Afghanistan, la tragedia del ’98

 

"Il terremoto che segnò per sempre la mia vita"
pubblicato il 26 Agosto 2018, 09:27
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In uno dei miei numerosi viaggi nel nord Afghanistan, ho assistito ad una immensa tragedia nell’inverno 1998, che difficilmente potrò dimenticare e per molti anni ho evitato di raccontare anche ai parenti più stretti. Mi trovavo al confine con il Tagikistan, nei monti della catena montuosa dell’Hindu Kush, nella zona controllata dal generale tagiko Massoud contro l’avanzata dei talebani. Nella notte del 4 febbraio fui svegliato da un boato simile a un grossa bomba, la casa diroccata in cui mi trovavo si sbriciolò e mi ritrovai con il mio asino al gelo e disperazione. Fui coinvolto in un evento sismico di grande potenza, con almeno 5000 persone morte nella provincia montuosa di Tahkar non lontano dall’altipiano del Pamir. L’istituto sismologico svedese dell’Università di Uppsala, rilevò che il sisma fu di intensità pari a 6,1 gradi della scala Richter e l’epicentro fu localizzato 37,07 gradi nord e 70,20 gradi est. Sarebbe stato seguito per diverse ore da uno sciame sismico. Vidi le colline afflosciarsi le une contro le altre creando un grande cratere.
Rifugiati afghani in India affermarono che il numero delle vittime non poteva essere considerato preciso né definitivo, a causa dell’anarchia che regnava nella zona, contesa tra le diverse fazioni in lotta, e le pessime condizioni delle comunicazioni. Il nord dell’Afghanistan, infatti, è una zona ad alto rischio sismico. Le notizie sul sisma arrivarono tardi, la zona rimase completamente tagliata fuori dal resto del mondo. Un terremoto di questa entità è piuttosto comune in questa regione e la scossa del 4 febbraio fu stata la terza dalla fine di gennaio, superiore al sesto grado. Per la tipologia del territorio non si trattava quindi di un sisma estremo, ma la povertà delle costruzioni di case spiegavano un bilancio così grave.

Le poche organizzazioni non governative che operavano nella zona disponevano di mezzi limitati, di conseguenza la situazione fu subito drammatica: servivano medicinali, viveri, coperte e tende. Le popolazioni colpite si trovavano in una zona montuosa dove la temperatura scende a oltre 10 gradi sotto lo zero. Per me fu anche un esperienza umana importante, riflettei sulla morte e sul valore della vita, lontano da tutti senza clamore mediatico. Mi muovevo tra feriti che soffrivano immersi nella disperazione. Vidi colline sprofondare, inghiottendo interi villaggi, diventare fosse comuni per migliaia di persone, animali e piante. Io stavo su una collina che tremava, ma per fortuna non sprofondò, un lungo silenzio scese nella vallata gelida, l’alba spuntò in uno scenario nuovo. Riuscii ad a andare verso quel che restava delle postazioni dei ribelli tagiki e afghani che combattevano i talebani, fortunatamente avevano un telefono satellitare, con cui avvisammo il mondo di quanto accaduto, io riuscii a chiamare casa, rispose mia madre e disse: “Tu ti salvi sempre…”. Mi resi conto della differenza dei sentimenti tra noi occidentali e i popoli delle montagne afghane, una differenza difficile da spiegare. Soccorsi anche io come potevo i più gravi, non parlavo la loro lingua, dialogavo con gli occhi, un lezione di grande dignità, lontano di media e nel silenzio del mondo. Fu un evento sconvolgente, queste differenze hanno segnato per sempre il mio modo di pensare, rendendomi diverso dagli altri, soprattutto per la modestia e il fatalismo.

Oggi l’Afghanistan è travagliato da guerre e violenze che durano dal 1973, quando andai via terra con il mio minibus per la prima volta, ricordo un paese di nomadi in pace, poi subito dopo cadde nel mirino delle grandi potenze per notevoli riserve minerarie come oro, argento, berillo, lapislazzuli, topazi, zolfo, ferro, litio, cromo, zinco, uranio, di carbone e di gas naturale i cui depositi situati nella regione nordorientale sono ancora da sfruttare.

A 20 anni di distanza non ho dimenticato quella tragedia e fatico a raccontarla, ma raccontare e sempre il mio mestiere.
Per capirne di più sul contesto afghano, allego un mio reportage realizzato per la Rai in occasione di uno dei frequenti viaggi.

Testo, foto e videoreportage di Franco Guarino

 

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