Libia: il risveglio delle tribù

 

La morte di Gheddafi e il grande affare delle materie prime
pubblicato il 09 Settembre 2018, 10:03
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Dal Medioriente all’Europa fino all’America un nuovo fenomeno si impone portando alla ribalta nuovi leader che sono il riflesso di un meccanismo antico. Il tribalismo si esprime nel mondo arabo-musulmano con la decomposizione degli Stati nazionali per effetto di rivolte di matrice etnico-religiosa. In Occidente invece ha una genesi economica, frutto dello scontento dilagante per impoverimento. A generare questa fase di disgregazione che minaccia gli Stati nazionali sono problemi a cui le leadership politiche tardano a dare risposte efficaci: in Medioriente e Maghreb la sfida è trovare un nuovo equilibrio fra politica e fede, così come in Occidente si tratta di sanare le ferite socio-economiche causate da una globalizzazione a ritmi forzati.
L’importante è non farsi cogliere impreparati di fronte a questa fase di accelerazione della Storia, perché investe anche il nostro Paese, come dimostrano le cronache dell’ultimo anno. La frammentazione dei partiti politici tradizionali, l’affermazione di leader portatori di identità locali, i movimenti di protesta scaturiti dalle diseguaglianze economiche e dalla complicata gestione dell’accoglienza: sono tutti segnali di un cambiamento dello scenario sociale tradizionale dagli effetti imprevedibili.
Dopo averci capito la guerra all’Occidente mossa dalla Jihad, si delinea un nuovo conflitto che ruota attorno a tribù differenti. Da Londra a Erbil, da Washington a Roma, dal Cairo a Gerusalemme, da Dubai a Bratislava, descrive una mutazione verso il tribalismo, “un vento della disgregazione che non solo travolge il mondo arabo ma spazza l’Europa spingendosi oltre la Manica e l’Atlantico, mettendo in crisi anche la stabilità del sistema liberale”.
La Libia per 90% è una distesa di sabbia abitata soprattutto da ex nomadi sulla costa Mediterranea. Il resto della popolazione è stanziale, vive nelle regioni desertiche e gradualmente stanno cambiando abitudini secolari. Le cause sono molteplici: politiche, produzione di gas e petrolio ma anche la televisione satellitare e le nuove tecnologie.

Ho avuto modo di osservare questi cambiamenti durante il mio ultimo reportage tv nell’area sahariana che va dalla costa Atlantica al Mar Rosso. Lo scenario è sempre lo stesso, dune, oasi di palmeti e casa color sabbia, ogni tanto si incontrano pozzi di idrocarburi e di acqua, grandi tubazioni riforniscono le città sulla costa mediterranea. Tempo fa le popolazioni libiche vivevano all’oscuro dei fari mediatici, ora essi si sono accesi improvvisamente sulla Libia e tutta l’Africa. Le novità sono molte, al neocolonialismo europeo si è aggiunto quello cinese e il grande gioco sull’accaparramento delle materie prime si è allargato, alimentando nuovi conflitti tra nazione costiera e tribù dell’interno. I politici sbagliano a non tenere conto delle tribù, le culture e le loro esigenze, li considerano fuori dei grandi giochi e addomesticabili con piccoli favori. Ma si sbagliano. Infatti, nel caso libico, le milizie armate dagli occidentali sono mercenari, quasi tutti originari di tribù del deserto, quindi attori attivi sul futuro politico del paese. Detto questo, lo scenario diplomatico e bellico comprende l’Italia, ex nazione colonizzatrice, con interessi di gas e petrolio tramite l’ENI , la Francia con la Total e l’Inghilterra con Brytish Petrolium, quindi gli americani e l’Egitto per motivi strategici.
Il fattore tribù è emerso di più dopo che nel 2011 fu l’assassinato il col. Gheddafi, provocato dalla Francia. Originario della regione della Sirte, la morte del colonnello ha acceso la miccia della rivolta contro i nuovi capi politici attuali che si vogliono spartire il petrolio con l’aiuto straniero. Le tribù ricevevano parte degli introiti della vendita di petrolio, ora invece con lo scenario nuovo che si prospetta le cose potrebbero cambiare senza la divisione dei proventi del loro petrolio.
Con una superficie 11 volte più grande dell’Italia, la Libia confina con Tunisia, Algeria, Niger, Ciad, Sudan, Egitto; le città più importanti si trovano lungo la costa Mediterranea, Tripoli è la capitale, poi Tobruk, Al Beyda, Misurata e Sirte, il resto sono villaggi nel deserto. Divisa in regioni come Cirenaica, Tripolitania, Fezzan a sud le montagne del Tibesti, la più alta misura 2670 mt. Sono regioni che ora sono in conflitto e occupate da minoranze e cellule terroristiche. La popolazione di circa sette milioni, è di origine araba, berbera e touareg, piccoli gruppi nomadi appartengono a etnia Hausa e Tebu, a loro volta divisi in centinaia d tribù. Il conflitto libico degenerato in questi giorni con i combattimenti fino al centro della capitale, dove era aperta l’Ambasciata d’Italia, ora in fase di evacuazione a causa dei combattimenti tra milizie rivali, tra i ribelli antigovernativi della Settima Brigata di stanza a Tharuna e sud di Tripoli, le milizie speciali che fanno parte del Ministero dell’Interno e della Difesa del Governo Serraj. Molti hanno provato a fermare le ostilità senza riuscirci, oggi le tribù sono cambiate, sono informate dalle televisioni con parabole, da internet e sanno del grande gioco che gli europei stanno facendo con i politici locali, cittadini libici non vogliono essere messi da parte sulla divisione dei proventi del gas e petrolio, un equilibrio venuto a mancare indubbiamente dopo la morte di Gheddafi. Chi vincerà in questo caos di tutti contro tutti nessuno lo sa.

testo e foto di Franco Guarino

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