Deserto, non solo sabbia ma uomini

 

pubblicato il 29 Luglio 2018, 09:33
13 mins

A Oukaimeden, a sud di Marrakech, nel Marocco di inverno si scia, a 2600 mt sulle montagne del gran Atlas sono disponibili 10 km di piste, 7 impianti di risalita. Poco più a nord, a Ceuta e Melilla con migliaia di disperati tentano di scappare in Europa. A sud del Marocco inizia il grande scenario di sabbia e disperazione del Sahel, nome che spesso si associa alle guerre, fame, terrorismo, tradizioni arcaiche, l’Islam e quella della lotta alla miseria irreversibile. Ma cosa è oggi il Sahel, andiamo a vedere.
Molte tribù vivono ancora in una realtà di schiavitù, di sistemi politici corrotti e delle multinazionali del profitto ad ogni costo. I media dei paesi ricchi, nel citare i popoli del Sahel non spiegano esattamente che cosa c’è oltre il Mediterraneo. Al ritorno del mio ultimo viaggio per un reportage tv sahariano, ho spiegato a molti che alla base del terrorismo c’è soprattutto la povertà, la carenza cronica di acqua, la miseria e mancanza di libertà. Ma ho notato che il vento sta cambiando, perché il Sahel è diventato un problema anche europeo.
Il Sahel  è una fascia di territorio dell’Africa che si estende tra il deserto del Sahara  a nord, la savana del Sudan a sud, tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Una zona afrotropicale, ovvero un’area di passaggio climatico dall’area arida a quella semifertile della savana con qualche albero.

Ne fanno parte le Isole Capo Verde, Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger, il nord della Nigeria e del Camerun, il  Ciad, il Sudan e l’Eritrea. Sono stato parecchie volte in queste zone, conosciuto le differenze di vita di quei popoli. Negli ultimi anni un fattore mi ha fatto pensare alle cause della rivoluzione in corso, oltre al fattore demografico di una media di 5 figli per donna, ho preso coscienza della differenza di vita al di qua e aldilà del Mediterraneo e in Europa. Ho potuto veder come nel deserto stanno spuntando molti pannelli solari, che alimentano le batterie, le batterie alimentano i telefoni cellulari, i televisori, le parabole satellitari che stanno allargando la visione del mondo reale oltre le dune.
Nelle tende la sera si può vedere in tv quello che succede nel mondo e come vivono le altre popolazioni. Per molti saheliani è la prima volta della loro storia che vedono la tv, modelli politici, usi e costumi diversi dai loro, ed ecco che si pongono nuove domande. Questo fattore sta trasformando gradatamente il loro modo di conoscere e interpretare altri modi di vivere, cambiano il loro modo di pensare guardando la pubblicità anche demenziale, la violenza come spettacolo, le culture diverse, certi modi di abbuffarsi, il consumismo sfrenato e altro. Questi elementi stanno causando devastazioni per chi dalla vita ha avuto poco o niente, su alcuni provoca rabbia o reazioni violente, che sfociano in rabbia e rivolte contro la miseria, fenomeni che noi chiamiamo sommariamente terrorismo senza seriamente e profondamente capirne le cause. Questo non appare nella propaganda televisiva di certi media, ma non sfugge a chi, come me, ne ha viste e sentite parecchie di storie.
Nel 1975 partecipai al primo raid automobilistico Parigi–Dakar, con una Campagnola della Fiat, come risultato mi resi conto delle difficoltà di vita di quelle zone desertiche; per anni come reporter sono tornato in varie occasioni, in collaborazione con le Nazioni Unite, mi sono occupato di popolazioni colpite da siccità, da guerre per cause diverse, di profughi costretti a emigrare, ma anche da chi scappava da dittature con speranze di una vita meno dura in mondi diversi… come succede in questi anni.
Da un anziano nomade venni a sapere di un episodio capitato nel 1972 ln occasione di una grave siccità. Il governo degli Stati Uniti pagò ai suoi agricoltori 3 miliardi di dollari perché lasciassero incolti 50 milioni di ettari che, se coltivati, sarebbero stati teoricamente più che sufficienti a sfamare le popolazioni del Sahel. Lo scopo era provocare un consistente rialzo del prezzo del grano, che di fatto negli anni successivi aumentò del 236%, per poterlo vendere con maggior profitto in mercati più redditizi. La carestia, dovuta a diversi raccolti negativi consecutivi, e la crisi profonda dell’agricoltura provocò, oltre alla distruzione quasi integrale del patrimonio zootecnico, ingenti migrazioni verso sud della popolazione saheliana che innescarono processi di inurbamento eccessivo nella regione. Tutt’oggi la crisi alimentare colpisce decine di migliaia di casi di malnutrizione soprattutto bambini. Questo non appare nella propaganda televisiva di certi media, ma non sfugge a chi come me ne ha viste e sentite parecchie di storie. Ma alla carestia si è aggiunto un altro problema: per questo sono andato a conoscere non senza rischiare, l’opera di trafficanti e terroristi che stanno devastando l’Africa.

Il traffico di esseri umani e il terrorismo
Dal 2014, la Francia spende all’incirca 500 milioni l’anno con l’operazione “Barkhane” che prevede il dispiegamento di 4000 uomini su un territorio che va dalla Mauritania al Ciad. L’Onu invece è in Mali dal 2013 con 13 mila caschi blu nell’ambito dell’operazione “Minusma”, che oltre a essere considerata tra le operazioni di peacekeeping col più alto numero di vittime, ha un costo annuo di un miliardo di dollari. Poi da febbraio la Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Burkina-Faso hanno lanciato l’operazione G5, una forza militare congiunta di 5 mila soldati che si dividono il territorio per un costo annuo di 420 milioni di dollari. A questo si aggiungono tre progetti dell’Unione Europea lanciati in questi ultimi anni per sostenere le forze armate dei singoli paesi dell’aerea e le operazioni Usa, in gran parte segrete, che impiegano aerei spia, droni, forze speciali e contractors basati in Burkina Faso e Niger. Tutti questi soldi e uomini in realtà difendono le miniere di materie prime da decenni. Ancora oggi però in Sahel non esiste più un luogo sicuro. E l’indice di rischio di attentati cresce. Molti politici, militari, manager pseudo esperti del Sahel stanno prendendo decisioni di comodo.
Questo è le scenario che ho potuto vedere parlando con dei capi del terrorismo dilagante tra le dune, un tutti contro tutti di bande, armate di venditori di armi e droga ecc. Viaggiando di notte lungo piste appena segnate, sotto la luna, si parlava con i ribelli di povertà e futuro, mi capitò lo stessa situazione con i sandinisti in Nicaragua nel 1975, quando fui rapito.
Nel Sahel le caratteristiche delle frontiere consentono ai jihadisti di controllare vari territori a cavallo tra le linee di confine e di governare i traffici di droga, il contrabbando di sigarette, di armi, petrolio e la tratta dei migranti, non hanno una base fissa. Se Boko Haram è riuscito a superare il nord est della Nigeria entrando in Ciad e in Niger, i due gruppi affiliati ad Al Qaeda e all’Isis si dividono il controllo del resto della regione. È il risultato di una fusione tra Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi) e i gruppi terroristi Ansar al Din. Questo gruppo ha giurato fedeltà ad Al Qaeda, al Zawahiri e l’emiro dei talebani ma ha un forte radicamento locale.
L’altro gruppo jihadista si chiama lo Stato Islamico del Gran Sahara (Sigs) e ha giurato fedeltà nel 2015 allo Stato Islamico, si muove tra l’est del Mali e le frontiere con il Burkina Faso e il Niger, i confini sono fragili e loro agiscono dove vogliono.
Il Sahel non ha mai davvero conosciuto la pace. Ci sono i tuareg, gli uomini blu, un popolo nomade che da sempre disprezza le frontiere post-coloniali e quindi gli Stati nazionali. La loro patria sono le migliaia e migliaia di chilometri di sabbie, la caduta del regime di Gheddafi nel 2011 ha riacceso antiche tensioni, consegnato migliaia di armi provenienti dagli arsenali libici e spinto il ritorno dei mercenari a unirsi alla ribellione che era in corso nel nord del Paese. Nel gennaio 2012, dopo un’inedita alleanza tra i jihadisti Ansar al Dine e i ribelli tuareg mi hanno spiegato che nel nord del Paese vicino alla miniere di salgemma, l’Aqmi e i suoi affiliati hanno conquistato due terzi del Mali, per mesi sono stati i padroni del deserto hanno distrutto le tradizioni locali – vietata la musica, terrorizzato i più deboli.
I jihadisti si rafforzano dove lo Stato non c’è, tessono alleanze anche provvisorie, che nascono e muoiono per convenienza con i capi tribù, è un cerchio ristrettissimo di adepti che credono profondamente nel progetto ideologico e politico di Al Qaeda e dell’Isis. Poi c’è il gruppo più ampio, legato ad un’ideologia globale ma si nutre di rivalità locali, etniche, sociali ed economiche. Ma non dobbiamo dimenticarci che spesso hanno un sostegno della popolazione locale. Quella jihadista è un’ideologia paritaria che rappresenta una possibilità di riscatto in una società che invece è profondamente gerarchica e con poche prospettive.
Nel Sahel infatti quando chiedi a qualcuno cosa vuol dire “sicurezza” ti risponde “andare al pozzo per prendere l’acqua”, “poter partorire”, “andare a scuola”. Ma il governo locale e la comunità internazionale non l’hanno capito. La gente chiede semplicemente una vita più decente. La regione è l’unica a non aver conosciuto una transizione demografica, più aumentano gli attentati e più i governi locali spendono soldi nella sicurezza, riducendo le spese già misere dell’educazione, sanità, sviluppo. Se le persone raggiungono i jihadisti è anche perché vogliono avere dei cambiamenti dei governi locale. Ma la risposta che la comunità internazionale sta dando, sono bombardamenti aerei e arresti. Ma questa risposta non va da nessuna parte, la pace, la vita dignitosa, la fine dell’emigrazione e il neocolonialismo è ancora molto lontano.
Rimane il dubbio sulle grandi potenze, sul loro ruolo passato, presente e futuro di influenza geopolitica di questa area, in previsione del nuovo ordine mondiale, senza guardare le conseguenze sulla povera gente. Forse era meglio lasciare l’Africa agli africani… adesso è troppo tardi. Ecco un mio reportage che fa capire meglio la situazione.

 

testo, foto e videoreportage di Franco Guarino

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