L’impunità è il dolore più atroce per la Taranto che soffre

 

pubblicato il 20 Maggio 2018, 13:00
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Impunità. E’ il dolore più grande. Atroce. Su qualunque dizionario troverete quanto sia facile comprendere cos’è l’impunità: esenzione dalla pena. Ecco perchè atroce.
Ci riguarda, e parecchio da vicino. Non già perchè impuniti siamo noi abitanti di questa terra così bella e dannata. No, perchè l’impunità scherma quanti da decenni ci rivoltano come un calzino. Ci amano se occorre, ci coccolano se ne abbiamo bisogno, ci denigrano se non serviamo più. E noi ne siamo attratti facilmente. Spesso perciò ci chiamano ignavi. Ce lo insegna la storia, ed è inutile negarlo.
Sventagliati come carta per strada, monnezza perchè tale siamo per volontà altrui nell’ingigantire discariche e potenziare inceneritori: tanto respiriamo da sempre veleni, ci commuoviamo senza tuffarci davanti al placido Mar Piccolo, e soffriamo urlando senza ascolto per la gente che vola via perchè ferita a morte.
Neppure l’ultima vittima scuoterà le coscienze degli impuniti e dei loro complici nascosti. E’ una certezza. Il profitto prevale su tutto. Le persone sono soltanto numeri buoni per le statistiche e per far la fila negli ospedali. Siamo codici: verde, giallo, purtroppo anche rosso.
Taranto piange, Taranto soffre, Taranto reagisce ma si scontra con l’impunità. Quella di uno Stato che al tramonto dell’800 ne ha devastato le sponde imponendogli servitù militari, inaugurando l’era dell’industria. Uno Stato che ha replicato all’alba degli anni ’60, macinando terre per far spazio a petrolio e alle ciminiere, e gassificando corpi e morale. Con la parentesi dei Riva, condottieri del Nord che sfornarono acciaio per tutto il mondo, sbuffando senza freni (e forse gli unici in qualche modo puniti, almeno in parte). E poi ancora lo Stato, tornato come la cavalleria americana a ‘salvare’ quote di mercato e stipendi della città ‘dopata’. Impunemente, perchè impuniti restano gli inquinatori, vecchi e nuovi. Perchè impunità per queste terre vuol dire marchio costituzionale. Un… marchio di fabbrica inequivocabile e insindacabile.
La storia scritta e vissuta non cambia. Perchè Taranto non riesce a cambiare. E’ prigioniera di se stessa, vessata ma molto spesso complice perchè in essa germoglia costantemente il seme del gattopardo. Che è l’impunito per eccellenza, e anche il più astuto di tutti.
La rabbia di quel manipolo di cittadini scaricata addosso al sindaco va compresa, seppur non può diventare utile protesta. La rabbia rimane perchè troppo spesso s’ingoia senza reagire. La rabbia è sentimento degli uomini, specie di coloro i quali piangono i propri morti troppo spesso restando in silenzio per dignità, e maledicono i registi delle nefandezze.
L’impunità muove la rabbia. Verso chi in passato ha versato melma nel nostro mare. Come dimenticare, ad esempio, le fogne dei comuni limitrofi infilate in Mar Piccolo? Oppure gli scarichi industriali dell’area militare? Perchè gli inquinatori non sono stati e sono solo ‘made in Ilva’. Respiriamo puzza sulla Statale 106 e c’ammorbiamo pure nei pressi di discariche immonde.
E comprendiamo come l’impunità qui abbia stabile residenza. Perchè assolve anche quanti spengono sul nascere la voglia di cambiare, di cercare nuove opportunità, nuove strade, sperando in se stessi e nel proprio coraggio, e soprattutto nella bellezza straordinaria dei nostri luoghi, delle nostre ricchezze, di tutto ciò che è rimasto vergine e inattaccato dai mostri inquinatori.
Però, Taranto ha dato: adesso basta. I processi nelle aule giudiziarie giungano a termine senza sotterfugi. La politica la smetta d’inventarsi algoritmi per coniugare salute e lavoro: nessun ‘matematico’ al mondo ci riesce, semmai ci fosse qualcuno in grado di farlo.
E allora, cosa ci resta? Forse solo la speranza, appunto. La speranza contro l’impunità, Davide contro Golia. Non c’è altro modo, o almeno qui non siamo in grado di proporre altro. La speranza che la bellezza prevalga sulle brutture per quanto giganti siano. La speranza di poter donare alle future generazioni una terra migliore. Ce n’è di strada da fare, d’accordo. E Taranto è forse ancora e soltanto ai nastri di partenza. Perchè l’impunità schiaccia anche il desiderio di diventare finalmente comunità. Ecco: comunità, parola che incanta ma poco conosciuta qui da noi. Ma è la chiave giusta. Per una volta, fidatevi…

Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

2 Commenti a: L’impunità è il dolore più atroce per la Taranto che soffre

  1. Maggio 20th, 2018

    Direttore come darle torto. I suoi editoriali sono una mazzata all’ipocrisia

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