Taranto e la sua Storia che in troppi ‘scipperebbero’

 

Quanto patrimonio ci hanno depredato e continuano a farlo? Occorre un grande progetto per ricostruire
pubblicato il 11 ottobre 2018, 09:37
12 mins

Questo è un tema che, lo sottolineamo subito, non siamo i primi ad affrontare nè saremo gli ultimi. Quindi, per noi nessuna medaglia al petto. Però, proviamo a tornarci sopra perchè convinti che Taranto, in qualche modo, abbia ormai intrapreso un percorso verso il futuro slegato, almeno parzialmente, dagli stipendifici industriali. Ci illudiamo? E’ utopia? Forse, ma ci crediamo: il turismo, non certo di massa, da qualche anno fa capolino in questa città e, riuscissimo a governarne promozione e accoglienza, probabilmente la ‘nostra bellezza’ riuscirà a salvare almeno le generazioni future. Attenzione: ciò non significa, lo ripetiamo spesso fino alla noia, nascondere la polvere – alias: danni da inquinamento – sotto il tappeto. Tutt’altro: la lotta agli inquinatori seriali deve continuare, perchè il bubbone prima o poi va estirpato e perchè, soprattutto, troppe vittime ha mietuto e miete e mieterà ancora, purtroppo. Taranto ha dato e continua a dare moltissimo, sia chiaro come il sole.
Diciamoci la verità. Qui bisognerà prima o poi diventare visionari. Neppure geni. Visionari perchè va allargata l’idea della nostra città, va proiettata oltre le Cheradi, con strategie lungimiranti fatte di impegno e soprattutto capacità d’investimento che non vogliono dire solo risorse economiche. Taranto è raccontata un po’ dappertutto come una città splendida, il tam tam sui social fa il giro del mondo, gli scatti infiniti varcano i confini anche italiani. E tutto ciò contribuisce affinchè il turista, forse stanco dei soliti giri, s’affacci per curiosità dalle nostre parti e scopra quanto la città può offrire.
Bene, ma non basta. Che Taranto sia una città dalla storia antichissima, lo sanno in molti. C’è da chiedersi, però: quanto la storia di Taranto è realmente conosciuta (aggiungiamo: soprattutto dai tarantini…)? Non vogliamo qui addentrarci in discorsi troppo complicati, per carità. “La conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione. Entrambe si nutrono di affermazioni vere, ma la conoscenza è una particolare forma di sapere, dotata di una sua utilità. Mentre l’informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare, e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.), la conoscenza esiste solo in quanto c’è una mente in grado di possederla”, leggiamo sulla rete. E non può che essere così.
Ma per far conoscere Taranto, specialmente in questo momento storico (inutile ricordarvi ancora il conflitto estremo tra industria e ambiente, e le conseguenze che viviamo quotidianamente), c’è necessità di visione. Molto spesso sentiamo affermare, a giusta ragione, come Taranto sia ricca di storia: quanta però di questa è scomparsa e ingurgitata dai famelici che nei secoli ne hanno approfittato? Quante volte abbiamo sentito, forse ingigantendo, che Taranto fosse stata difesa e conservata sarebbe una ‘seconda Roma’, visto il suo passato ultramillenario? Sarà vero in toto o forse solo in parte, ma è indubbio che questa città nei secoli sia stata rasa al suolo da scempiaggini dell’uomo, e che tutto quel che si è riusciti a recuperare è soltanto il frutto di pochi illuminati.
Oggi Taranto s’inorgoglisce del patrimonio esistente. Di quello fruibile. Discute sul futuro della Città vecchia, pian piano sta riscoprendo angoli di nobiltà, soprattutto lentamente impara a conoscere la propria storia dopo decenni di nubi velenose e immorali capaci di offuscare (e far dimenticare) pure gli impeti di cultura post-conflitto mondiale e pre-industriale (facile ricordare il ‘Premio Taranto‘ e il varo del ‘Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia‘). Insomma, Taranto va ancora e ulteriormente raccontata: solo iniettando Cultura, partendo pure dalla nostra Storia, si può sognare un futuro differente.
E ora, scusate il lungo prologo che, speriamo, non abbia tediato più del sopportabile. Perchè, vi chiederete: perchè spesso e volentieri leggiamo di scippi ai danni, guarda un po’?, della nostra Storia. Scippi, badate bene, che nei secoli hanno arricchito trafficanti del mercato dell’arte. Ma non solo. Perchè nessuno può aver dimenticato, per esempio, che la secolare istituzione della Soprintendenza Archeologica fu trasferita, per volere dell’allora ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, da Taranto e Lecce, assieme a tutto il bagaglio di conoscenza ed esperienza accumulate: un colpo basso che scatenò polemiche in città ma che non servì a nulla. Insomma, se è vero che spesso gli intellettuali e gli operatori culturali, negli anni, criticavano una certa poca operatività della Soprintendenza (mettiamola così, dai), è altrettanto vero che trasferirla nel capoluogo salentino è stata una scelta tuttora inspiegabile, a voler essere buoni.

Poi, mettiamoci pure il patrimonio culturale sparito e quel che spesso è stato seppellito. Facile mostrare alcuni esempi, diciamo fra i più recenti. Avete dimenticato la grande statua bronzea dell’imperatore romano (Giulio Cesare per alcuni, Cesare Ottaviano Augusto per altri) che campeggiava nel vialetto affianco all’ex Banca d’Italia e che si trovava dal lato lungomare, al di là della recinzione in ferro? Oppure, i tentativi a suon di carte bollate di strapparci la collezione di tele del vescovo Ricciardi? O ancora, la più recente, l’intenzione – non ancora confermata, sia chiaro – di trasferire a Nardò i resti dalla nave romana custoditi nel Castello Aragonese? Ora, abbiamo voluto ricordare pochi esempi: chiedessimo l’intervento di studiosi, chissà quanti altri ne verrebbero a galla!
Dunque, è ora di difendersi con il coltello fra i denti (perdonateci…). Ma anche di mettersi a tavolino e studiare finalmente un ‘piano del recupero e della valorizzazione del patrimonio’. Che parta dalla conoscenza diffusa della nostra Storia (e qui parlare di scuola è molto facile) e allo stesso tempo di ‘inventariare’ il recuperabile, base essenziale per un progetto lungimirante che restituisca/costruisca identità e dignità ai nostri – questi sì, non scippabili – millenni di vita.
Reperti archeologici, palazzi nobiliari, edifici storici, riscoperta dei grandi personaggi, ma anche manoscritti, collezioni di dipinti, giusto per far capire di che parliamo, sono il nettare della conoscenza. Volete qualche indicazione? Ci limitiamo a pochi esempi. Pensate all’area archeologica del Belvedere in zona Croce: che fine ha fatto il progetto di (semi)recupero? Oppure, ancora, perchè non riesumare la fornace di piazza Marconi o i reperti nella piazza del pendio Lariccia? E ancora: che ne dite dell’abbandonata domus romana nei pressi dell’hotel Palace, in viale Virgilio? E della casa di Paisiello, ne vogliamo parlare? E, infine, un progetto serio sul Parco archeologico delle Mura Greche? E il circuito degli ipogei? Divertitevi voi ad allungare l’elenco: Taranto ne è piena!

Però, c’è un’altra provocazione (che in passato spesso è stata lanciata ma neppure convintamente affrontata): l’inesistenza di una pinacoteca. Davvero una lacuna insopportabile. E dire che – qui vi rendicontiamo di una chicca – nella pinacoteca ‘Giaquinto’ di Bari (ah, questi baresi…) sono ospitate due tele di grandissimo valore che ci appartengono (almeno, così sostengono le nostre fonti): ‘San Gaetano che adora Cristo morto’, di Paolo Domenico Finoglio, e la ‘Natività di San Giovanni Battista’, di Corrado Giaquinto. Il primo dipinto – com’è descritto dalla stessa pinacoteca barese – era nella cattadrale di San Cataldo; il secondo nella chiesa (abbattuta) di San Giovanni Battista.

Entrambi furono trasferiti per le opere di restauro, quindi in deposito provvisorio, ma mai restituiti: ora sono in bella mostra a Bari. Che dite, non sarebbe il caso di avviarne il recupero, magari proprio per iniziare la ‘costruzione’ di una pinacoteca tarantina, magari ancora nel Palazzo degli Uffici?
Per non deprimervi più del necessario, come accennato, ci limitiamo: perchè bisognerebbe parlare del Parco del Galeso, del Parco della Rimembranza, dei siti militari non utilizzati (pensate all’isola di San Paolo) senza così neppure trascurare l’archeologia industriale (altrove, anzi, la valorizzano), infine di decoro urbano e micro-illegalità diffusa.

L’isola di San Paolo

Certo, abbiamo sintetizzato molto: in poche righe non è semplice spiegare, ma ci stiamo provando. Avere visione di una città differente, specie se si vuol puntare sulla nostra Storia ultramillenaria, vuol dire proprio intraprendere un grande, enorme e difficile lavoro di raccolta da trasformare in… business, e perdonate la parola commerciale. Ecco, se vogliamo possono depredarci reperti… ma non possono toglierci la nostra Storia: è il nostro pozzo di petrolio ancora non estratto ma colmo, e in Puglia nessuno può vantarne altrettanta. Il che, ovvio, significa coinvolgere attori che non sono soltanto i politici/amministratori (da soli non potrebbero riuscirci): vuol dire riunire intellettuali, storici, istituzioni scientifiche, università, scuole, imprenditori, associazioni, forze armate, chiesa. Vuol dire passare dalla conoscenza specifica a una visione di città del tutto differente da quel che, purtroppo, ci hanno imposto negli ultimi decenni (se non secoli…).
Insomma, un grande laboratorio di idee per trasformare Taranto, in perfetta simbiosi certo ai progetti di rigenerazione urbana, che ponga comunque la Storia al centro di tutto. Sarebbe una sfida immane ma non impossibile, la vera (ri)connessione con il passato, con il presente ma soprattutto con il futuro. Una sfida che, qui provochiamo davvero, sarebbe opportuno fosse lanciata proprio dal Comune istituendo ufficialmente una vera e propria cabina di regia operativa con tanto di sede e regole precise. Tanto, se aspettiamo le mosse del Governo (dov’è la legge speciale per Taranto se non si riesce neppure a riesumare il CIS?) e della stessa Regione (sempre ondivaga nei nostri confronti), campa cavallo…

Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

2 Commenti a: Taranto e la sua Storia che in troppi ‘scipperebbero’

  1. Cosimo

    ottobre 11th, 2018

    La Sua sintesi è convincente; ma mi permetta di farle presente che finché Taranto sarà stretta fra le ganasce della morsa Bari-Lecce non riuscirà a respirare autonomamente. Tra cinque anni ricorrerà il centenario della decretazione di Taranto a capoluogo di provincia, ma, purtroppo, di fatto, non lo è mai diventato. Vedi la Corte d’appello, l’università,l’aeroporto, la sanità e tanto altro. Taranto è una città a cui bisogna ricostruire un tessuto sociale ed economico che l’industria pesante e la Marina militare, per conto dello Stato, hanno colpevolmente devastato e restituirle il diritto alla salute, quello vero.
    Certamente non è impresa facile, ma per poter avviare un processo di rinascita, se lo si vuole realmente, è necessario tracciare un percorso risarcitorio, dal quale non possono sottrarsi Stato e Regione, e progettare una poderosa opera di formazione (verso tutti i tarantini) che qualifichi l’offerta culturale e turistica.

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  2. Michele Conte

    ottobre 11th, 2018

    Bravo. Bella esposizione di Taranto. Concordo. Spero che si svegli l’orgoglio dei Tarantini.

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