Tobin Tax, quel che occorre sapere

 

pubblicato il 10 Luglio 2018, 11:13
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La Tobin Tax è in vigore in Italia dal 2013 e introdotta dalla Legge di Stabilità del dicembre 2012 del governo Monti che da economista pensò bene, insieme a molto altro, di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie che avesse lo scopo di limitare la speculazione sui mercati finanziari e di far entrare nuova liquidità nella casse del governo.
Attenzione: l’obiettivo della tobin tax, ripeto, era quello di limitare la speculazione sui mercati finanziari! L’ho ripetuto affinché sia chiaro.
La Tobin Tax in Italia prevede un regime di tassazione per le transazioni su azioni, partecipazioni e altri strumenti finanziari emessi da una società che abbia la residenza fiscale nel nostro Paese.
Attenzione: l’investitore è tenuto a pagarla solo se fa operazioni su azioni di società che abbiano residenza in Italia! L’ho ripetuto affinché sia chiaro.
A quanto ammonta? Il buon Presidente Monti pensò che dovesse ammontare allo 0,20% del valore della transazione ma che dovesse essere scontata del 50% nei due anni successivi (della serie che… “se proprio si dovesse aver bisogno si fa prima a togliere uno sconto che emanare un altro decreto!…”) e fortunatamente tutti gli altri governi che si sono succeduti non hanno avuto la faccia tosta di intervenire ulteriormente su questa tassazione facendola rimanere allo 0,10% benchè siano stati artefici di ben altre nefandezze.
Un altro aspetto non meno importante è che la tassa la si paga solo se si fanno operazioni su società quotate che hanno una capitalizzazione di borsa superiore ai 500 milioni di euro; quindi tante società piccole con capitalizzazione al di sotto di mezzo miliardo di euro non vengono comprese nelle transazioni oggetto della tassa.
Attenzione: si applica solo su operazioni che hanno oggetto società capitalizzate almeno per 500 milioni di euro. L’ho ripetuto affinché sia chiaro.
Inoltre suddetta tassa è applicata solo su operazioni multiday, ovvero sulle transazioni che si chiudono dopo almeno 1 giorno. Quindi tutte le operazioni che si chiudono nella stessa giornata borsistica non vengono tassate.
Esempio: se compro azioni Eni e le vendo nella stessa giornata non pago la tassa. Se le vendo dopo un mese la tassa la pago.
Attenzione: se compro e vendo nella stessa giornata non pago la tassa! Anche questo concetto l’ho ripetuto affinché sia chiaro.
Ora: in svariate sedi e contesti, anche e soprattutto accademici, mi è stato sempre detto che il tempo a disposizione di un investimento riduce il rischio, vale a dire che se investo su un asset rischioso ma ho del tempo a disposizione il rischio lo posso controllare e portarlo quasi a zero (e su questo argomento vi posso giurare che è vero perché ne sono pienamente convinto) e in questo caso si parlerebbe di investimento e non di speculazione. Ma se questa è la differenza principale tra il verbo investire e il verbo speculare mi sorgono delle semplici domande:
1. Perché questa tassa non si applica alle transazioni giornaliere che hanno tutte le caratteristiche fuorché quella dell’investimento?
Il trading intraday da che mondo è mondo viene utilizzato dagli speculatori, non certo da un padre di famiglia che crede che, nel tempo, una certa azienda quotata possa aumentare il valore delle proprie azioni e possa distribuire dividendi generando valore.
Mi è stato sempre detto che i mercati più sono “grossi” è più sono efficienti perché è meno probabile che si possano condizionare data la massa enorme di liquidità che ci vorrebbe per modificarne l’andamento. E’ come se ad un magazzino di svariati miliardi di bulloni ne togliessi o ne aggiungessi 50. La percentuale che verrebbe modificata rispetto alla massa totale sarebbe ridicola. E allora:
2. Visto che è una tassa creata al fine di limitare la speculazione sui mercati finanziari perché non applicarla anche (e soprattutto) alle compravendite di azioni di società piccole, le quali spesso sono oggetto di forti operazioni speculative nella stessa giornata e dove è più facile influire sull’andamento del prezzo vista la loro bassa capitalizzazione?
Ma soprattutto c’è un altro aspetto curioso, per non dire inquietante: se facessi operazioni su titoli come Tenaris, STMicroelectronics, Ferrari o FCA (leggasi Fiat) non pagherei la tobin tax per il semplice fatto che questa aziende sono quotate in Italia ma hanno la sede …estera!
Meditate gente, meditate!

a cura di Danilo Ruffino

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