Quando l’integrazione è realtà

 

Gamal ha 23 anni, immigrato regolare in possesso di permesso di soggiorno, vive a Taranto e lavora come barman
pubblicato il 23 Ottobre 2018, 12:56
17 mins

In un momento in cui in Italia l’argomento immigrazione ha assunto sempre più i connotati di una disputa politica e messo, forse, in secondo piano l’aspetto umanitario, vogliamo raccontare una bella storia senza per questo essere tacciati di perbenismo, perché francamente non ci piacciono gli estremismi a favore o contro una determinata questione. Avvertiamo però, in un clima che percepiamo teso, il bisogno di narrare qualcosa che ci possa far sentire bene ed essere orgogliosi della nostra ospitalità e della riuscita del processo di integrazione nel nostro tessuto sociale di uno dei tanti ragazzi extracomunitari sbarcati negli ultimi anni nel nostro Paese; un Paese lasciato dall’Europa troppo solo a fronteggiare l’emergenza immigrati, come ha dichiarato, di recente, anche Bono Vox – cantante e leader della rockband irlandese, U2 – durante uno dei suoi concerti tenutisi a Milano.
La storia che stiamo per descrivere è quella di un immigrato atipico; atipico perché vi parleremo di un ragazzo che è partito dalla sua patria, l’Egitto, non in quanto perseguitato politico o religioso, non perché cosi povero da non aver nulla da mangiare, ma perché aveva voglia di cambiamento, voglia di conoscere l’Occidente.
Questa storia è la storia di un ragazzo ritrovatosi suo malgrado a compiere il viaggio della speranza verso l’Europa, a vivere lo stesso incubo di migliaia di clandestini giunti in Italia ma con prospettive differenti.
Sidi Ahmed El Ghandor Gamal oggi ha 23 anni, è un immigrato regolare in possesso di valido permesso di soggiorno, vive a Taranto, lavora come barman presso un noto bar vicino il Teatro Orfeo, è mediatore culturale presso una storica Cooperativa Sociale della nostra città e cosa più importante è un ragazzo felice di essere stato accolto in Italia.
Nato a Markaz a circa 300 km dalla rinomata meta turistica egiziana Sharm El Sheik, Gamal è arrivato in Italia quasi sei anni fa (gennaio 2013). Abbiamo diviso il racconto dei suoi ultimi sei anni in paragrafi.


LA VITA IN EGITTO
“Sono andato a scuola prendendomi l’equivalente della vostra terza media poi ho fatto due anni di scuole superiori; al terzo anno, quello del diploma decisi di abbandonare in coincidenza con la morte di mio padre – così esordisce nel suo racconto Gamal –. Volevo lavorare con mio fratello che ha una ditta di pitturazioni di interni; lui però mi faceva lavorare solo d’estate e al momento di ricominciare la scuola voleva che studiassi e basta. Imparato il mestiere, invece, avevo pensato di poter raggiungere mio zio, il fratello di mamma, che è in Francia da oltre 15 anni ed ha anche lui una ditta di pitturazioni e decorazioni di interni. Avevo espresso il desiderio di raggiungerlo per andare a lavorare da lui ma assolutamente sia mio fratello che mia madre mi hanno detto di lasciar perdere questo proposito. Ci sono state anche delle discussioni accese tra di noi”.
LA PREPARAZIONE AL VIAGGIO DI SOLA ANDATA
“Io volevo partire a tutti i costi, avevo già deciso non sapendo che poi mi sarei amaramente pentito di questa scelta. Conoscevo un amico che doveva andare via con un’imbarcazione e raggiungere l’Italia solo come base per poter poi andare in Francia. Ho lasciato casa mia di nascosto, ho preso qualche effetto personale, un po’ di soldi che mio fratello custodiva e mi sono gettato in questa avventura. Essendo inverno, con questo mio amico, abbiamo atteso per una settimana in un albergo di Sharm che le condizioni meteo fossero favorevoli per partire. Non avevo telefono con me, lo avevo lasciato a casa. Quando è giunto il momento ci siamo imbarcati tranquillamente su una grossa barca che solitamente fa il giro turistico di Sharm ma ad un certo punto è cominciato quello che si rivelerà un incubo. Siamo stati minacciati con dei lunghi coltelli e costretti a scendere da questa imbarcazione per andare su una più piccola che nel frattempo in mare aperto era giunta dietro la grande e dove c’erano almeno altre ottanta persone. Se non fossimo scesi ci avrebbero tagliato la testa”.
L’INCUBO SI MATERIALIZZA
”Per otto giorni siamo stati in mare aperto senza mangiare e senza bere con questa barca in balia delle onde che prendeva acqua da tutte le parti; ho vomitato tutto il tempo, mi hanno tolto quei pochi soldi che avevo ed ad un certo punto mi hanno passato un cellulare per chiamare i miei parenti. Se essi non avessero accettato di pagare l’equivalente di settemila euro non avrebbero perso tempo ad ammazzarmi. Ho parlato con mio fratello che subito ha accettato di pagare ed ha portato i soldi all’emissario di Sharm; lui aveva chiesto di farmi riportare indietro e che avrebbe comunque pagato quanto dovuto ma in cambio ha ricevuto solo minacce ed insulti. Quelli che io definisco i nostri sequestratori, una volta saputo che tutti avevano pagato, hanno cominciato a dirigersi verso l’Italia. Non facevo altro che piangere e vomitare, tutti avevamo freddo e non riuscivamo a dormire perché le nostre coperte erano completamente zuppe di acqua di mare ed abbiamo rischiato anche di morire di ipotermia”.

L’ARRIVO IN ITALIA E LA PRIMA FUGA DALLA COMUNITA’
“In Italia siamo arrivati nel Golfo di Taranto in una località di mare che poi mi han detto si chiamava Castellaneta Marina. Ci hanno messo su degli autobus e portato a fare i controlli sanitari, poi io e un altro ragazzo siamo stati portati in una Comunità per minori. Dopo nemmeno un mese di permanenza in Comunità questo ragazzo, che in realtà non era minorenne ma aveva 20 anni, mi ha convinto a fuggire, prendendo da clandestini, un treno per Milano. Aveva promesso di aiutarmi ad andare in Francia. Mi fidavo di lui anche perché pensavo mi fosse riconoscente dato che in mare l’avevo salvato dall’annegamento. Una volta arrivati a Bologna abbiamo deciso di fare un solo biglietto per non spendere quei pochi soldi che avevamo; il biglietto lo ha fatto soltanto per lui mentre io per paura dei controlli mi sono chiuso in bagno come un ladro per tutto il tragitto. Una volta scesi a Milano abbiamo cercato qualcosa da mangiare, abbiamo provato a lavarci, faceva tanto freddo. Ad un certo punto il mio compagno di viaggio mi disse di aspettare in quanto si sarebbe interessato lui di andare a fare i biglietti per la Francia, ma passata mezzora, un’ora, ho visto che non tornava, era sparito ed io mi sono ritrovato spaesato in una grande stazione senza sapere cosa fare e dove andare, non conoscevo nessuno e non avevo alcun mezzo per contattare nessuno. Ad un certo punto mi ha notato un ragazzo egiziano che mi ha chiesto se avessi bisogno di qualcosa e per me si è rivelato come una specie di, come dite voi, angelo (Gamal è musulmano – ndc). Gli ho spiegato la situazione e senza nemmeno conoscermi mi ha ospitato a casa sua, mi ha fatto mangiare e dormire per tre giorni e mi ha dato dei vestiti. Dopo mi ha consigliato di tornare a Taranto per potermi mettere in regola con i documenti promettendo che quando sarei stato a posto mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro a Milano. Mi ha pagato il biglietto del treno e dato anche cento euro per tenere qualcosa in tasca. Quando sono rientrato alla Comunità a Taranto ho chiamato i miei parenti, che non avevano mie notizie da oltre un mese e credevano fossi morto; ho pianto tutto il tempo al telefono”.
I PRIMI TEMPI IN COMUNITA’ – L’AMBIENTAMENTO – LA SECONDA “FUGA”
“I primi mesi in Comunità sono stati difficili, non ci volevo stare, non mi piaceva niente ero chiuso in me stesso, non parlavo con nessuno ed inoltre il rapporto con gli altri ragazzi ospiti, che erano quasi tutti italiani, è stato un po’ conflittuale; hanno cominciato a prendermi in giro, a farmi i dispetti, a rubarmi degli oggetti personali ma poi piano piano hanno cominciato a vedermi di buon occhio. Tra questi però c’era un ragazzo, Julian, che mi ha aiutato davvero tanto, ora siamo amici ed ancora ci sentiamo e ci frequentiamo. Devo dire che poi mi sono definitivamente ambientato grazie all’apporto degli educatori e dei responsabili della Comunità che mi hanno veramente sostenuto in tutto e fatto sentire come in una seconda famiglia. Mi sono affezionato così tanto a queste persone che quando, a fine 2013 a seguito di una lunga e tormentata riflessione, avevo deciso di andare a Milano ad accettare la proposta di trasferimento di un mio amico non me la sono sentita più di lasciare un posto nel quale venivo coccolato ed amato. In pratica avevo salutato tutti con le lacrime agli occhi, mi ero fatto forza ed ero deciso a voler camminare con le mie gambe ma una volta sul treno che mi avrebbe portato a Milano mi è venuto un magone in gola, il mio cuore era triste, ho avuto paura dell’incertezza del mio futuro e sono sceso a Bari e tornato indietro. Semplicemente non volevo abbandonare una seconda volta quella che per me era come la mia famiglia italiana. Invece, l’anno successivo è accaduto nuovamente; avevo un lavoro saltuario come giardiniere, di tanto in tanto nei week end lavoravo in un bar ma io volevo qualcosa di più stabile. A metà del 2014 ho pensato che raggiungere mio zio a Parigi fosse l’idea giusta. Lui ha un’impresa edile, specializzata nella ristrutturazione di interni. Ho resistito meno di un anno, non riuscivo ad ambientarmi, non conoscevo nessuno a parte mio zio e due miei cugini. Parigi è troppo grande per me ed il rischio di ammalarmi di solitudine era troppo alto. Sono tornato a Taranto dai miei amici della Cooperativa che mi hanno sempre aiutato in tutto, dalle pratiche per ottenere il permesso di soggiorno, alla mia alfabetizzazione, sino alla richiesta fatta al Tribunale per i Minorenni, successivamente autorizzata, prima che compissi i 18 anni di poter restare in Comunità sino ai 21 anni in base ad un nuovo Progetto Educativo”.

IL LAVORO, LE PASSIONI E LE ASPIRAZIONI
Gamal ora fa il barman, con regolare contratto, presso un bar nel pieno centro di Taranto ed è un ragazzo educato, rispettoso, gentile e di bell’aspetto, il che non guasta, molto benvoluto da tutti. Non solo, compatibilmente con gli impegni da barman, presso la Comunità che lo ha ospitato, Gamal è impiegato come mediatore culturale, tra l’altro molto apprezzato, ed aiuta da un paio di anni i ragazzi extracomunitari ad ambientarsi una volta arrivati in Italia e a Taranto, parlando regolarmente sia l’arabo che l’inglese oltre all’italiano, lingua nella quale ormai si esprime molto bene. Nel frattempo, nel tempo libero ha potuto coltivare anche la passione per la palestra.
E’ lui stesso a parlarne: “Sono appassionato di culturismo. Mi piace tenermi in allenamento ed aver un bel fisico. Mi sono iscritto ad una palestra nei pressi della Comunità ed anche in questo caso ho trovato delle belle persone che mi hanno preso subito in simpatia dandomi la possibilità di allenarmi senza pagare un euro se non l’iscrizione e l’assicurazione.”
Gamal ha però le idee chiare su quelle che sono le sue aspirazioni: ”Il mio desiderio prioritario è di rivedere la mia famiglia ma non posso rientrare in Egitto, ora sono considerato un disertore perché dovrei fare il servizio militare e quindi prima di aver compiuto 31 anni non posso rientrare altrimenti finisco dritto in galera. Mi devo accontentare quindi di sentire i miei parenti per telefono o di vederli via Skype anche se soffro nel non poterli abbracciare. Loro mi dicono che l’importante è che io stia bene. Ho perso mio padre a 14 anni e la mia famiglia conduce una vita dignitosa ma io sento il dovere di inviare loro parte dei miei guadagni perché voglio che stiano bene. Con l’aiuto di Dio, che è sempre con me, spero di potermi fare una famiglia. Ringrazierò per sempre l’Italia e Taranto per avermi accolto quando non ero altro che uno dei tanti clandestini sbarcati per andare chissà dove”.
Ha soltanto 23 anni ma Gamal ha la testa sulle spalle e pur vivendo la sua età, ha la maturità di una persona più adulta: ”Nella vita ci vuole pazienza, ci vuole tanta pazienza. Io attendo paziente il mio momento. La vita mi ha insegnato che se fai le cose di fretta non ti riescono bene, se si fanno con calma invece puoi riuscire a realizzare quello che vuoi”.

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