‘Ambiente Svenduto’: intercettazioni, il ruolo

 

Tra errori e casi poco chiari, in alcuni casi potrebbero ribaltare la posizione di alcuni indagati
pubblicato il 08 Ottobre 2018, 09:00
13 mins

Sono riprese a settembre, dopo la pausa estiva, le udienze del processo ‘Ambiente Svenduto’ sul presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva, nell’aula bunker della Procura situata nel quartiere Paolo VI, dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto presieduta dal giudice Stefania D’Errico, e del giudice a latere Fulvia Misserini, che vede ben 47 imputati (44 persone fisiche e tre società, Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni elettrici), come abbiamo riportato nell’articolo di domenica 7 ottobre.

(leggi l’articolo sulle udienze di maggio, giugno e luglio del processo Ambiente Svenduto https://www.corriereditaranto.it/2018/10/07/2ilva-ambiente-svenduto-dove-eravamo-rimasti/)

Il nodo intercettazioni: quelle trascritte, quelle ancora da trascrivere, quelle sentite e poi sparite

Il dibattimento è ripreso (con le udienze del 10, 11 e 12 settembre) lì dove era terminato, ovvero con l’audizione del  brigadiere Alfredo D’Arco, il cui Comando realizzò degli accertamenti in relazione all’Ilva S.p.a. che riguardavano i conti bancari, l’anagrafe dei conti, poi le eventuali partecipazioni che aveva in altre società e poi sulle possidenze immobiliariper conto della Procura. Accertamento necessario per un’eventuale richiesta di sequestro preventivo, ex Articolo 53, del Decreto Legislativo 231/2001. Oltre a ciò, il brigadiere D’Arco ha riferito anche su altri dettagli dell’inchiesta.

In particolare, D’Arco si è sottoposto alle domande degli avvocati di alcuni imputati, come l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (difeso dai legali Michele Rossetti e Laura Palomba ed accusato di concussione ai danni dei due ex dirigenti del settore Ambiente della Provincia, Luigi Romandini e Ignazio Morrone) e dell’ex governatore della Regione Puglia Nichi Vendola (patrocinato dall’avvocato Francesco Marzullo che difende anche l’ex dirigente della Regione Antonello Antonicelli indagato per favoreggiamento nei confronti dell’ex governatore) anch’egli accusato di concussione ai danni dell’ex direttore generale di ARPA Puglia, Giorgio Assenato.

Proprio l’avvocato Marzullo, durante la discussione sull’ex dirigente regionale Antonicelli, ha chiesto alla Corte d’Assise la possibilità di ascoltare alcune intercettazioni risalenti al 2010 tra il suo assistito, l’ex pr dell’Ilva Girolamo Archinà e l’ex presidente della holding Riva FIRE, Fabio Riva, che però pur essendo parte integrante del dibattimento tanto da essere ritenute fondamentali dalla pubblica accusa, non sono state trascritte dal perito indicato dalla Corte, il dott. Antonio Caforio. La scelta di operare in questo modo, così come quelle di trascrivere altre intercettazioni poi non inserite nell’informativa finale, non fu scelta operata dal brigadiere D’Arco, come da lui stesso dichiarato rispondendo alle domande dei legali. Pertanto il legale di Vendola e Antonicelli ha chiesto ed ottenuto dalla Corte la possibilità di trascrivere i colloqui ascoltati in aula lo scorso 10 settembre.

A tal proposito il perito Caforio, ha confermato ancora una volta la fedeltà di quanto da egli depositato e trascritto. A settembre infatti sono state messe a disposizione delle parti anche le richieste di trascrizione avanzate dai difensori degli imputati. Un’operazione che si concluderà entro i prossimi due mesi, visto che mancano ancora altre 600 conversazioni indicate dalla difesa, in particolare quelle dell’avvocato Marzullo.

Uno dei casi più strani, al centro delle polemiche tra accusa, difesa e Corte d’Assise nell’udienza dello scorso 11 luglio, è sorto allorquando durante un’udienza del dott. Caforio, ci si è accorti che nella perizia descrittiva che lo stesso ha effettuato per conto della Corte d’Assise, gli avvocati difensori di Florido e Conserva (difesi dagli avvocati Claudio Petrone il primo, Michele Rossetti e Laura Palomba il secondo), non fosse presente la frase incriminata che ha portato gli inquirenti a ritenere gli imputati colpevoli del reato di concussione ai danni di un altro dirigente della Provincia di Taranto, Ignazio Morrone, che subentrò a Luigi Romandini nella direzione del settore Ambiente. Gli inquirenti giunsero alla  determinazione del reato, dopo aver preso visione della trascrizione di un’intercettazione in particolare, durante la quale il Morrone dichiarava: “ripeto, non ho problemi a firmare”. Il problema è che di questa frase nella perizia descrittiva del dott. Caforio non c’è traccia alcuna. Su questa stranezza è stato audito anche tenente colonnello Giuseppe Dinoi, all’epoca dell’inchiesta comandante di sezione del Gruppo di Taranto della Guardia di Finanza. Dinoi ha dichiarato alla Corte di aver stilato la relativa informativa basandosi sulla trascrizione realizzata dai suoi militari. Anche il brigadiere D’Arco è stato interrogato sull’argomento. Il quale ha dichiarato che “che nel marzo 2010, nel momento in cui abbiamo ascoltato quel colloquio, abbiamo più volte riascoltato e col collega abbiamo sentito quella parola là”. Per poi dichiarare che “nel momento in cui la Procura ci ha dato delega, sono stato io di nuovo ad ascoltare quella conversazione col collega Marra e in effetti abbiamo preso atto che quella parola “firmare”, nonostante ci fosse un accavallamento di voci tra Morrone e Conserva non c’era e si sentiva semplicemente: “Non ho problema a…”. 

A quel punto, c’è stato il fondato timore che potesse essere stato manomesso il file. Eventualità che lo stesso D’Arco ha escluso. “Ho detto esattamente che nella fase di riascolto richiesta dalla Procura effettivamente la parola firmare non c’è. Però in tutto ciò Presidente mi preme dover sottolineare una cosa, che è importante ai fini poi della trascrizione e del perché da questo punto si è avuta la percezione di sentire quella parola “firmare” ed è stata messa nel verbale di trascrizione. All’epoca noi lavoravamo in sala ascolto, non c’era la remotizzazione presso i reparti come adesso e si lavora in un ambiente più ovattato. Si lavorava in sala ascolto presso la Procura, lavoravamo con la società NSA, che poi subito dopo è fallita ed è stata messa in liquidazione, con mezzi che erano obsoleti rispetto ai mezzi, per esempio quelli di quando è stato fatto il riascolto. Quindi le schede audio erano chiaramente meno efficienti rispetto alla scheda audio che all’epoca noi avevamo a disposizione e in questi casi, proprio per nostro modus personale, quando ci sono dei colloqui, delle intercettazioni che non sono chiare, si cerca sempre di ascoltare e riascoltare più volte per cercare di percepire e di capire il termine che non è chiaro. In questo caso con il collega Aglianò all’epoca, nel marzo del 2010, l’abbiamo più volte riascoltato e siamo arrivati alla conclusione che in effetti lui diceva “firmare”. Conclusione che poi si è rivelata sbagliata allorquando tre anni dopo ci è stato fatto rilevare e la Procura ci ha detto: “Guardate, riascoltatela, vedete, non è che vi siete sbagliati?”. In effetti abbiamo fatto il riascolto. Tra le altre cose devo anche aggiungere che se confrontiamo il riascolto nostro con la perizia che poi la Procura ci diede allorquando fu fatta la delega, comunque ci sono delle discrasie anche nella perizia che fu prodotta. Quindi, voglio dire, evidentemente c’è una diversa percezione delle parole, dell’audio e cose varie, proprio perché si trattava di un ambientale“. Motivo per il quale le difese degli imputati hanno chiesto di poter riascoltare in aula l’audio incriminato, in attesa della trascrizione di tutte le intercettazioni che ancora mancano all’appello. 

Il ruolo dei fiduciari al controesame

Nelle udienze del 18 e del 19 settembre, ha preso il via ill controesame da parte dei difensori degli imputati nei confronti dei finanzieri che hanno svolto le indagini. Le domande poste ai militari dalla difesa hanno riguardato in particolare le modalità attraverso le quali sono stati individuati i soggetti captati nelle intercettazioni telefoniche: proprio sule modalità di riconoscimento e sui riscontri rispetto ai contenuti delle conversazioni, poggiano le linee difensive della difesa per dimostrare l’infondatezza delle accuse avanzate dalla Procura.

Prossimamente saranno invece accertati altri dettagli relativi all’incontro tra l’ex dirigente Girolamo Archinà e l’allora consulente della procura Lorenzo Liberti, nel quale secondo l’accusa il primo avrebbe versato una tangente di 10mila euro al secondo per ammorbidire i contenuti di una perizia sull’iquinamento dell’Ilva, che la Procura aveva chiesto allo stesso Liberti. Cosa però che sembrerebbe essere stata smentita nei fatti con la testimonianza di mons. Benigno Papa di cui parleremo nei prossimi giorni.

Nelle udienze del 25 e del 26 settembre invece, i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria si sono sottoposti alle domande dei difensori dei famosi ‘fiduciari‘ dei Riva, il cosiddetto «governo ombra», che secondo l’accusa sin dall’insediamento del gruppo lombardo nel lontano 1995, hanno dato vita ad un vero e proprio ‘governo ombra’ della fabbrica che rispondeva direttamente ai componenti della famiglia Riva, bypassando completamente la filiera di comando del sito tarantino.

(leggi gli articoli sulle udienze passate sul ruolo dei fiduciari https://www.corriereditaranto.it/?s=fiduciari&submit=Go)

Lo ‘scandalo’ dei fiduciari, scoppiò il 6 settembre del 2013, quando furono tratti in arresto nelle province di Genova, Brescia, Varese, Verona e Taranto, dai militari della Guardia di finanza di Taranto nell’ambito dell’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’, Lanfranco Legnani, direttore ‘ombra’ dell’Ilva; Alfredo Ceriani, responsabile dell’area a caldo; Giovanni Rebaioli, gestore dell’area parchi minerali e impianti marittimi; Agostino Pastorino, responsabile dell’area ghisa e degli investimenti nell’Ilva; Enrico Bessone, responsabile dell’area manutenzione meccanica delle acciaierie. Legnani finì ai domiciliari nella sua abitazione di Bussolengo (Verona), per tutti gli altri il gip, che il 12 agosto 2013 ricevette la richiesta di misure cautelari dalla Procura di Taranto, dispose l’arresto e la traduzione nel carcere di Taranto. L’accusa è di associazione a delinquere finalizzata al compimento di reati ambientali, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

I finanzieri presenti in aula, hanno di fatto confermato il ruolo dei fiduciari e il loro peso nella gestione dell’azienda. In un secondo momento hanno poi ripercorso le vicende societarie che hanno riguardato il Gruppo Riva, ricostruite dai finanzieri nel corso delle indagini. 

(leggi tutti gli articoli sul processo ‘Ambiente Svenduto’ https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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