Giampaolo Spagnulo: il Taranto, la serie A e il futuro sempre nel calcio

 

pubblicato il 23 Novembre 2018, 18:31
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Chi meglio dello storico numero uno del Taranto, Gianpaolo Spagnulo (131 presenze nel Taranto tra i prof negli anni dal 1987 al 1991, ma anche una carriera fortunata tra serie A e B con le maglie di Genoa e Pisa), poteva essere interpellato sulla questione portiere, tema caldo in casa rossoblù, dopo le recenti defaillance di Cavalli, il sostituto dell’infortunato Pellegrino. L’errore di domenica scorsa, costato il pareggio casalingo contro la Gelbison, ha costretto il club del presidente Giove a cautelarsi con l’ingaggio del classe 1998, Antonino, proveniente dalla Pro Piacenza. Ecco il pensiero del giaguaro dello Jonio (quello originale era Castellini, ex portiere del Torino e del Napoli a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta) su questa regola degli under che costringe gli allenatori in serie D a gettare nella mischia spesso giocatori impreparati mentalmente a gestire le pressioni di una partita di calcio.
“Mai stato d’accordo con quest’obbligo di far giocare giovani che alla fine mostrano di avere delle lacune da colmare sia dal punto di vista tecnico che caratteriale – esordisce Spagnulo – . Non è così che si fa del bene a questi ragazzi. Ritengo che se una società, che intravede delle potenzialità in giovani calciatori, deve poter farli giocare nei i tempi giusti, senza gettarli allo sbaraglio, senza questa assurda regola che obbliga i club a puntare su ragazzi acerbi, che non sono ancora del tutto pronti a gestire dal punto di vista mentale impegni agonistici in tornei competitivi. Anziché dare loro l’opportunità di mettersi in mostra e fare esperienza, si rischia che la loro carriera finisca ancor prima di esser cominciata. E’ impensabile che una volta arrivati a 21-22 anni poi questi ragazzi siano considerati già “anziani”. Ripeto questa regola dell’under fa più male che bene al calcio perché c’è troppa differenza di valori in campo; il rischio di trovare un under potenzialmente bravo ma che al primo errore viene messo fuori è alto; non si può programmare un campionato sugli under, le incognite sono tante: ti puoi trovare di fronte a una meteora ossia un giocatore che parte bene e si perde, non è più in condizioni di disputare un campionato in una piazza esigente come ad esempio Taranto.”
Gli errori commessi dal secondo portiere del Taranto Cavalli sono tecnici o anche di natura piscologica?
“Entrambe le cose: l’errore tecnico ci può stare e viene ingigantito dal timore di sbagliare perché la tensione ti fa commettere svarioni anche banali; si va con sufficienza su un pallone apparentemente facile e si rischia la figuraccia perché non si è tranquilli; però prima di dare un giudizio definitivo su un portiere occorre vederlo più volte all’opera. Sicuramente sto ragazzo ha commesso degli errori, sicuramente non è pronto ad affrontare una piazza importante come Taranto, però non è giusto dargli addosso, ha appena 18 anni, posso capire come si sente,così come comprendo che la società sia corsa subito ai ripari prendendo un altro portiere. Ma mi domando: di quest’altro ragazzo che è arrivato si conoscono bene le caratteristiche? Può rappresentare una garanzia? Io dico che l’ideale sarebbe puntare su elementi che si hanno in casa, che si conoscono, sui quali è stato impostato un certo lavoro, che si possono far crescere ed inserire piano piano in prima squadra. Mi rendo conto, però, che le società qui a Taranto cambiano ogni due – tre anni e ogni volta si azzerano i quadri tecnici ed è impossibile programmare la crescita di un giovane”.
E’ giusto, in una squadra che mira a vincere il campionato, puntare su un under in porta o sarebbe stato meglio andare sul sicuro con un portiere over?
“Non esiste una regola precisa, dipende dal materiale che hai a disposizione, deve essere bravo l’allenatore a capire come e su chi impostare la squadra. Io francamente non prenderei mai portieri under perché poi si può andare incontro a dei problemi; a meno che non se ne ha disposizione uno di cui si conoscano bene le caratteristiche e che possa garantire un certo rendimento, ma non è semplice. Con gli under in campo il rischio della coperta corta è alto. Devi piazzarli da qualche parte ove il rischio che possano incidere negativamente nell’economia di una stagione possa essere contenuto. Under forti, parliamoci chiaro, in giro ce ne sono pochi. Ripeto non c’è una regola precisa da seguire ma a mio parere se punti a vincere il campionato io in porta non metterei un under o almeno terrei in organico sia un portiere under che uno over, così come in ogni altro settore del campo terrei più alternative under/senior perché nel corso della stagione bisogna avere a disposizione più soluzioni possibili dato che ormai non si gioca più sempre con uno stesso modulo tattico, anzi addirittura nel corso di una sola partita si adottano moduli diversi.”
La scuola italiana dei portieri è ancora una delle migliori al mondo?
“La scuola italiana ha perso molto negli anni, ormai si privilegia di più l’aspetto fisico, la reattività, la potenza muscolare a discapito della tecnica. Inoltre oggi le società, spesso, affidano la preparazione dei portieri a gente che ha sicuramente fatto il corso ma che in molti casi non ha mai giocato a calcio o non lo ha mai fatto ad alti livelli e quindi non è in grado di insegnare la tecnica, i fondamentali. Provocatoriamente posso affermare che ad un portiere oggi basterebbe affiancargli semplicemente un preparatore atletico. Io nella mia carriera di calciatore posso dire di aver avuto il privilegio di essere allenato da un signor preparatore dei portieri che era Sergio Buso; devo tutto a lui, mi ha insegnato tantissimo sotto ogni punto di vista.”
Che pensi del Taranto? Ce la farà a tornare tra i professionisti?
“E’ certamente una squadra attrezzata per fare un campionato di vertice, in organico ci sono giocatori che rappresentano un lusso per la serie D. Panarelli sta facendo un buon lavoro ma se al momento il Taranto non è primo in classifica evidentemente manca qualcosa; sento parlare dell’assenza di un attaccante classico, da area di rigore, in grado di garantire un buon bottino di reti. La squadra rossoblù ha tutte le carte in regola per poter ottenere il suo obiettivo anche perché non vedo una concorrenza così agguerrita: il Picerno è primo ma tutti si domandano se reggerà sino alla fine, il Cerignola ha un organico competitivo ma balbetta. Il Taranto ha dalla sua anche il blasone, quando va in trasferta tutte le avversarie lo temono ma solo con il blasone, solo con i nomi – riferito ai calciatori- non si vincono i campionati. Occorre una seria programmazione tecnica e societaria”.
A proposito di programmazione; quella di una società organizzata parte dalle basi, ossia dai vivai. Da almeno venti anni non emerge nessun tarantino in grado di giocare a determinati livelli; l’ultimo è stato proprio un portiere, Ghigo Gori, ed è un classe ’80. Hai una spiegazione per questo?
“Le società non investono economicamente nei settori giovanili, pensano solo alla prima squadra; poi come accennavo prima a Taranto le società cambiano ogni due tre anni e si azzera ogni volta tutto l’organigramma, non si riesce a fare una programmazione seria su un giovane; programmazione che dovrebbe durare 5-6 anni. Altro discorso è poi la competenza dello staff tecnico; se si pensa di curare un settore giovanile con gente low budget che si accontenta di 200-300 euro al mese, senza grande esperienze alle spalle, che magari svolge un altro lavoro, che non è altamente qualificata, come si pensa di far crescere i nostri ragazzi? Si tira a campare e basta. Servono bravi allenatori, bravi professionisti, serve una programmazione, serve una stabilità societaria; tirar su due- tre ragazzi dal settore giovanile ti sistema i bilanci tra l’altro. Le risorse umane sono fondamentali, a ognuno il suo, ogni tassello al suo posto, solo così si possono ottenere dei risultati”.
A proposito di staff tecnico che ne pensa delle società che rinunciano alla figura del direttore sportivo?
“Premesso che i presidenti, mettendoci i soldi, hanno facoltà di assortire il proprio organigramma come meglio credono, se devo esprimere un parere ti dico che una società non può fare a meno di un direttore sportivo che è una figura fondamentale nella costruzione di una squadra, è il responsabile tecnico e non può surrogarlo né il presidente di turno, né l’allenatore, né il direttore generale. In una società ogni ruolo deve essere ricoperto da gente competente. Qualcuno ricorda risultati sportivi di una certa rilevanza di società che non si sono avvalse della figura di un direttore dell’area tecnica? A me sinceramente non ne viene nessuna in mente.”
Parliamo di ricordi, quelli che fanno luccicare gli occhi ai tifosi, quelli della serie che ne sanno i millenials: qual è il ricordo più bello che hai da calciatore?
“I ricordi più belli sono legati ai miei esordi, in primis quello in serie A con la maglia del Genoa; toccai il cielo con un dito, il sogno di ogni calciatore è quello di arrivare in massima serie. Poi ovviamente l’esordio in serie B con la maglia del Taranto. La mia storia con i colori rossoblù è stata speciale. Io amo questi colori e ho sempre detto che chi difende la porta del Taranto non difende solo la porta di una società di calcio ma la porta di una intera città; ciò per far comprendere quanta responsabilità comporti essere il giocatore con la maglia numero uno della squadra del Taranto. Io ho dato e ricevuto tanto da Taranto e dai tifosi tarantini e di questo ne vado fiero”.
Una curiosità del tifoso più che del giornalista, un ricordo del suo dualismo con un certo Stefano Tacconi in quel di Genova, sponda rossoblù ovviamente.
“Se il mio esordio in serie B possiamo ricondurlo alla buona sorte perché sostituii un collega infortunato (Goletti – ndr) per poi non uscire più dal campo, a Genova diciamo che il posto da titolare inamovibile me lo sono meritato perché, in quel momento, ero più forte di Tacconi. Arrivai che dovevo fargli da secondo ma poi grazie al lavoro quotidiano, al sacrificio e alle mie doti sono riuscito a scalzarlo. Avevamo due caratteri completamente diversi, lui- come più o meno tutti lo hanno conosciuto – era un po’ guascone, io più pacato”.
Per concludere, invece, cosa c’è nel futuro di Spagnulo?
“Nel mio futuro c’è ancora il calcio, attendo l’opportunità giusta (l’ultima esperienza nel 2017 a Modena – ndr). Ritengo, senza peccare di presunzione, di voler prestare attenzione solo nei confronti di offerte che valutino nel modo giusto la mia professionalità. Non credo di dover dimostrare molto, il mio profilo professionale è alto e quindi se devo mettere il mio nome e la mia faccia deve valerne la pena. Sono una persona schietta, che dice le cose in faccia e pertanto sono disposto ad offrire la mia collaborazione solo in contesti dove la professionalità viene apprezzata e pesata e dove vi sia una seria programmazione. Lavorare in un posto tanto per rimanere nel giro, sinceramente non mi interessa.”

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