Polizze vita? Non si diventa ricchi…

 

pubblicato il 19 Agosto 2018, 10:22
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A giugno dell’anno scorso l’Ania (Associazione Nazionale delle Imprse Assicuratrici) redigeva un’indagine campionaria sulle Compagnie di assicurazioni – Ue ed extra Ue – operanti in Italia nel ramo ‘vita’ che portava alla luce varie e preziose informazioni riguardanti il ricorso alla rendita vitalizia scelto a fine contratto dai risparmiatori negli anni 2013 – 2015. E siccome in ogni famiglia italiana c’è qualcuno che ha sottoscritto una polizza vita lo studio mi ha subito incuriosito. E non solo per questo motivo.
Se è vero che da più di vent’anni a questa parte in Italia si parla di pensioni sottolineando l’insostenibilità tra le pensioni erogate e i contributi pagati dai contribuenti in attività, e se è vero che le ultime generazioni (per semplificare diciamo dai nati dal 1970 in poi) sanno di pagare, nonostante il loro sistema contributivo, le pensioni ai loro nonni o ai loro genitori, i dati non tornano, e di tanto!
In un contesto previdenziale come quello attuale parrebbe abbastanza usuale ricorrere a forme di pensioni private, ma se si leggono i numeri della relazione ci si accorge che il numero di polizze vita che si sceglie di convertire in rendita vitalizia anziché riscattare come capitale è incredibilmente esiguo rispetto al numero di contratti sottoscritti. Perché? Le motivazioni sono molte. Ma prima di tirare alcune conclusioni una premessa e alcuni numeri ci aiuterebbero ad inquadrare meglio l’oggetto del contendere.
Partiamo dalla premessa.
Sul mercato c’è solo uno strumento (sarebbe meglio dire una sola forma tecnica, di tipo assicurativo) che permette di ricevere una rendita per tutta la vita, e si chiama Polizza di Rendita Vitalizia Immediata. Evidentemente si sta parlando di un contesto di tipo privatistico e di un contratto stipulato tra due soggetti (compagnia di assicurazione e privato cittadino) che si accordano sulla base di reciproche convenienze, e per il quale contratto una compagnia assicurativa si impegna a erogare una rendita vitalizia a fronte del conferimento di un capitale da parte di un cliente che volesse percepire un flusso di denaro continuo e rivalutato per tutta la sua vita futura stabilendone contrattualmente ex ante (cioè prima di iniziare) tutte le caratteristiche: importo dell’assegno, periodicità dell’erogazione, criteri di rivalutazione dell’assegno ed eventualmente anche eventuali clausole di reversibilità.
Tutti i contratti che hanno come obiettivo quello di assicurare una rendita integrativa privata, da quelli venduti allo sportello bancario a quelli venduti dall’agente assicurativo, alla fine della durata prevedono che il capitale accumulato fino a quel momento sia versato interamente in un “contenitore” (la polizza di cui sopra) che possa “trasformare” il capitale in una rendita ed erogarla dal giorno dopo in poi. La Compagnia, in quel caso, al fine di quantificare l’importo della rendita in funzione del capitale, farebbe alcuni calcoli attuariali (che contemplano alcune variabili come l’età anagrafica del percipiente, il suo genere, il suo rischio di premorienza rispetto alla sua aspettativa di vita ed altro ancora) e stabilirebbe l’ammontare dell’assegno da corrispondere.
Alcune domande ed i relativi numeri.
Quante sono le polizze vita che in Italia?
Quanti soldi vengono versati annualmente dai risparmiatori?
Quante rendite vitalizie vengono erogate?
In Italia il mercato delle polizze vita muove ogni anno quasi 22 miliardi di euro che arrivano nelle casse delle compagnie di assicurazioni attraverso la sottoscrizione di poco più di 900 mila contratti. Considerati tutti i contratti, dalla relazione dell’Ania si scopre che solo per lo 0,3% di questi, una volta giunti a scadenza, si decide di ricevere una rendita vitalizia anziché riscattare il capitale.
Ma allora, se è ormai opinione comune considerare la pensione come un miraggio, perché solo per così poche polizze giunte a scadenza si sceglie di percepire la rendita al posto di riscattare il capitale?
Un po’ per un fattore strettamente sociologico, e un po’ per una “condizione tecnica” subordinata alla quantità di capitale accumulato.
Alcune ricerche sociologiche, infatti, dimostrano che sia molto più facile cedere alla tentazione di “rompere il salvadanaio e prendersi i soldi” anziché “ricevere una monetina per tutta la vita”. Come se il livello di fiducia in noi stessi e nelle nostre competenze nel gestire questo capitale fosse talmente alto da paragonarci a premi Nobel all’economia (purtroppo per gli altri e incompresi dai più). Ma la domanda a questo punto sarebbe: “se sei tanto bravo a gestire i tuoi soldi che bisogno avevi di sottoscrivere una polizza vita?…” Ma questo sarebbe un altro discorso e la domanda risulterebbe nella quasi totalità dei casi “irricevibile” dall’interlocutore.
Sempre in ambito sociologico/cognitivo, un altro aspetto è quello legato alla difficoltà di “resistere ad una tentazione” restando vittime della parte limbica del nostro cervello, quella, tanto per capirci, che governa le pulsioni, che ci fa fare shopping compulsivo e che ci fa comprare cose inutili al supermercato quando andiamo a fare la spesa affamati. Riscatto il capitale perché non so resistere alla libidine di vedermi accreditato sul conto un bonifico recante l’intero importo.
Ma un altro aspetto, un po’ più razionale e meno “emotivo” è legato alla quantità di capitale accumulato.
Se dividiamo tutti i soldi dei contratti giunti a scadenza per il numero dei contratti scopriamo che mediamente una polizza vita giunta al termine “vale” 23.995 euro. Cosa vuol dire questo risultato?
Che molto spesso il capitale accumulato non basta ad essere convertito in una rendita per tutta la vita e quindi la Compagnia ci obbliga a riscattare il capitale (o magari a lasciarglielo gestire per altro tempo in attesa che cresca ulteriormente o addirittura a prolungare i versamenti). Oppure capita che alla scadenza contrattuale se facciamo bene i conti tra quanto abbiamo versato e quanto ci ritorna indietro il risultato è un flebile segno più che certo non ci fa stappare bottiglie per brindare all’affare fatto.
Tutto sta nell’aspettativa che ci creiamo (o a quella alla quale ci fanno credere nel momento della vendita). Con le polizze vita di certo non si diventa ricchi perché, d’altra parte, hanno il pregio di non farci trovare a scadenza un capitale inferiore a quello che abbiamo versato. E questo è un falso mito che sarebbe ora di sfatare.
Se si vuol vedere ad una tale data un capitale di gran lunga maggiore a quello che abbiamo versato nel durante dobbiamo essere disposti ad utilizzare strumenti che non ci garantiscano a scadenza il capitale che abbiamo versato e che ci espongano al rischio di oscillazioni in positivo ma anche in negativo. In questo caso tutt’altro discorso si potrebbe fare parlando di come il rischio si possa controllare e come in molti casi può essere considerato un nostro alleato ma questo è un altro tema che prossimamente affronteremo.
Ma non mi si venga a dire, con aria piagnucolosa, che la pasta che abbiamo mangiato era senza sale quando siamo stati noi stessi ad aver detto all’oste di essere ipertesi!
Buone vacanze!

a cura di Danilo Ruffino

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