Montervino, il Taranto e… i tarantini

 

L'ex giocatore rossoblu: "Purtroppo anzichè costruire preferiamo distruggere"
pubblicato il 05 Ottobre 2018, 12:41
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E’ stato l’unico giocatore ad aver militato nel Napoli pre e post fallimento, vestendo la maglia nel club partenopeo dal 2003 al 2009, diventando protagonista della cavalcata dalla serie C alla serie A sino all’Europa League. Non solo, ne è diventato anche capitano, per anzianità ma anche perché ha mostrato negli anni grinta e attaccamento alla maglia tali che lo hanno reso un beniamino della tifoseria napoletana.
Francesco Montervino, 40 anni, è il giocatore nativo di Taranto che ha avuto le migliori fortune calcistiche, collezionando esperienze in serie B e C anche con le maglie di Ancona, Catania e Salernitana.
Appese le scarpette al chiodo nel 2014, in seguito ha intrapreso la carriera di dirigente come direttore sportivo a Taranto nelle stagioni 2014/2015 e 2015/2016; non solo, è richiestissimo come opinionista nelle trasmissioni di calcio dell’hinterland napoletano ed è osservatore della Fedele Management che fa riferimento ad Enrico Fedele, uno dei primi e più importanti procuratori sportivi del calcio italiano.
Lontano dal calcio, con la sua Forza 4 ( il suo numero di maglia – ndc), società di catering, si destreggia, grazie alla passione per la cucina coltivata assieme alla moglie, nel mondo della ristorazione collettiva.
“Diciamo che il calcio è sempre al centro della mia vita – esordisce al telefono Montervino -. Sono sempre in giro a vedere partite, alla ricerca di nuovi talenti e fuori dal contesto calcistico mi piace il buon cibo e porto avanti la mia società di catering, chiedendo spesso consigli, ci tengo a sottolienearlo, al mio amico Marco Cascarano (referente per il Taranto Calcio dello sponsor tecnico Joma – ndr) che è un buongustaio”, spiega l’ex mediano, tutto cuore e polmoni, del primo Napoli di De Laurentis che in questa intervista dirà molte cose fuori dai denti.
Montervino, andiamo dritti al punto. Come vedi il Taranto targato Giove?
“Il Taranto ha un buon organico fatto di tante buonissime individualità ma che ancora non è squadra. Questa è la sensazione che mi da attualmente. Manca del lavoro di assemblaggio perché c’è stato un cambio di allenatore poco prima dell’inizio del campionato. Per diventare un ottimo collettivo serve qualcosa non in termini di giocatori ma di tempo in modo da assimilare il nuovo sistema di gioco e trovare la quadratura del cerchio. Ho un buonissimo rapporto con il presidente Giove che stimo tantissimo per i sacrifici economici che sta facendo; lo seguo da vicino, ogni tanto abbiamo scambiato qualche chiacchiera disinteressata”.
Che consiglio ti senti di dare ai tuoi amici Panarelli e Triuzzi?
“ A loro non posso che consigliare benevolmente di portare avanti quello che la loro vita professionale gli ha insegnato; sono in grado di fare un lavoro straordinario se li si lascia fare quello che sanno; hanno sicuramente conoscenza ed esperienza nel mondo del calcio, che a parte me, Cazzarò, Spagnulo o D’Ignazio, altri non hanno. Il resto sono solo opinioni e chiacchiere da bar. Forse il consiglio più importante, a mio avviso, sempre in maniera benevola, va a chi gestisce la società: fate lavorare questi ragazzi in tranquillità e serenità, isolateli dal mondo esterno, portate avanti il vostro progetto fregandovene di tutto quello che si dice fuori; bisogna fare quadrato attorno alle persone che ti sei messo dentro, perché se non ascolti nessuno di quelli che da fuori parlano a vanvera, quello che fai dentro ti porterà a raggiungere grandi risultati. La fiducia nello staff tecnico e dirigenziale è importantissima. Bisogna far lavorare tutte le componenti proteggendole dalle turbolenze esterne e non solo….”.
Perché secondo te al Taranto non si avvicina un mecenate, uno che metta – come si suol dire – i soldi pesanti sul bancone. A Bari ad esempio, alla manifestazione di interesse per rilevare la società fallita si sono presentati i De Laurentis, i Cairo, i Preziosi; perché a Taranto ci si trova sempre in una situazione precaria?
“Al Taranto calcio non si avvicinerà mai nessuno di questi personaggi se non si cambia mentalità. A Bari hanno una mentalità più aperta, hanno una visione delle cose diversa dalla nostra. A Taranto siamo dei ladri di galline, godiamo delle sconfitte altrui. Siamo arretrati. Il problema di Taranto siamo noi tarantini e sottolineo noi, perché mi ci metto anche io. Sono tutti bravi a criticare, a fare i ricchi con i soldi degli altri. In questi anni sono state criticate tutte le società che si sono avvicendate, forse anche a ragione, ma vi posso dire che le due in cui ho lavorato io (quella con presidente Campitelli e quella con presidente Zelatore), i soldi li hanno spesi.”
Perché per i tarantini del calcio è così difficile essere profeti in patria? Penso a te, ma anche a Cazzarò, Delli Santi, D’Ignazio, Spagnulo, alla diffidenza che comunque attualmente circonda Panarelli e Triuzzi.
“E’ un discorso strettamente legato alla precedente domanda. Se non trovi in società gente che ti fa da scudo, che ti protegge, che ti lascia lavorare in pace, prende il sopravvento l’invidia, la gelosia di questo ambiente; della serie siccome non ci sono riuscito io a fare una determinata cosa, non ci devi riuscire nemmeno tu. A Taranto il problema si crea all’interno delle società con i pettegolezzi, i chiacchiericci, gli spifferi che vengono riportati all’esterno e che dall’esterno vengono amplificati. Per un direttore sportivo o un allenatore tarantino che lavora nella sua città, i primi avversari sono in casa; non deve fare la guerra con chi è fuori ma con chi sta accanto. Noi tarantini siamo così, è più facile denigrare una persona che fargli i complimenti, è più facile distruggere che costruire, e poi si da fiato ad un sacco di gente che con il calcio non ha nulla a che fare, che parla a vanvera; fanno tutti gli esperti, gli opinionisti ma sono semplicemente dei pallonari. Per quanto mi riguarda non penso di non essere stato profeta in patria. Se uno sta a vedere il risultato sportivo, ossia la vittoria del campionato, ok ha ragione, ma se uno vede oltre, vede il lavoro che è stato fatto ossia quello di seguire le esigenze di bilancio allestendo degli organici comunque competitivi, posso dire che il sottoscritto non ha fallito né sotto la gestione Campitiello né sotto quella Zelatore-Bongiovanni”.
Collegandoci a questa tua ultima affermazione, cosa pensi che non sia andato per il verso giusto nelle due stagioni trascorse a Taranto come direttore sportivo?

“Molto semplicemente il fatto che in nessuna delle due stagioni io sia potuto partire con la programmazione nei tempi giusti; ogni anno sono partito a metà agosto con squadre completamente da rifondare e con situazioni societarie poco chiare perché non si sapeva chi comprava, chi cedeva, non si capiva nulla. Questo nel calcio vero significa mancanza di programmazione. Puoi cercare di organizzarti al meglio possibile, cercando di colmare il gap, come ho fatto io, sia pur partendo in ritardo ogni volta intorno alla metà di agosto. Sono riuscito, comunque, ad allestire degli organici competitivi che sono arrivati al secondo posto, mica settimi o ottavi. Puntualmente sulla mia strada ho trovato avanti a me società come l’Andria, il primo anno, ed il Francavilla il secondo anno, che erano club che stavano seguendo una programmazione seria, che avevano alle spalle un’organizzazione già oleata e che hanno dato continuità ad un progetto partito dall’Eccellenza. Probabilmente se il Taranto fosse partito con la sua programmazione a luglio, sicuro in una delle due stagioni avrebbe vinto il campionato di serie D.”

A proposito di programmazione; quella di una società organizzata parte dalle basi, ossia dai vivai. Perché dai tempi tuoi o di Panarelli, non ci sono stati più giocatori tarantini in grado di calcare palcoscenici di livello nel mondo del calcio? Perchè dopo non è emerso nessun altro ragazzo?

“Perché si va avanti con i cosiddetti zainetti, ossia si va avanti con le raccomandazioni. Non c’è meritocrazia, i giovani non conoscono la cultura del lavoro, il sacrificio e l’abnegazione. E poi in giro istruttori validi ce ne sono pochi e sono contento che qualcuno di questi ora faccia parte del Taranto. Sono anni e anni che a Taranto non si mette su un settore giovanile valido, serio, che sia legato ad una programmazione; se poi parliamo delle scuole calcio, queste sono piene di personaggi improvvisati, dopolavoristi, spesso sono sempre gli stessi tre-quattro nomi che girano da una scuola calcio all’altra. Non ci sono istruttori qualificati o meglio non si investe sugli istruttori qualificati. Ditemi chi paga seriamente un istruttore nelle scuole calcio a Taranto e allora come si pretende che un bambino impari qualcosa. Come spendi mangi si dice. Non basta affiliarsi con società di serie A per acquisire credibilità. Il lavoro viene fatto seriamente se oltre all’affiliazione questi club ti mettono a disposizione i loro istruttori qualificati che facciano formazione agli istruttori locali mettendo a loro disposizione un format tecnico. Ci sono istruttori che non sanno nemmeno fare una relazione sui ragazzi che seguono per capire i progressi che fanno dal punto di vista tecnico, tattico e comportamentale. ”

Visto che stiamo parlando di giovani talenti e dato che recentemente hai scoperto Nzola (attaccante franco angolano, scoperto in Portogallo e portato in Italia al Francavilla Fontana e poi successivamente ceduto al Carpi con un aumento del 300% del suo valore di mercato iniziale, ndc), qual è attualmente un giovane di prospettiva che hai avuto modo di osservare girando per i campi?

“Ce ne sono tanti, ma faccio un solo nome : Davide De Marino, difensore centrale, classe 2000 della Pro Vercelli. Credo che abbia le potenzialità per arrivare quantomeno in serie B”.

Facciamo un passo indietro: qual è il ricordo più bello che hai da calciatore?

“Ho giocato in serie A in stadi importanti, ho fatto la Uefa League e di ricordi belli ce ne sono tanti ma quello che più mi è rimasto impresso nel cuore e nella mente è legato alla partita che ha sancito il ritorno del Napoli in serie A, Genoa-Napoli del giugno 2007: è stata un’emozione incredibile aver dato questa gioia al popolo napoletano e averla fatta da capitano, anche perché insomma i capitani del Napoli non sono stati molti nella sua storia recente ricordo Bruscolotti, Maradona, Paolo Cannavaro, ora Hamsik, diciamo che sono in buona compagnia”.

Per concludere, facciamo un passo in avanti, invece, cosa c’è nel futuro di Montervino?

“Sto girando i campi di tutte le serie, dalla A ai Dilettanti, mi aggiorno costantemente. Purtroppo vedo tanta gente improvvisata che con il calcio non ha nulla a che vedere, quindi penso che non posso non rientrare, tra sei mesi, un anno, due anni con un progetto magari importante. Per ora sto alla finestra ma il mio desiderio è trovare un presidente che mi dia la possibilità di gestire in autonomia una squadra per mettermi alla prova e mostrare a tutti le mie capacità”.

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