Amazzonia, polmone malato

 

La sua deforestazione non interessa solo il Brasile ma il futuro della Terra
pubblicato il 07 dicembre 2018, 10:37
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Il polmone della Terra lo conosco bene, l’Amazzonia è malata. Ho avuto modo di esplorarla in molte spedizioni, ho disceso il fiume più grande – il Rio delle Amazzoni – e ho anche localizzato per il primo le vere sorgenti nelle Ande peruviane nel 1979. Ho incontrato centinaia di indios, ho visto migliaia di animali e tanta vegetazione nel bacino amazzonico, ho documentato tutto in un reportage per la Rai e per conferenze.
È passato tanto tempo, negli anni è cambiato il clima, una parte dell’ecosistema è scomparso. In questi giorni in Polonia si parla di nuovo del clima che cambia e la natura si deforma, in realtà molti sono interessati alle parole e pochi ai fatti, l’ecologista è diventato un mestiere e quindi si parla sempre di soldi, i governi si accusano a vicenda mentre la foresta muore. A complicare le cose il nuovo presidente del Brasile ha promesso delle leggi che allontanano le iniziative di tutela, si continua a tagliare alberi, migliaia di specie scompaiono, e le multinazionali continuano liberamente a fare affari: questa è la realtà.

Un area scomparsa, equivalente di un milione di campi di calcio in meno di un anno. E’ il tristissimo bilancio sullo stato di salute dell’Amazzonia, la cui foresta pluviale non trova pace: cifre ufficiali del governo brasiliano indicano un aumento della deforestazioni pari al 13,7% dall’agosto 2017 a luglio 2018, il peggior indice di sempre in dieci anni. Immagini satellitari parlano chiaro: in un anno sono scomparsi quasi 8000 chilometri quadrati di foresta amazzonica a causa soprattutto della criminalità organizzata che agisce nel disboscamento illegale dell’Amazzonia distruggendo le ricchezze naturali del paese. Se continua così la foresta amazzonica brasiliana arriverà un punto di non ritorno.
L’idea è quella di convertire alcune aree della foresta in zone agricole e fattorie di soia, oltre che ipotizzare un sostanziale indebolimento economico delle agenzie ambientali, viste più come un ostacolo alla crescita che come un baluardo a protezione della foresta.
Tutto ciò, tenendo conto che il Brasile contiene circa il 60% della foresta pluviale amazzonica, preoccupa non solo ambientalisti, difensori della biodiversità e dei popoli indigeni, ma anche gli esperti di clima.  L’Amazzonia è infatti un’area fondamentale, per l’intero pianeta, grazie al lavoro dei suoi alberi e in quanto “generatore di pioggia”.
Basti pensare che da sola l’Amazzonia assorbe infatti fino a 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno e rilascia il 20% dell’ossigeno della Terra, motivo per cui si è guadagnata il soprannome di “polmone verde del pianeta”. Miliardi di alberi che succhiano acqua dal terreno grazie alle radici e le portano fino alle foglie, il vapore acqueo rilasciato che forma la nebbia sopra le chiome, la nebbia che sale fino alle nuvole che regolano il ciclo delle stagioni in Sud America e altrove, attraverso un equilibrato sistema. Il mix letale di deforestazione e mancanza di protezione, secondo lo scienziato, spingerà infatti il grande polmone verso una totale criticità.
Per conoscere meglio le genti, gli animali e la vegetazione aggiungo il reportage che ho realizzato anni fa per la Rai.

 

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