: ti pago, mi prepari il caffè (sperando che non sia bruciato…). I “padri latini” avevano un motto meraviglioso: pacta sunt servanda ovvero, i contratti, una volta approvati da entrambe le parti (in generale, sia che ciò sia avvenuto per iscritto che verbalmente) devono essere rispettati.
Eccezione a questa regola è il caso in cui il contratto, per qualsiasi ragione, sia nullo o annullabile.
Erroneamente, nel lessico comune, i termini “nullità” e “annullabilità” vengano usati come sinonimi. Nel primo caso, è corretto dire che il giudice “dichiara la nullità del contratto”, mentre nel secondo bisogna più propriamente dire che “il giudice annulla il contratto”. La differenza non è tanto sottile come, a prima vista, potrebbe sembrare.
Infatti:
– la nullità è un vizio talmente grave che si verifica immediatamente, a prescindere dall’intervento del giudice. Quest’ultimo, quindi, non fa che accertare un dato di fatto già realizzatosi. Ecco perché si dice che il giudice “dichiara” la nullità del contratto: egli, cioè, ne prende semplicemente atto;
– l’annullabilità invece ricorre in presenza di vizi meno gravi e, quindi, scatta solo se un soggetto ricorre al giudice e gli chiede di annullare il vincolo. L’annullabilità, quindi, non opera automaticamente, ma solo dopo l’intervento del giudice e solo grazie a questo. Senza la sentenza che annulla il contratto, l’accordo resta valido, nonostante i vizi.
La conseguenza è che se in presenza di vizi di nullità, il cittadino chiede al giudice di “dichiarare la nullità” del contratto; nel caso di vizi di annullabilità, il cittadino chiede al giudice di “annullare il contratto”.
A questo punto, scendendo nei dettagli, cerchiamo di comprendere quando il contratto è nullo e quando invece è annullabile.
La nullità è una forma talmente grave di invalidità da non consentire al contratto di produrre alcun effetto e se le parti lo hanno adempiuto possono chiedere la restituzione delle prestazioni già rese alla controparte in quanto il vincolo non doveva essere rispettato.
Il contratto è nullo:
– se è contrario a norme imperative: si pensi a un contratto di vendita di un occhio, contrario alle norme del codice civile che vietano atti di disposizione del proprio corpo; o ancora a un contratto di vendita dei diritti di paternità di un’opera, contrario al diritto d’autore che consente solo la vendita dei diritti di sfruttamento economico; o ancora al lavoratore che rinunci al proprio diritto alle ferie, che invece non può essere oggetto di privazione per costituzione;
– se manca uno dei suoi requisiti essenziali e cioè l’accordo, la causa, l’oggetto, la forma solo quando la legge richiede inderogabilmente la forma scritta;
– se la causa è illecita o contraria al buon costume ;
– se l’oggetto è illecito, impossibile, indeterminato o indeterminabile.
Se il contratto è nullo le parti non sono vincolate al suo rispetto e quindi se la prestazione non è ancora stata eseguita, non si è tenuti a farlo; se invece è stata già eseguita, si ha diritto diritto a chiederne la restituzione e se la controparte non adempie, si può ricorrere al giudice affinché “dichiari la nullità del contratto” e “condanni la controparte” a restituire quello che ha ottenuto senza averne diritto.
Quanto alla prescrizione, nel caso di nullità poiché, come detto, si tratta di un vizio talmente grave che opera automaticamente, e quindi si verifica subito, a prescindere dall’intervento del giudice, si può agire senza limiti di tempo. Ciò significa che l’azione per l’accertamento della nullità del contratto non è soggetta a prescrizione.
Peraltro, la nullità è insanabile, per cui il contratto nullo non può essere mai convalidato. Le parti dovrebbero stipulare un nuovo contratto per poter far verificare quegli effetti giuridici inizialmente voluti.
È opportuno segnalare, però, che se è vero che un contratto di vendita di un immobile fatto con scrittura privata non notarile è nullo, bisogna stare attenti che, se decorrono comunque 10 anni, si verifica l’usucapione e, allora, anche se l’azione di nullità è imprescrittibile, sarà impossibile ottenere indietro il bene. Si applica, in questi casi, la cosiddetta usucapione breve perché, oltre ad esserci il possesso, c’è la buona fede e un titolo (un contratto) astrattamente idoneo al passaggio della proprietà.
Poiché il contratto è “sacro”, la legge tende, fino a quando è possibile, a favorirne la conservazione. Per tale ragione il codice civile stabilisce che la nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole non comporta la nullità dell’intero contratto, a meno che non risulti che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto, colpita da nullità.
Eccezionalmente le clausole nulle del contratto vengono sostituite automaticamente dalle previsioni di legge imperative e inderogabili, sicché la clausola nulla non rende invalido il contratto intero.
Quando si pensa al contratto, sbagliando, si immagina che con il termine contratto si indica solo quello che è un accordo scritto. Non è così. Se le parti decidono di redigere una scrittura privata lo fanno soprattutto per poter meglio regolare i loro accordi nel tempo, in modo che non vi siano equivoci sul relativo contenuto. Ciò significa che nell’ipotesi in cui la scrittura privata dovesse andare smarrita o presentare dei vizi – come nel caso di assenza di firma – non perciò l’accordo tra le parti, e quindi il contratto, sarebbe nullo. Bisognerà però dimostrare gli obblighi reciproci in altro modo. Così, se una persona dovesse acquistare un mobile senza firmare il contratto o l’ordine, ma poi risulta (magari tramite testimoni) che l’arredo è stato montato presso il suo indirizzo, il contratto sarebbe ugualmente valido. Si tratterebbe infatti di un contratto orale e non scritto. La necessità delle firme scatta solo per i contratti che, per legge, devono essere necessariamente redatti per iscritto come, ad esempio, gli acquisti immobiliari.
Venendo ora all’annullabilità, diciamo subito che è una forma di invalidità meno grave; per cui il contratto produce ugualmente i suoi effetti, finché una delle due parti non si rivolge al giudice per farlo annullare (sentenza di annullamento). Questa richiesta può essere fatta solo entro 5 anni dalla conclusione del contratto o dalla scoperta della causa di nullità (a differenza dell’azione di nullità che non conosce termini massimi).
Ecco quindi spiegata ancor meglio la differenza tra nullità e annullabilità.
Segnaliamo che vi sono casi in cui l’ordinamento non ritiene di dover imporre d’autorità la nullità del contratto e lascia alla parte lesa decidere se e quando attivarsi per ottenere tale tutela. Così ben potrebbe essere che un contratto, stipulato con un incapace o una persona non munita di poteri, si sia poi rivelato a quest’ultimo favorevole e, pertanto, non venga mai chiesta la nullità.
Tornando alle differenze tra nullità e annullabilità segnaliamo che il contratto annullabile perde efficacia solo se la parte che ne ha diritto chiede e ottiene l’annullamento; il contratto nullo, invece, è privo di efficacia sin dalla nascita.
Il contratto può essere annullato nei seguenti casi:
– per incapacità di agire di una delle parti; per vizio del consenso di una delle parti, che si verifica quando quest’ultima sia caduta in errore; il consenso le sia stato estorto con violenza fisica, psicologica o morale; il consenso le sia stato carpito con dolo ossia con un raggiro.
Eh sì, il dolo. Dunque, il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati da uno dei contraenti sono stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe concluso il contratto. Ciò significa che il raggiro, per consentire la richiesta di annullamento al giudice, deve essere determinante per la formazione del consenso e la conclusione del contratto. Il dolo non deve necessariamente consistere in un comportamento attivo del venditore (si pensi al commerciante che sostituisca l’etichetta di un abito facendolo apparire come firmato da una nota marca di abbigliamento quando invece non lo è). Potrebbe anche consistere in una condotta omissiva, ossia consistente nell’omettere di comunicare, o nel nascondere, o nel tacere all’altra parte, informazioni determinanti per la conclusione del contratto. Per esempio: l’imprenditore che è sull’orlo del fallimento ma omette di comunicarlo al fornitore, il quale continua a inviargli la merce da vendere, pur non potendola pagare. Il dolo può essere lecito quando consiste nelle classiche e convenzionali vanterie del venditore sulla propria merce (cosiddetto dolus bonus).
Il provvedimento emesso dall’Autorità giudiziaria che annulla il contratto ha effetto retroattivo tra le parti: ciò significa che il contratto annullato perde i propri effetti sin dall’origine e la parte che ha reso la prestazione – come nel caso della nullità – ha diritto a ottenerla indietro.
L’azione di annullamento si prescrive in cinque anni che, generalmente decorrono dal momento in cui il contratto è stato concluso.

avv. Massimiliano Madio
[email protected]
www.studiolegalemadio.it

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