Ricordo del maestro Enzo Biagi

 

Fu un grande del giornalismo vero e onesto: scomparso lui, finì un'epoca
pubblicato il 04 novembre 2018, 12:55
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Sono passati spassati 11 anni dalla morte di Enzo Biagi, mi pare doveroso ricordarlo soprattutto di avere conosciuto un grande maestro. Al suo funerale a Milano, davanti alla sua bara, riflettei che era finita un’epoca, soprattutto per la libertà e qualità del giornalismo non soltanto nazionale ma globale. Quel giorno di novembre davanti alla bara di legno chiaro in un silenzio dignitoso e rispettoso si sentiva un fruscio di scarpe che avanzavano lentamente di gente di tutte le età. Mentre fuori sul marciapiede alcuni giovani cameramen ridacchiavano cercando di cogliere qualche Vip in procinto di rendere omaggio al grande maestro. Conoscevo Enzo non da molto, ma sapevo che non avrebbe gradito un grande clamore mediatico, scivolai anch’io davanti alla bara e per istinto l’accarezzai come un ultimo saluto. Notai le due figlie Carla e Bice con gli occhi arrossati che ricevevano parole di cordoglio; loro ringraziavano tutti per la partecipazione. Diedi un’ultima occhiata a quel volto sereno e lievemente sorridente, la giacca blu con la cravatta rosso blu, una divisa ottima per andare in onda per l’ultima volta. Mi allontanai pensando alla moglie Lucia, morta a 81 anni; aveva conosciuto il marito ben 62 anni prima ed è stata preziosa nella formazione intellettuale. Biagi era nato il 9 agosto 1920 a Lizzano in Belvedere, un paesino dell’Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna. Di umili origini, il padre lavorava come aiuto magazziniere in uno zuccherificio, mentre la madre era una semplice casalinga. Dotato di un talento innato per la scrittura e per le materie letterarie, a 18 anni iniziò la carriera di giornalismo senza abbandonare gli studi, lavorando come cronista al ‘Resto del Carlino’. Richiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre si aggrega ai gruppi partigiani operanti sul fronte dell’Appennino. Il 21 aprile 1945 entra in Bologna con le truppe alleate. Il suo ingresso in Rai è datato 1961; è stato direttore del Telegiornale, ha scritto su ‘La Stampa’ (di cui fu inviato per una decina d’anni), ‘la Repubblica’, ‘Corriere della Sera’, ‘Panorama’. Proficua inoltre l’attività di scrittore. In RAI realizzò ‘Le inchieste di Enzo Biagi’, nel 1995 dette vita a ‘Il Fatto’, programma giornaliero di cinque minuti su avvenimenti e personaggi italiani, Dopo settecento puntate, Biagi fu al centro di aspre polemiche a causa di una sua presunta faziosità negativa nei confronti dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Dopo cinque anni di silenzio tornò in tv nella primavera del 2007 con il programma ‘RT – Rotocalco Televisivo’.
Dopo il funerale salutai l’amico Loris Mazzetti, col volto molto provato e pensieroso, già pensava al modo di mantenere viva la figura di Enzo Biagi e a quello ha voluto dare nella sua lunga carriera. Loris lo ha fatto per anni scrivendo libri e tenendo conferenze riuscendo nell’intento fino a oggi.
Oggi che ho finito la mia carriera operativa di reporter internazionale per la televisione del servizio pubblico, nel bilancio che mi appresto a fare, penso con nostalgia e rammarico a quanto è lontano il tempo di Biagi, di come è degenerato questo mestiere e capisco ancor di più e apprezzo quell’oasi pulita di informazione nella redazione al quinto piano dell’edificio Rai di corso Sempione a Milano. Enzo Biagi è stato uno spartiacque tra due modi di fare informazione; lo incontrai per la prima volta nel Congo, mentre facevamo delle inchieste, per il Telegiornale Uno, sulla situazione in Africa sull’epidemia di Aids e la sua origine. Al ritorno in Italia, vide il mio reportage in onda su Telegiornale Uno: ricordo che telefonò al Direttore per farmi i complimenti, per me fu una grande soddisfazione che mi diede una spinta ulteriore a migliorare il mio lavoro.
In seguito. grazie a Loris Mazzetti, lo rividi alla guida del programma Rotocalco Televisivo; abitavo già a Taranto da poco, dopo aver girato in lungo e in largo il mondo stavo per ritirarmi nella mia terra per conoscerla meglio e per mettere a posto il grande archivio di filmati e foto. Andavo a Milano in treno una volta alla settimana, alla RAI per montare i servizi sull’Afghanistan, sul nomadismo, un borsone da sub con chili di videocassette sul narcotraffico internazionale, sulle guerre, culture e l’ecologia della terra. Mi ritenevo fortunato di avere al fianco due maestri del giornalismo, ma poi arrivò la malattia di Enzo e il suo tramonto. Per fortuna ho mantenuto i rapporti con Loris il quale ha mantenuto in vita i suoi messaggi tramite i suoi preziosi libri e la documentazione televisiva .

Oggi il giornalismo si trova in una situazione difficile anche a livello internazionale, la politica, internet e la globalizzazione ne stanno accentuando il declino. Allora il pensiero ritorna Enzo Biagi e dico che egli è stato non un giornalista, ma un super uomo, giornalista e difficilmente la sua onestà intellettuale sarà eguagliata. Ora il giornalismo serio è finito, rimane il condizionamento degli ascolti con l’Audtel,della politica, l’invasione della pubblicità con gli sponsor che decidono, di coloro con la mania di protagonismo, della ascesa dell’imborghesimento del giornalismo da poltrona. Continuo a prendere le distanze da tutto questo, evitando l’era della disinformazione e per mettere a disposizione di colleghi, educanti e di quanti, per vari motivi, non hanno potuto viaggiare e vedere come veramente oggi gira il mondo.
Includo un servizio realizzato per la RAI, tratto dalla trasmissione di Enzo Biagi sull’Afghanistan.

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